L’Acqua e i 5 Sensi

(PlacidaMano ©Fabs)

22 Marzo, Giornata Mondiale dell’Acqua

Mi piace guardarla, l’acqua; amo vederla scorrere, osservarne i riflessi, le variazioni di forma.
E’ il simbolo stesso dell’esistenza, un fluire continuo, un continuo cambiamento: è il Divenire.
E proprio come simbolo d’élan vital, mi piace sia quando è limpida, pura, e infonde allegria, sia quando è torbida, scura, e suggerisce tristezza.

Mi piace ascoltarla, l’acqua; quando scroscia violenta dal cielo o da una rupe in forma di cascata; quando romba cupa nei fiumi in piena o nella marina in burrasca.

Quando  sussurra con lo sciacquìo monotono e tranquillo dell’onda calma che si scioglie sulla riva col ritmo d’una ninnananna.

Mi piace odorarla, l’acqua; ciascuna ha un aroma particolare. Pungente quello del mare, dolce quello del lago, vitale quello dei torrenti e della pioggia, malinconico quello degli stagni.

Mi piace gustarla, l’acqua; nel sentirla fresca e dolce entrare in me quando la bevo, immagino davvero di tramutarmi in quel “cespite dell’erba inaridita” di manzoniana memoria, che riprende vita al contatto della rugiada.

E infine mi piace toccarla, l’acqua; per me nata sotto il segno del Cancro è elemento naturale.
Sin da bambina è stata un’attrazione irresistibile; non riuscire a starne lontana, mai. Sentire sempre il bisogno di immergervi le mani, o solo di sfiorarla. Ancora oggi, quando mi tuffo in lei, mi sembra d’essere accolta in un abbraccio materno.
Mi sento finalmente a casa.

© Mitì Vigliero

Storia dell’Impermeabile

Dall’epoca greco romana sino alla fine del Rinascimento, gli uomini tentarono di rendere impermeabili dall’acqua i loro indumentispalmandoli di varie sostanze quali oli vegetali, gelatine animali e cere; neldiciassettesimo secolo, in Lombardia, per ripararsi dalla pioggia e dalla spessa umidità delle nebbie era estremamente diffuso il “sanrocchino”, un mantello di tela cerata ispirato come forma a quello classico dell’iconografia di San Rocco.

Ma fu solo nel XVIII secolo che, attraverso l’impiego di stoffe solitamente bollitespruzzate con altri materiali quali caucciù, guttaperca, paraffina, polvere di sughero e persino vernici da barca, si tentò di inventare seriamente dei soprabiti che si potessero chiamare “impermeabili” (dal latino “in-permeabilis”, che non può essere attraversato) a tutti gli effetti.

Verso la metà del Settecento, il settimo principe di Sansevero, Raimondo di Sangro regalò al Re di Napoli Carlo di Borbone una mantella impermeabile di sua invenzione affinché potesse proteggersi dalla pioggia durante le battute di caccia.
Come avesse trattato la stoffa della mantella rimase però un segreto, anche se qualcuno sussurra che avesse preso ispirazione dalle rozze e pesantissime cappe di tela cerata usate dai pescatori dei mari del Nord.

Ma l’inventore vero e proprio dell’impermeabile come lo intendiamo noi fu il chimico scozzese Charles Mackintosh il quale, ai primi dell’Ottocento, brevettò ufficialmente un tessuto impermeabile di lana.
Nel 1824, a Glasgow, impiantò la prima fabbrica di soprabiti confezionati con quella stoffa: quegli indumenti divennero tanto celebri che vennero chiamati comunemente “mackintosh”.

Il suo esempio fu presto seguito da un altro imprenditore, Burberry, che si mise a produrre impermeabili (da uomo e da donna) che badavano, oltre alla praticità, anche all’eleganza; ben presto i suoi modelli vennero imitati in tutto il mondo.

Agli inizi del XX secolo scoppiò la moda del “trench-coat” (soprabito da trincea): doppio sprone alle spalle, spalline, cinturini ai polsi e al collo, grande bavero e cintura con fibbia rettangolare foderata in pelle.
Era indossato dagli ufficiali dell’esercito inglese durante la Grande Guerra, ma con gli anni si diffuse sempre più anche tra i civili d’ambo i sessi che iniziarono a portarlo anche nei giorni non di pioggia.

