L’avventurosa storia dell’ottima marmellata di pesche della Signora Teresa

Quel giorno di settembre la signora Teresa era soddisfatta; i due peschi del giardino immerso nella campagna cuneese avevano donato tanti frutti meravigliosi, e lei ne aveva fatto – cuocendola lentamente sul putagè – una marmellata ottima.

Ne diede una grande arbanella alla figlia Teresita dicendole: “Tieni, portala a casa; è veramente speciale”.
Ma la figlia signora Teresita aveva appena ricevuto dal marito, Capitano del Regio Esercito, la notizia che si sarebbero dovuti trasferire a Bologna; così traslocò portandosi dietro la marmellata.

“Mia mamma fa una marmellata stupenda” diceva “E quest’arbanella ne è la prova. Non l’ho ancora aperta, perché sembra che dobbiamo ritraslocare subito per Pola; la mangeremo là”

Arrivati a Pola il marito della signora Teresita dovette immediatamente partire per l’Africa; lei diceva ai due suoi bimbi: “Per assaggiare la marmellata di Nonna Teresa aspettiamo il ritorno di Babbo: è troppo buona, è preziosa; saremmo egoisti a mangiarla senza di lui”.

Da Pola andarono a Torino, a Pistoia, a Imperia, a Ceva, di nuovo a Torino, a Civitavecchia, di nuovo a Ceva e poi a Lecce – e la marmellata li seguiva affettuosa – sino a quando il Capitano, divenuto nel frattempo Tenente Colonnello, Colonnello e infine Generale, ottenne un trasferimento definitivo a Genova.

“Che bello vivere stabilmente in una casa propria e non in precari alloggi di servizio” cinguettava la signora Teresita mentre, svuotando le casse dell’ennesimo trasloco, sistemava nella grande dispensa della cucina bottiglie, barattoli e arbanelle.
“Questa marmellata speciale la metto qui bene in vista: Mamma diceva che è ottima, però gustarla solo noi è cosa da egoisti. Conserviamola per i nostri nipotini”.

Fu così che un giorno di marzo del 2014, la nipotina abbondantemente cinquantenne che svuotava con magone la vecchia casa ormai vuota dei nonni, trovò nella dispensa della cucina un’antica arbanella di vetro con su scritto:
Pesche. Ottima. 1938

Bjqr8z-IMAAIJeX© Mitì Vigliero

 

 

 

Graffiti 1943: nei sotterranei di Napoli

Napoli è composta da due città: una esterna illuminata dal sole e una sepolta, silente, buia, brulicante budelli, gallerie, cave e cisterne scavate nel tufo giallo tipico della zona.

Nell’ultima guerra in quei sotterranei furono organizzati molti “ricoveri pubblici” dove la popolazione si rifugiava durante i bombardamenti; erano i più vasti d’Italia, potevano ospitare più di 300.000 persone.

Avevano lunghi sedili in pietra murati lungo le pareti, luce elettrica, servizi igienici e varie uscite di sicurezza; venivano raggiunti tramite larghe scale dai bassi gradini che avrebbero dovuto impedire cadute rovinose alla folla terrorizzata che, al suono delle sirene, si precipitava al riparo.

Uno dei più conosciuti si trova nei Quartieri Spagnoli, uno spazio di 3.200 mq. a 40 metri sottoterra che poteva contenere 4000 persone; uno degli ingressi era, ed è, in Vico Sant’Anna di Palazzo n. 52.

Una scala di 184 scalini scende in un grande alveo a campana, dal quale si diramano come tentacoli cunicoli e passaggi che conducono ad altre grotte i cui muri sono istoriati da graffiti e disegni tracciati dai rifugiati durante le attese di fine pericolo: piccola antologia storico sociale d’allora, curiosamente nessuno è datato prima del settembre ‘43.

C’è il disegno del sommergibile Topazio; varato a Quarnaro di Fiume nel 1933, dopo 41 missioni e 26.000 miglia di percorso il 9/12/1943 venne bombardato per errore da un aereo alleato inglese.
I 49 membri dell’equipaggio morirono, erano quasi tutti napoletani; forse chi l’ha ritratto era un parente di uno di loro, chissà.

Qualcuno disegnò un bombardiere Savoia Marchetti SM79 il quale, dotato di una caratteristica torretta dorsale, veniva gentilmente soprannominato dai nemici “Gobbo maledetto”; altri si distrassero dall’ansia facendo le caricature (in pieno spirito di par condicio) di Badoglio, Hitler, Hirohito, Mussolini, Churchill; un’altra ritrae D’Annunzio. Nudo.

In quella zona si trovavano le più importanti sartorie della città i cui stilisti, costretti lì sotto, passavano il tempo abbozzando figurini abbigliati con abiti da sera, da sposa, e persino un’allegrotta ragazza in minigonna (Mary Quant ci arrivò vent’anni dopo).

C’era anche la voglia di discutere di calcio (schemi di partite), ricordare fidanzati, mariti e figli lontani (profili di uomini in divisa), pensare alla morte (un carro funebre), far sorridere i bimbi (il Signor Bonaventura).

E dato che esiste sempre chi si sente migliore e superiore agli altri anche nei momenti di emergenza comune, vi fu persino chi decise democraticamente che una delle grotte era di sua esclusiva proprietà, scrivendo su una parete a chiare lettere: “Riservato al signor Campagna il 16.9.43”.

C’era la guerra, ma la vita continuava; e due innamorati, uniti in matrimonio una mattina di settembre, furono obbligati a passare la prima notte là dentro.

Ma probabilmente furono felici lo stesso, visto che qualcuno fece trovar loro una piccola grotta discreta e isolata, sormontata dalla scritta “Dono di nozze ad Anna e Renzo, oggi sposi 20.9.43”.

©Mitì Vigliero