Vi Racconto Perché Si Dice “Fare un Cancàn”

Non c’entra nulla il Can-Can del Moulin Rouge, ossia il celeberrimo e scatenato ballo francese il cui nome deriva da canardanatra, o meglio dal movimento del palmipede che – quando cammina impettito – agita velocissimo il sederino proprio come le ballerine nella citata e maliziosa danza prima del lancio delle gambe all’insù.

La vera origine riguarda sì sempre la Francia: però secondo me è assai più ridicola.

Alla metà dell’Ottocento un nutrito gruppo di distintissimi professori, intellettuali, letterati e latinisti francesi si riunì a congresso nel Procope, celeberrimo ristorante parigino, per decidere in maniera seria e accademica se la parola latina quamquam (“quantunque”) andasse pronunciata così come si leggeva o alla greca “kamkam“.

Come sempre accade in una comunità quando c’è da decidere fra due cose, si formarono immediatamente due fazioni agguerritissime.

Nacque così una feroce discussione fra studiosi esagitati che,  lanciandosi vicendevolmente piatti, tube, bicchieri, dizionari,  panini e salviette, non facevano che urlarsi rabbiosamente a vicenda “Quamquàm!” e “Kamkàn!” (essendo francesi, accentavano l’ultima vocale).

Fu un caos indescrivibile che finì quasi a botte, seguito da un grande scandalo causato dal comportamento selvaggio e ben poco “accademico” dei paludati intellettuali.

Da quel dì, e proprio negli ambienti letterati e colti, cancàn divenne sinonimo di baccano, chiassataarrabbiatura strillata, grande confusione isterica nata da futili – e spesso assolutamente idioti – motivi.

© Mitì Vigliero

Vi Racconto Perché Si Dice: Piantare In Asso

Nel nostro linguaggio quotidiano piantare in asso significa lasciare qualcuno da solo, solitamente in modo improvviso e inaspettato e possibilmente in mezzo a difficoltà o a situazioni sgradevoli.

Qualcuno dice che questo modo di dire derivi dal gioco dei dadi o delle carte: rimanere con un asso, ossia con un solo punto.

Altri, assolutamente logici ma del tutto privi di romantica fantasia, lo fanno derivare da uno dei significati dell’aggettivo latino assus: “senza accompagnamento, solo”.

Altri ancora – e sono quelli che mi stanno più simpatici- affermano che potrebbe trattarsi della deformazione popolare detta dai colti paretimologia del nome Νάξος (Nasso), isola greca delle Cicladi nel mar Egeo, famosa per la conclusione della storia di Teseo e Arianna.

Infatti il mito racconta che fu proprio qui che l’eroe attico -per nulla grato del fatto che l’innamoratissima Arianna lo avesse aiutato col famoso filo a uscire dal labirinto del Minotauro- dopo averla (oh vigliacco) addormentata con una pozione, l’abbandonò da sola sull’isola.

Mi piace immaginare che lei, risvegliatasi  mentre il fedifrago si allontanava con la nave, dalla riva furibonda gli gridasse:

“Brutto mascalzone, non puoi piantarmi in Nasso così!”.

Ma poi sull’isola incontrò Bacco con tutta la sua allegra brigata di ninfe e satiretti, e piantata in asso non fu più.

© Mitì Vigliero

Vi Racconto Perché Si Dice: Non c’è trippa per gatti

Modo di dire romanesco che in parole più eleganti significa: “Non vi è alcuna speranza che una certa cosa venga concessa”.

Si usa soprattutto per negare qualcosa a qualcuno in modo molto deciso.

Risale ai primi del ’900, quando il sindaco di Roma Ernesto Nathan cancellò, causa l’eccessiva spesa, dal bilancio del Comune l’acquisto mensile di trippa destinata a sfamare i felini che servivano a dar la caccia ai topi che infestavano il Campidoglio.

E così sul libro del Bilancio Comunale qualcuno scrisse pari pari la frase poi passata alla storia: Nun c’è trippa pe’ gatti.

© Mitì Vigliero