Il motivo di questo successo di moda si deve anche, se non soprattutto, al cinematografo; come dimenticare infatti gli impermeabili strizzati sensualmente in vita indossati da Marilyn MonroeAudrey Hepburn, quello impeccabile di Michael Caine in Ipcress e quello con  cintura allacciata in vita senza l’uso della fibbia che Humphrey Bogart sfoggiava in “Casablanca”?

In compenso nessuno, oggi come allora, si sognerebbe di girare con un impermeabile stile Tenente Colombo.

© Mitì Vigliero

A Cornigliano c’era un Castello: Storia del Castello Raggio

C’era una volta a Cornigliano, nel ponente genovese, un bellissimo castello in riva al mare, con a fianco una spiaggia dall’acqua limpida.
Una spiaggia anche letteraria; fu proprio lì che cadde la Luigia

Il castello somigliava un poco  a quello del Miramare di Trieste  e il suo proprietario era Edilio Raggio (1840-1906)  , personaggio amatissimo dai genovesi e considerato allora l’uomo più ricco d’Italia.

Fornitore ufficiale di carbone della Marina e delle Ferrovie, creatore della Società Trasporti Marittimi Raggio&C, fondatore a Sestri Ponente del primo stabilimento di siderurgia della Ferriera, proprietario di miniere, altoforni, industrie di macinati, zuccherifici, cotonifici, assicurazioni, banche.
La sua fortuna oscillava dai 150 ai 200 milioni di lire annue.

Per erigere  il castello, Edilio nel 1879 pagò il terreno 50.000 lire (1000 lire di allora valevano circa 3.500 euro).
Per costruirlo, ne spese 660.000.


(©Trippini)

In quel maniero, sia con lui che con suo figlio Carlo, venne ospitata la Storia: Umberto I, la regina Margherita, Giolitti e nel ’22 i rappresentanti di 34 nazioni, capitanati dal ministro Facta, in una Conferenza destinata a riorganizzare l’economia del dopoguerra.


(©)

In quegli anni (e precisamente nel 1926) nacque l’idea di far nascere “la Grande Genova”, realizzando un’area industriale con grandi impianti siderugici, e nel ‘38 iniziarono i lavori dell’aeroporto.
Poi tornò la Guerra; gli eredi di Raggio sfollarono nel basso Piemonte, e la Storia si scatenò, ma non in modo positivo.
Sulla spiaggia a fianco del Castello deserto, dapprima vennero create rudimentali saline ove s’evaporava l’acqua di mare su lamiere scaldate da fornelli.

C’era bisogno di legna da ardere; vennero distrutte le piante del giardino, e i fumi danneggiarono le pareti interne.
Nel 1940 l‘Ansaldo pose sempre sulla spiaggia i cannoni per collaudarli, danneggiando con le vibrazioni gli affreschi e gli stucchi dei grandi saloni; poi venne occupato da un presidio militare di 300 soldati austriaci agli ordini delComando Tedesco e, infine, il 25 aprile del ’45partigiani lo assaltarono.

Nel ‘46, del Castello rimaneva solo lo scheletro in muratura; spariti arredi,  gradini e balaustre di marmo, serramenti,  orditure del tetto, tubature.
La gente tornava lentamente alla spiaggia, libera dai cannoni e dall’acqua ancora limpidissima; i bambini giocavano nell’immenso rudere, sotto gli alti soffitti completamente sfondati dai quali si vedeva un cielo ancora azzurrissimo.

Poi la Finsider (Iri) iniziò a mettere in pratica il Piano Sinigaglia

Il 18 aprile 1950, Edilio Raggio marchese D’Azeglio (figlio di Carlo) vendette per 12 milioni (1000 lire del ’50 valevano circa 12 euro) il castello all’ingegner Mario Ricci.

Il 14 aprile del ’51, uomini vestiti con le tipiche divise di velluto a coste dei minatori, minarono il rudere; suonò la tromba d’avviso, vi fu un’esplosione: alle 17,50 era tutto finito e scomparso.

Però sono ancora in molti a vedere con gli occhi della mente, di fianco alle acciaierie di Cornigliano , la figura del Castello Raggio: impalpabile e pallido fantasma di tempi, regni, fortune svaniti dalla terra, ma non dalla memoria.

© Mitì Vigliero