Placide Invenzioni: Come Riposare Il Cervello Senza Andare In Vacanza

Frenetico galòp.

Oberata dal lavoro e da  impegni, progetti, grane, appuntamenti, vivo frenetica e in perenne ansia rischiando a volte il caos; dimentico le cose, accavallo gli orari, perdo documenti, bozze, ricevute, oggetti e tramontana.

Vorrei solo un po’ di riposo mentale.

E dato che fermarmi o fuggire in vacanza non posso, mi limito a sognare  d’inventare un programma che riordini le celluline grigie in questo modo:

 

Se ci riuscissi, qualcuno di voi ne vorrebbe una copia?

Rapido Viaggio fra i Nomi Delle Strade di Genova

genova2

Chi abita da anni in una città è convinto di conoscerne a fondo caratteristiche e aspetti, vizi, virtù e stranezze: ma a volte basta un gesto qualunque, come sfogliare per caso lo stradario detto “Tutto Città” per rendersi conto di quanto siano strani, curiosi e tutti da scoprire – magari con l’aiuto del “Dizionario delle strade di Genova” (Bianca Maria Vigliero, Tolozzi ed., 1973, 5 voll., sì, è la mia ZiBì) – i nomi delle vie, salite e vicoli della Superba.

Ce ne sono davvero per tutti i gusti… I dotati di pollice verde, ad esempio, sarebbero felici di abitare in strade dedicate ad Acacie, Anemoni, Arancio, Camelie, Castagne, Cavoli , Ciclamini, Cipressi, Edera, Erbe, Faggio, Fava greca, Fico, Fragola, Gelsomino, Genziane, Gerani, Giglio, Ginestre, Giuggiola, Iris, Mele, Mimosa, Mirto (da cui deriva anche Multedo), Noce che non va confusa con Noce bella, Oleandri, Oliva, Olivette, Olivo, Olmo, Palme e Palmetta, Pero, Pino, Pigna e Pignolo, Platani, Pomograno, Rosa, Sambugo, Viole, e, a QuezziFinocchiara dalle piante di finocchiaccio, fennoggiaêa, con la quale si lessavano le castagne per renderle più morbide e profumate.

Gli amanti degli animali invece si troverebbero a proprio agio in strade nomate Agnello, Aquila, Camoscio, Castoro, Cicala, Corallo, Cornacchia, Falcone, Formiche, Fringuello, Gallo, Gazzella, Grillo, Lodola, Muli, Oche, Orso, Pantera, Passero, Pavone, Pesce, Scimmia, Tartaruga, Tortora, Vacca, e Zebra.

Rivarolo, in via Rocca dei corvi, si crede che facciano il nido tutti i neri pennuti del territorio circostante. Vico Leone invece, come tanti vicoli dedicati ad animali esotici, deve il suo nome dal nome di un’antica locanda, forse il “Leon Rouge” in cui Mazzini venne arrestato nel 1830.

Sino al 1858 esisteva anche un vicolo dedicato ai Gatti, ma qualche besugo municipale evidentemente allergico ai felini (o nemico della famiglia Gatti che abitava in zona) lo tramutò in vico Foglie vecchie, per distinguerlo ovviamente dall’attinente vico Foglie nuove.

Il Passo della Rondinella, invece meno poetico di quanto si pensi poiché non si riferisce alle rondini, ma al servizio di “ronda” affidato, nel XVII secolo, a mercenari tedeschi.

Ai golosi sarebbero adatte le vie chiamate Biscotti, Cioccolate, Zucchero, Sale, Olio, Salumi; vico del Pepe dove, nel XII secolo, si commerciava la “droga” (l’unica circolante allora) che aveva lo stesso valore dell’oro e dell’argento tanto da venir usata come moneta, e vico Lavezzi, dove venivano vendute e fabbricate quelle pentole di terracotta con il manico dette laveggi o, appunto, lavezzi.

Genova dimostra un grande rispetto per militari e combattenti; infatti troviamo vie dedicate a Alabardieri, Arditi, Alpini, Fanti, Pionieri e Aviatori, Bersaglieri e Marinai d’Italia, Ragazzi del ’99, Combattenti Alleati, Brigate Bisagno, Brigate Liguria, Divisione Aqui e Forestale.

Ci sono pure strade dedicate a oggetti militari, come Gavette, Bersaglio vico Carabraghe: del nome di quest’ultimo si è molto discusso poiché si pensava che il termine avesse il significato goliardico di “cala braghe”, visto che per anni e anni il vicolo aveva ospitato tre case chiuse. In realtà si riferisce alla “carabraga”, un antico strumento di guerra, sorta di catapulta per lanciare proiettili sui nemici.

I genovesi antichi e saggi tenevano anche in grande considerazione le professioni e le arti che mantenevano alacremente viva la città; ciò è testimoniato da tutte quelle strade dedicate a corporazioni di mestieri anche scomparsi e spesso, scomparso il mestiere, scompariva anche la strada: Artigiani, Bottai, Carrettari, Carpentieri, Cassai, Conservatori del mare, Cordanieri, Draghieri, Floricoltori, Lavandaie, Macellari, Notari, Operai, Pescatori, Pollaiuoli, Scudai, Sellai, Stoppieri, Tessitori, Indoratori, Tintori.

