Perché si Dice: Indorare la Pillola (e risposta all’Oggetto Misterioso di ieri)

(©Scott Maxwell – Fotolia.com)


Un tempo (e ancora oggi, in qualche parte del mondo o per certe medicine alternative) tutte le pillole venivano fabbricate a mano.

Il farmacista, seguendo ricette scritte sui formulari di Farmacopea, prima pestava in un mortaio insieme  ad agglutinanti (miele, glicerina ecc) erbe, succhi, polveri minerali, semi, droghe, insomma tutti i componenti adatti alla malattia da curare.

Poi stendeva la pastetta ottenuta su un apposito strumento detto pilloliere (e questo è il nome dell’oggetto misterioso che vi ho postato ieri).

Infine  la pressava con la parte superiore del pilloliere, formando dei tubicini che venivano poi tagliati in pillole.

Queste però avevano alcuni difetti.

Innanzi tutto soffrivano l’umidità, e non potevano essere conservate facilmente.
Poi non erano facili da inghiottire, essendo ruvide e “polverose”.  
Infine la cosa peggiore: una volta a contatto con la saliva si disfacevano sulla lingua, diffondendo il sapore spesso schifosino degli ingredienti, solitamente amari e nauseanti.

Così, per evitare tutti quegli inconvenienti, si prese l’abitudine sia rotolarle in povere di liquerizia, sia di “confettarle” nello zucchero, sia di ricoprirle con un leggerissimo velo di argento o d’oro, operazione questa che si realizzava chiudendo le pillole in speciali bussolotti assieme a foglie d’argento o oro e scuotendole a lungo.


Per questo motivo oggi si dice “indorare la pillola” quando, cercando di rendere meno amara e sgradevole a qualcuno una notizia o una decisione non bella che lo riguardi, si tenta di presentargliela “mascherata” nel modo il più piacevole possibile.

E se volete approfondire la storia delle pillole, vi consiglio queste interessanti e divertenti pagine da cui ho tratto le ultime due immagini.

©Mitì Vigliero

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Perché a Natale ci scambiamo i Regali, circondati dai colori Rosso e Oro?

 

L’usanza di scambiarsi doni e gentilezze il giorno di Natale, circondati da decorazioni e luci rosse e oro, ha origini romane.

Quando l’anno giungeva alla fine col culmine dell’inverno, iniziava un periodo di purificazione atto a preparare nei migliore dei modi la nascita del nuovo periodo; con la “morte” delle vecchie stagioni, sarebbe ritornata una nuova vita: il solstizio d’inverno avrebbe portato il ritorno alla luce e la rinascita del sole col ritorno alla primavera e al calore, ergo bisognava festeggiare.

Nella Roma antica, dal 17 al 24 dicembre si celebravano i Saturnali, così detti in onore di Saturno, dio della mitica e favolosa Età dell’Oro in cui ogniingiustizia sociale era abolita e regnavano soltanto amore e fratellanza.

Le cerimonie avevano inizio nel tempio posto al piedi del Campidoglio; a un solenne sacrificio sull’ara seguiva un “convivium publicum”, un grande pubblico banchetto al quale partecipava tutta la popolazione di qualunque ceto; questo si conlcudeva con un collettivo saluto augurale “io, Saturnalia!”, del tutto analogo ai nostri brindisi.

Da quel momento avevano inizio le feste private; nelle case i padroni servivano a tavola i loro schiavi e invitavano al desco chiunque si presentasse alla porta.
Al termine dei banchetti, iniziava la cerimonia delle strenea (strenne, regali propiziatori di buona sorte), il cui nome deriva da Strenia, divinità di origine sabina il cui culto venne introdotto a Roma da Tito Tazio, e alla quale era consacrato un bosco sulla via Sacra.

Infatti le strenne scambiate all’inizio, erano soprattutto rametti di alloro o altro “arbor felix (albero felice, nel senso di positivo portafortuna) lì raccolti, come vischio, quercia, pino, rimasti tutt’oggi nelle nostre decorazioni di porte o centrotavola.

Altri doni erano piccole figurine fatte di vari materiali, che raffiguravano la persona che li donava; frutti “esotici”, soprattutto dattericalici da brindisimonili luccicanti ma di poco valore.

fornitori, commercianti sottoposti, veniva elergita una moneta in più; da qui hanno origine le “mance” che in questo periodo si elargiscono a fattorini, portinai e postini.

Ma soprattutto venivano donate candele, simbolo del ritorno della vitale luce del sole che alla fine di dicembre giunge nel punto più basso dell’orizzonte, parendo immobile; i popoli, temendo che l’astro splendende come l’oro non riprendesse più il suo cammino negando così calore e vita, crearono sacralità che esortassero l’astro alla “rinascita” imitandone la luce.

Per il Sole, inteso come simbolo della vittoria della luce del Bene e della Vita sulle tenebre del Male e della Morte, c’era un vero culto introdotto a Roma dall’Oriente (culto di Mitra), e che l’imperatore Aureliano solennizzò con la festa del “Natalis solis invictis”.

Inoltre le candele erano fatte di cera d’api, animali sacri che gli egizi affermavano essere nati, insieme al miele, dalle lacrime del dio Ra (il dio Sole); e la luce del sole è rimasta anche nella religione cristiana simboleggiata dell’aureola di raggi che viene raffigurata dietro il capo di Gesù e dei santi.

Perciò ancor oggi il periodo natalizio in luogo abitato è caratterizzato da una marea di luci e decorazioni soprattutto rosse e oro, tipici colori del sole al massimo del suo caldo splendore.

© Mitì Vigliero