Calzini Sporchi e Fili Rossi

Piccolo Viaggio nella Medicina Popolare Italiana

castagne india

Chi non ha mai guardato nella bottiglia dell’olio per curare un orzaiolo, girato con una castagna d’India in tasca contro il raffreddore o bevuto senza respirare 7 sorsi d’acqua per far passare il singhiozzo?

Sono tutti rimedi antichissimi classificati come “medicina popolare”, oggi in gran parte dimenticati, sviluppatisi soprattutto in ambiente rurale; alcuni hanno basi scientifiche, anche se applicati allora in maniera rudimentale, altri paiono decisamente assurdi e strettamente legati al mondo della superstizione e della magia.

A riguardo esiste una nutritissima letteratura (Giuseppe Pitrè, Arturo Graf, Gennaro Finamore ecc) e per parlarne a fondo occorrebbero migliaia di parole; accontentiamoci ora di qualche perla fra le più curiose diffuse nelle varie regioni italiane.

Ad esempio nel Modenese per curare le distorsioni legavano un filo di lana rossa alla parte lesa mentre nel Barese, forse per la serie “repetita juvant”, obbligavano l’infortunato a camminare come un equilibrista su un mattarello.

Riguardo le contusioni, occorreva bagnarle con chiara d’uovo di gallina nera (Emilia) o affumicarle col fumo d’una candela benedetta il giorno della Candelora (Veneto), mentre per il torcicollo nel Bolognese s’andava a dormire con un calzino da uomo, sporco e legato al collo.

Per guarire l’epilessia si beveva latte d’asina mista a bava di bue in Veneto; s’annusava una vecchia scarpa a Bari o si tracannava a digiuno sangue caldo di bue in Friuli.

Verruche, orzaioli e foruncoli in Liguria erano curati toccandoli con una fede nuziale o mimando l’atto di cucirli con ago e filo; le emorroidi in Romagna guarivano con impiastri d’olio impastato con polvere di millepiedi bruciato, mentre a Macerata bisognava sedersi a culetto nudo su una lastra di gelido marmo.

Per bloccare l’epistassi i siciliani legavano un filo rosso al pollice della mano corrispondente alla narice che sanguinava; la crosta lattea in Calabria e Sicilia veniva inumidita con saliva d’un bimbo maschio nato settimino, mentre nel Polesine s’immergeva la testa del neonato nell’acqua d’un pozzo nel momento esatto dello scampanìo del Sabato Santo.

Per far passare l’emicrania, le contadine bolognesi si mettevano i pantaloni del marito in testa a mo’ di turbante; assai più complesso il metodo usato nelle Alpi Venete: tenere un fiasco pieno d’acqua sulla fronte, mettersi al sole e star lì sino a quando l’acqua non si sia scaldata.
Invece nel Polesine buttavano uno per volta dei sassolini in un pozzo: man mano che cadevano, il “peso alla testa” passava.

In Puglia, la febbriciattola che colpiva le neomamme al primo allattamento veniva detta “fré ti piettu” (febbre del pelìno) perché si pensava causata da un piccolo pelo che bloccava i condotti del latte; unico rimedio, far succhiare il pelo dal capezzolo da guaritori specializzati che doveano essere settimini, con gli occhi chiari e nati il giorno di Pasqua : per combinazione, erano sempre tutti uomini.

Infine in Veneto i colpiti dalla febbre di qualunque natura, per farla passare dovevano legare a un albero un loro indumento (cintura, stringa, calza) e recitare tre volte: “Qua te meto/ qua te lasso/ e poi me ne vago a spasso”.

©Mitì Vigliero

Ne conoscete altri?

Borg: Contro gli ascessi ai denti ricordo che mia nonna (di Gressoney) mi metteva in bocca, posato proprio sull’ascesso, un pezzetto di muschio bagnato di grappa.

Mimosafiorita: Anche in Ciociaria c’era l’usanza di curare le distorsioni stando in equilibrio su un mattarello facendosi sorreggere da due volontari

Tittieco: Mia suocera, di origini pugliesi, mi raccontava che per espellere i vermi, ai bambini si faceva ingerire un poco di cenere del caminetto bollita insieme al caffè.

Pievigina: Mio nonno (Marca Trevigiana) usava la grappa, oltre che per il mal di denti, anche per il mal di schiena: un bel massaggio alla grappa sulla parte dolorante e passava tutto, diceva.

St4rZ: mia mamma per curarmi la febbre mi faceva mettere i calzini bagnati nell’aceto di mele. Il giorno dopo la febbre era passata.

Sara: Nelle campagne abruzzesi per guarire il mal di gola si usava la cenere calda inserita all’interno di un foulard (lu fazzòle) che andava arrotolato e poi indossato.

Come dite voi…

…quando starnutite? O starnutate? O come diavolo si dice?

Etcì?
Etciùm?

Etchòum?

Conosco persone che dicono Atcià.

Io faccio come lui (disegnato da Perogatt): 

 

 

starnuto

Salto in aria compreso.
Però metto il fazzoletto davanti la bocca, eh.
E da ieri mattina ne ho fatto fuori 26, di fazzoletti. 
Di quelli grandi grandi, da uomo, cotone spesso e morbido. 
Quelli di carta non sono omologati per i placidi raffreddori.
Ora me ne vado a letto con tre rotoli di scottex da cucina.
Di quelli maxi.
E un’aspirina.
Etcì.