Nei dintorni di Sottoripa c’era vico dei Cartai: ora non esiste più, così come i fabbricanti di carta genovesi i quali erano famosi in tutta Europa. Pensate che il Parlamento di Londra aveva stabilito che tutti i documenti da riporre in archivio fossero redatti esclusivamente su carta proveniente dalle fabbriche del genovesato. In compenso piazzetta dei Librai è rimasta fino a oggi. Come ancora oggi esiste piazza Valoira, che nel suo nome nasconde la professione dei Valauri, i campanari ufficiali di San Lorenzo che non solo venivano assunti e stipendiati dal Comune, ma pure da questo dotati di alloggio proprio in quelle case.

Ci sono poi i vicoli dedicati ai Fraveghi che poi sarebbero gli Orefici, e ovviamente lì intorno troviamo strade chiamate Pietre preziose, Oro e Argento, i quali però non sono gli unici metalli presenti nella toponomastica genovese, come dimostrano via dell’Acciaiovico del Ferro del Piombo.

Altri “materiali” a cui è stata dedicata una strada: Marmi, Mattoni rossi, Terre rosse, Lavagna, Sassi, Paglia, Fieno, Pece, Pelo, Cera, Seta e Lana.

Particolare è vico del Filo, uno dei più antichi di Genova già menzionato negli atti del 1345. Vi si trovavano le botteghe d’arte dei merciai e dei mercanti di filo che fornivano anche le varie “officine librarie” lì presenti, ove abilissimi amanuensi copiavano manoscritti, miniandoli e rilegandoli, appunto, con quel filo.

Dai materiali ai “luoghi” caratterizzati da particolari presenze architettoniche come Archi, Archivolto, Baracchette, Casette, Cisterna, Cittadella, Molini, Pozzetto, Truogoli, Lavatoi e anche un Labirinto, la cui spiegazione logica nasce dalla disposizione topografica dei vicoli in cui realmente facile smarrirsi; ma qualcuno parla anche di “smarrimento” morale, visto che il luogo pullulava e pullula di “femmine pubbliche”.

I nomi delle strade segnalano anche la presenza di botteghe e magazzini Fornaci, Fucine, Laminatoi, Fiascaie, Pellicceria, Pescheria, Piccapietra, Macelli di Soziglia, Porcile, Saponiera, Forni, Granaio e Gattamora che non si riferisce ad una micia dal pelo scuro, ma a quelle fosse che venivano praticate nel terreno per conservarvi il grano, dette anche “mattamore”; e in tanto fervore affaristico non potevano certo mancare vie dedicate alla Mercanzia, alle Compere e al Commercio.

Le strade ricordano pure antichi luoghi bucolici ormai scomparsi come Castagneto, Giardini, Giardino fiorito, Cian de vì (viti), VigneGinestrato, Luccoli (dal nome latino luculi, boschetti), Noceti, Orto, Canneto (in origine, dall’odierna piazza Matteotti a via Mascherona, c’era un lungo fossato pieno d’acqua e circondato da canne, che proseguiva sino al mare) e la celeberrima via del Campo dove, grazie a Fabrizio De Andrè, tutti sappiamo che c’erano, nell’ordine, una graziosa che offriva a tutti la stessa rosa, una bambina con le labbra color rugiada, una puttana dagli occhi grandi color di foglia e un illuso che voleva sposarla.

In una città di mare e piena di fonti, sorgenti e ruscelli non potevano mancare strade e piazze dedicate all’acqua: Acquamarsa, Acquasanta, Acquasola, Acquaverde, Acquedotto, Fontana, Fontanile, Fontanino, Fontanella, Rio torbido, Sorgenti sulfuree Fontane marose.
Sull’origine di quest’ultimo nome ci sono stati litigi selvaggi sino ai primi del secolo: lo troviamo scritto in tre modi diversi: Fontane Amorose, Marose, Morose. Poi hanno scoperto che era sufficiente leggere le antichissime lapidi – una del 1206 e l’altra del 1427 – murate all’angolo di Palazzo Pallavicini verso via Interiano, in cui si parla delle Fontane Marose: tre bocche di una grande fontana costruita nel 1206 e distrutta nel 1849, che versavano tonnellate d’acqua scrosciante e spumeggiante appunto come i “marosi”.

I vecchi genovesi dimostrarono inoltre una particolare vena aulica e sensibile nel battezzare vicoli (in molti ora fatiscenti, ma rimasti poetici almeno sulla targa) e strade con il nome di cose belle quali Ardimento, Fortuna, Misericordia, Pace, Perdono, Provvidenza, Garbo, Prudenza, Tempo Buono, Umiltà, Virtù, Libertà, Salute, Speranza, Vittoria, AmoreAmor perfetto, di cui vi ho già raccontato la storia.

Esistono vicoli battezzati Purgatorio, Paradiso, Angeli, Sole, Stella, Luna (per la cronaca, vico Luna è largo appena un metro e otto centimetri), e persino Fate.

