Datteri e Grattacieli: Quando i Migranti eravamo Noi

Il 18 novembre verrà inaugurato a Genova il terzo piano del Galata Museo del Mare, interamente destinato a raccontare in maniera permanente l’emigrazione italiana e straniera via mare

E mi torna in mente un’altra storia collegata proprio all’emigrazione italiana, unita alla certezza che il reale spesso superi il fantastico e che i confini tra il vero e il romanzesco siano assolutamente labili.

Esistono situazioni non molto lontane dal nostro mondo, che hanno dell’incredibile; ma per coglierle e saperle poi riportare ci vuole l’occhio curioso del cronista unito a quello dell’artista.

Questo hanno fatto qualche anno fa due Tesorimiei: Massimo Calandri, giornalista di Repubblica, e Pino Petruzzelli, attore e regista, ma anche scrittore, fotografo e documentarista.

Due viaggi in Marocco, nelle città di Tangeri, Casablanca, Marakech, alla ricerca non di paesaggi da cartolina, trattati politici o testi letterari, ma alla caccia di storie e persone.

Caccia fruttuosa e un grande scoop; a Casablanca, in un pensionato cattolico gestito da suore, che si chiama  Ospizio degli Italiani in Marocco e che si trova in Boulevard Amne Mouen , Petruzzelli e Calandri scoprirono dieci anziani italiani, tutti ultra ottantenni, figli e nipoti superstiti di trentamila nostri “emigranti clandestini” che dal 1900 al 1920 si servirono discafisti siciliani per essere condotti abusivamente in America.

Ma questi, privi di ogni scrupolo e pieni di menzogna esattamente come gli scafisti di oggi, li scaricarono in Marocco, ove i nostri si rassegnarono a vivere arrangiandosi, facendo i mestieri più umili, anche i venditori ambulanti: vu’ cumprà italiani.

Questa e altre storie diventarono uno spettacolo teatrale Portraits: Marocco.

Ecco la parte che racconta la loro storia:

DATTERI E GRATTACIELI
da Portraits: Marocco, di Pino Petruzzelli e Massimo Calandri

(Scena: Entra Petruzzelli, va alla cartina geografica, indica Casablanca)
“Casablanca, capitale commerciale del Marocco. A Casablanca c’è un polveroso edificio che ospita l’ospizio degli italiani in Marocco. E mentre un vento leggero vi soffia dentro la preghiera pomeridiana del muezzin, un gruppo di anziani guarda rapito i programmi della Rai, Michele Cucuzza in testa. Sono una decina, all’inizio del secolo scorso erano trentamila. Ma, cosa ci facevano, direte voi, trentamila italiani in Marocco?

(Si siede, e inizia a parlare in siciliano)
“Credevamo di essere arrivati in America. Quel grandissimo figghi’e buttana del capitano della nave italiana che partiva da Palermo per l’America, ci disse a mio padre: non vi preoccupate, basta pagare e in America vi portiamo noi.
Per la verità, quando siamo sbarcati, a mia m’era sembrato un po’ strano, ma non dissi niente, per rispetto, a mio padre che si grattava la testa sotto il cappello. Sabbia, deserto, fichi d’India, datteri, palme… Minchia, ma dove sono finiti ‘sti grattacieli ammericani?!
A quell’epoca a Casablanca il porto non c’era, allora, il capitano della nave si avvicinò più che poteva alla riva e poi disse: più di così non posso fare. In questa zona porti non ce ne sono. L’Ammerica dovete raggiungerla a nuoto.
Ma capitano, ci disse mio padre, è sicuro che questa sia l’Ammerica? E il capitano: Ammerica. Ammerica… E ci cacciò tutti a mare.
Dalla riva per fortuna qualcuno ci vide e ci aiutò. Soprattutto alle fimmine e ai bambini. Brava gente. Qualcuno di noi due, tre parole in ammericano le sapeva: occhei, cam’n, paisà… E ce le abbiamo dette a quelli che ci aiutavano. Ma quelli non capivano una minchia!
Allora mia madre, vedendo che a mio padre cominciavano a girarci i cosiddetti, ci disse per tranquillizzarlo: “Aaaah, ma questa New York è proprio come la nostra Sicilia. E poi avevano detto che gli ammericani erano tutti biondi, con gli occhi azzurri, invece sono neri, neri. Come noi. Stai tranquillo Nuccio, vedrai ci troveremo bene qui.”
Casablanca, Ammerica. Chi ci capiva niente. Noi eravamo morti di fame. Non sapevamo niente. L’unica cosa che sapevamo era che per campare si doveva andare dall’altra parte del mare. In Ammerica.”

(Fine intervista. Petruzzelli ricomincia a raccontare )
E così quando scoprirono di essere stati truffati ormai era troppo tardi. Ci volevano mesi, anni per avere un visto per l’America: quella vera, stavolta. E così, molti finirono col fermarsi. “Dovevamo pensare a campare” mi dice uno dei superstiti “lavori di fatica, muratori, piccoli commerci, venditori ambulanti….”
(Rivolto al pubblico, parlando in siciliano) “…Venditori ambulanti? Minchia, ma lo sapevate? I primi vu’ cumprà erano italiani. Trentamila. In Marocco”. (Musica)

© Mitì Vigliero

Serate

(foto di Andrea)

E riunire una sera persone che ami, familiari ed amiche e a cena, seduta a capotavola – dove ti mettono stile Matriarca, ma lo sono, davvero, la più grande – osservarle chiacchierare fra loro, ridere, scherzare, mangiare di gusto, parlare e ascoltare.

E vedere la ragazza bionda, che l’anno scorso ha reso insonni me e suo padre per la preoccupazione dovuta alla sua salute; vederla ridere e divorare la focaccia col formaggio che da tanto sognava, sotto lo sguardo soddisfatto e allegro di tre medici – amici e fratelli miei – che l’han seguita, amata e coccolata come noi.

E vedere la giovane splendida coppia che con gli occhi che brillano ti racconta progetti di vita e lavoro, gioiosa e tranquilla, determinata e sorridente.

E vedere due bimbi che s’incontrano per la prima volta, lui maschio, tuo adorato nipote “di sangue”, lei femmina, figlia dell’amica più cara, un anno di differenza; dolcissimi e belli, tanto, ambedue, che appena si vedono iniziano a chiacchierare e giocare come si conoscessero da sempre.

“Io ho un dente che mi balla” fa lui.

“Io tre” fa lei.

E si mettono uno di fronte all’altro, con le bocche spalancate come due passerotti, tastandosi a vicenda i denti ballerini con espressioni fra l’orripilato e lo sghignazzante, con quel divertimento meravigliosamente irresistibile tipico solo di quell’età, che chiamo “sc-ciopar di stupidera“.

E fra il profumo della farinata e della focaccia, cullata da voci amiche e amate, mentre fuori il mare sospirava lungo le rive dell’antico porto, io ho passato una delle serate più belle e serene della mia vita.

Grazie, di tutto, a tutti.