Una Storia Bionda

 tante-birre

Traducendo i caratteri cuneiformi di alcune tavolette trovate nella zona calda e umida compresa tra il Tigri e l’Eufrate, si è scoperto che ad inventare la birra furono, quattromila anni prima della nascita di Cristo, i Sumeri.
Si erano accorti che il pane d’orzo, andando regolarmente a male a causa del clima, fermentava trasudando uno strano liquido dorato.

Uomini assetati per natura, lo assaggiarono e lo battezzarono “sikaru”, pane liquido.

Dopo averla modificata in vari modi, creandola chiara e scura, profumata alla cannella o “nature”, la birra divenne per loro così importante che aveva addirittura una sua dea protettrice: Nin-Kasi-Bi. 
I medici la prescrivevano come ricostituente, le spose la portavano in dote, lo Stato la usava come benefit variabile a seconda delle gerarchie sociali: due litri al dì agli operai, tre ai funzionari di stato, cinque ai sacerdoti.

Gli Assiro-Babilonesi la chiamarono “se-bar-bi-sag”, cioè “la bevanda che fa vedere chiaro”; le loro donne, forse perché gli uomini dopo qualche bicchiere di birra diventavano improvvisamente romantici e galanti, erano convinte che favorisse la bellezza: per questo la regina Semiramide passava ore e ore immersa dentro una vasca colma di birra.

La moda di usarla come cosmetico però ebbe anche effetti nefasti sul sesso femminile; Nabucodonosor, per sbarazzarsi di amanti rompiscatole, aveva trovato il modo di farle fuori prima coprendole di pesantissime catene d’oro e bracciali mastodontici, invitandole poi a tuffarsi in piscine di birra dove le poverette annegavano felici di tanta amorosa attenzione alla loro beltà.

Sempre gli Assiri divennero grandi produttori di birra, tanto che ne inventarono ben venti qualità: otto d’orzo (“sikaru”), otto di spelta (“kurunnu”) e quattro miste. 

Il loro monopolio però fu ben presto sostituito da quello degli Egizi; loro la birra la chiamavano “zithum” se semplice, “dizithum” se doppia”, “carmi” se dolce, “korma” se allo zenzero e “cevrin” se chiara.

Era il primo bagnetto dei neonati; bevuta a grandi dosi curava i morsi degli scorpioni; veniva usata tra i balsami delle imbalsamazioni e infine come antidepressivo consolatorio dei parenti dei defunti durante le veglie funebri.

Cleopatra la usò per sedurre il bell’Antonio, e alla fine morì tenendo l’aspide in una mano e una coppa di birra nell’altra, forse per darsi coraggio.

I Greci invece non furono mai entusiasti della bevanda, preferendole il vino.
Eschilo, nelle “Supplici”, scriveva: “La Grecia è terra di uomini veri, non di gente che beve orzo”.

Anche i Romani prediligevano il vino, ma non disdegnavano la birra (che chiamavano “cervisia”).
Pur considerandola bevanda da barbari villanzoni e cosa umile e di poco valore (“farci la birra” è infatti un modo di dire prettamente romano), Augusto le dava il merito di averlo guarito dal mal di fegato (!) e Agricola, tornato dalla Britannia, decise di sfruttare la pensione aprendo una pubblica birreria.

Nel Medioevo la birra trionfò ovunque, riuscendo a sfuggire persino alle ferree leggi dietetiche del Corano perché considerata antidoto di morbi quali il vaiolo; in Europa furoreggiavano birre franche, venete, inglesi, cecoslovacche, e i più grandi fabbricanti di birra furono i monaci, come il patrono dei birrai, Sant’Arnoldo.

I tedeschi la migliorarono assai introducendo malto e luppolo; Martin Lutero la adorava, tanto che nelle sue riforme non la volle mai abolire né condannare.
E infine furono proprio gli emigranti tedeschi a farla conoscere negli Stati Uniti, dove gli americani ne crearono una tutta loro, quella dry, secca e aromatica.

©Mitì Vigliero

Storia delle Scarpe

Dalla corteccia alle crocs 

Le antenate delle scarpe (dal germanico “skarpa”, sacca di pelle) indossate dai paleolitici erano cortecce, foglie, fibre vegetali intrecciate o pelli varie che venivano avvolte attorno ai piedi per proteggerli dalle asperità del suolo.

Già nella Bibbia si parla genericamente di “scarpe da viaggio e “scarpe femminili di lusso”; Egizi, Ittiti, Sumeri, Babilonesi, Assiri e Persiani avevano calzature basse di tomaia ma alte sulla caviglia per le donne, mentre gli uomini indossavano stivali che coprivano il polpaccio arrivando sino alla coscia.

I Greci, come narrato ne “Il Calzolaio” del  poeta Eroda di Coo (III sec.) ne avevano 18 tipi, ma i più comuni erano due: il “monodermom”, unico pezzo di pelle legato alla caviglia in cui il piede era infilato come in un sacchetto e d’estate dei sandali ricavati da un pezzo di cuoio o  legno tagliato a forma di pianta di piede che fungeva da suola dal quale partivano stringhe che venivano avvolte attorno ai polpacci sin sotto le ginocchia.

Un editto di Diocleziano annata 301 dC, cita ben 23 modelli di scarpe romane; tra questi le “caligae”, sandali militari con suola composta da tre strati di cuoio, cuciti e imbullettati con chiodi di ferro; il “camepagus”, riservato all’Imperatore, l’”udo” in pelo di capra, per i magistrati.

Dopo l’Impero Romano, le invasioni barbariche diffusero l’uso di uose (ghette-stivali a mezza gamba) in cuoio foderate di pelliccia.

Nel ‘300, alla faccia delle leggi suntuarie che predicavano sobrietà, la Francia lanciò le ridicole “poulaines”, dalla punta lunghissima e  molla che spesso veniva allacciata al malleolo o al ginocchio (secondo la lunghezza) con una catenella.

In Germania invece furoreggiò sino al XVI sec. la “zampa d’orso”, dalla punta smisuratamente larga.

Dal ‘500 la pelle fu spesso sostituita dalla stoffa; nacquero vezzose scarpine per ambo i sessi, ricamate e tempestate di ammennicoli vari anche preziosissimi; allora c’erano anche le “chopine” (ritornate in auge nel 1940 e poi nel ‘70), con suola a zeppa; a Venezia erano considerate uno status symbol per le donne: più erano alte, più la madama era nobile.

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Fratture dei malleoli a parte, le chopine divennero però ben presto malportate, indossate sempre più dalle prostitute che ne fecero uno sfacciato segno di riconoscimento professionale.

Nel ‘600, Luigi XIV  decretò che i veri aristocratici dovessero indossare solo scarpe con tacco alto  e possibilmente rosso.
Ben presto quello divenne esclusiva prerogativa femminile e i maschietti tornarono con sollievo a scarpe basse con fibbia larga.

Nel Direttorio, gli abitucci diafani delle signore imposero scarpine in seta scollate e rasoterra dette “paperine” o “ballerine“; ma dal 1830 furono per ambo i sessi gli stivaletti  chiusi con stringhe o bottoncini le calzature più diffuse sino al 1900, anche se nel 1875 l’Inghilterra iniziò a lanciar sul mercato i “mocassini” d’ispirazione indiana.

E oggi?

Oggi c’è di tutto; dalle paperine alle nuove nipoti delle chopine alle assonanti pagliaccesche    crocs

Ma per saperne di più, chiedete all’Esperta ;-)

©Mitì Vigliero