Però ci sono anche strade dai nomi un po’ deprimenti quali Ombra, Fumo, Tosse (dal nome di una Madonna protettrice delle malattie di petto), Ruinà (franata) e Ubbia, nel senso di “opaco”; e si sa che un vicolo di solito è per sua natura Profondo, Stretto, Sottile, Deserto, Ombroso: ma anche a Molassana esiste una salita Luvega, ossia tristemente umida e poco soleggiata.

E infine i nomi bizzarri e misteriosi: vi sembra logico che nel cuore del centro storico genovese vi sia un vico dedicato alla Neve?
Certo che sì, visto che un tempo  c’era un’edicola con una piccola e splendida statua (poi regolarmente rubata) dedicata alla Madonna della Neve e che, sino ai primi del ‘900, il vico ospitava le botteghe dei venditori di ghiaccio.

La salita Gaiello di Nervi, invece,  chiamata così per la sua forma lunga e stretta proprio come i “gaielli”, ossia i capezzoli delle mucche; il nome di Calcapere Sturla si spiega probabilmente intendendo “calca” per “grande quantità”, e quindi un frutteto (“pereto” non mi convince) molto folto; a meno che non si voglia ricordare l’abitudine di un antico pazzo lì residente che si divertiva a “calcare”, ossia a “camminare” sulle pere. Mah.

Se vogliamo continuare a dare un po’ i numeri, possiamo accennare a via Diciotto Fanciulli Pegli, che ricorda i diciotto ragazzi e bambini appartenenti alla famiglia dei Giustiniani, martirizzati nel 1566 a Scio dai Turchi; di via dei Mille sappiamo tutto, mentre via dei Sessanta è dedicata ai Sessanta membri del secondo Consiglio del Potere Legislativo sancito nell’”Atto Costituzionale per il Popolo Ligure” il 2 dicembre 1797.

Via Untoria a Pré non ha nulla a che fare con peste e monatti, bensì con le botteghe dei conciatori che “ungevano” le pelli con olio di pesce; la salita della Bella Giovanna a San Teodoro mantiene il perenne ricordo di un’ostessa donna ideale poiché non solo era bellissima, ma pare fosse dotata anche di una superba abilità gastronomica.

Via del Ciazzo a Sturla non si riferisce a quello che state pensando, ma allo storpiamento della parola latina plaxium che indica “terreni degradanti verso il mare e pendii erbosi in lieve inclinazione”; le varie vie Chiappa, Chiappare, Chiappe, Chiappella traggono origine da quelle pietre sporgenti e lisce di cui parla anche Dante Alighieri: “Potevam su montar di chiappa in chiappa” (Inf. XXIV v.33); via della Coscia invece ha il nome di un’antichissima zona i cui abitanti, caratterizzati da una particolare inflessione dialettale, hanno dato origine alla popolazione di Sampierdarena.

Per finire, la palma del nome meno romantico va senza dubbio alla via di Nervi chiamata Fossato Scagaggino, che deriva dalla voce dialettale scagagge, ossia le cacchette di mosche, pulci e topi.

© Mitì Vigliero

Il Tesoro di Recco: la Focaccia col Formaggio

Chi, beato, ha avuto la gioia di assaggiare in quel di Recco e dintorni questo paradisiaco piatto, di certo non immagina che – secondo la leggenda – nacque a causa di eventi tragici e sanguinari.

Nel medioevo le continue e improvvise scorribande saracene obbligavano gli abitanti della costa a fuggire e a trovar rifugio sui monti dell’entroterra.

Ovviamente non è che si scappasse carichi di bagagli e vettovaglie; allora si confidava in quello che la natura e i luoghi di rifugio potevano offrire.
E là si trovavano mulini, pecore e tanta legna, ergo farina, formaggetta e fuoco per cuocerle.
Così nacque la focaccia col formaggio che per molti anni, a causa della sua origine truce, veniva tradizionalmente preparata solo il 2 novembre, giorno dei morti.

Ma una donna in gamba di Recco, tal Manuelina, di professione cuoca, ebbe alla fine dell’Ottocento il merito di cucinare nel suo ristorante ogni giorno dell’anno questa prelibatezza, facendola diventare famosa ovunque.

Se volete provare a farla in casa, questa è la ricetta:

500 gr di farina di grano duro; 400 gr di formaggetta ligure o di stracchino meglio se non freschissimo dice qualcuno, freschissimo dice qualcun altro, a me van bene tutti e due; acqua, olio, sale.

Impastare due parti di farina e una di acqua; tirare due sfoglie sottilissime, e quando dico sottili dico quasi cartavelina trasparente.
Adagiarne una in una teglia bassissima unta d’olio e coprirla col formaggio a tocchetti; coprire con l’altra sfoglia.
Chiudere bene tutt’attorno i bordi della pasta e con uno stuzzicadenti praticare piccoli fori sulla superficie.
Spruzzare con olio e sale, infornare a forno caldissimo (almeno 270°) e togliere la focaccia solo quando apparirà dorata.
Dopo la cottura, il formaggio dovrà parzialmente uscire dalla sfoglia superiore.

© Mitì Vigliero