Una ricorrenza per me speciale: 11 anni di Placido Blog

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La sera del 23 marzo del 2004, dopo quasi 3 anni di commenti nei blog altrui, decisi di aprirne uno tutto mio.

In 11 anni Placida Signora ha cambiato piattaforma (ricordate Splinder?), tre o quattro template, s’è rinnovato più volte e, come accade in tutti i traslochi, qualcosa s’è rotto. Ma io non butto mai via nulla; tengo in soffitta e ogni tanto lo vado a trovare.

Per quasi 10 anni ho scritto un post al giorno; ultimamente ho rallentato, perché è accelerata la mia vita, il galòp formato da mille nuovi impegni, responsabilità, incombenze, ha avuto il sopravvento, e un po’ – lo confesso – mi ero stancata di subire plagi e tentativi d’imitazione.

Però spero proprio, fra non molto, di poter ricominciare a vivere in modo più tranquillo, placido davvero e quindi di poter di nuovo scrivere su queste mie amatissime pagine raccontandovi le cose che più amo; le storie di Genova, le curiosità del passato, l’avventura dei cibi e delle parole nonché l’analisi sorridente della nostra quotidiana esistenza.

Il primissimo post che scrissi è conservato in un archivio; ribadisco ogni parola, e vi abbraccio uno a una.

Mitì

Ricordi di uova affettuose

uova

Uno dei ricordi più vivi che ho della mia prima infanzia è quello dei periodi pasquali passati a casa della Nonna paterna. Ero piccola davvero, quattro, cinque anni; quel momento in cui ogni cosa ci sembra speciale e soprattutto di dimensioni enormi; avete mai provato, ad esempio, a tornare nel vostro asilo facendo un giro per le classi, i corridoi, la palestra? Non vi sembrano minuscole rispetto a come le ricordavate?

Ecco, io di quel periodo pasquale ricordo uova piene di immenso affetto. Uova non di cioccolato, ma di gallina; uova che Nonna mi insegnava a decorare e poi, una volta finite, metteva in un vezzosissimo cestino di vimini rosa pieno di fiocchetti e mi spediva a distribuire ai vicini di casa, guatandomi come una falchetta dall’alto della tromba delle scale.
Cinque piani – Nonna Teresita abitava all’ultimo – 15 appartamenti. Io scendevo traballante le scale dagli immensi gradini tenendo il cestinone in mano, allungandomi tutta sulla punta dei piedi suonavo alle immense porte e dicevo a chi mi apriva: “Buona Pasqua! Scelga un uovo di buon augurio!“.

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Certo, oggi può sembrare una cosa lievemente ridicola; ma parlo di più di cinquant’anni fa, epoca in cui nei condomini in città ci si conosceva tutti, in cui una bimba poteva tranquillamente suonare a case altrui senza tema e soprattutto in cui il piccolissimo dono di un uovo di gallina decorato a mano veniva accolto con l’entusiasmo che oggi forse si riserverebbe a un Fabergé.

Insomma; in questi giorni in cui smonto la casa di Nonna, mi son ritornate in mente quelle uova perché ho ritrovato quel cestino con dentro dei fogli di carta velina ridotti praticamente a brandelli, con su appuntate brevemente e in modo un po’ caotico tutte le maniere con cui le decoravamo.

Provo a ricostruirle e riordinarle qui quelle maniere, pensando che forse potranno essere utili anche oggi a qualche mamma o nonna che voglia preparare per Pasqua delle uova dal sapore vintage, valore economico minimo, valore “sentimentale” altissimo.

Materiale
– Uova di gallina, le più chiare possibili, lavate accuratamente e accuratamente asciugate.

– Carta oleata (oggi va bene anche la carta da forno)
– Forbicine affilatissime
– Garza sterile in rotolo (quella che si usa per fasciare le ferite) usata aperta e sottile
– Filo bianco e ago

– Foglie piccole di primula, viola, trifoglio, quadrifoglio, salvia, rosa, alloro, rametti di rosmarino, timo, maggiorana, erba cipollina eccetera. Petali di rosa, primula, viola, margherite. (Basta non siano piante velenose; una lavanda gastrica a Pasqua non è una bella sorpresa)

Coloranti
– Bucce di cipolle rosse: arancione
– Caffè macinato: marrone
– Tè: marrone chiaro
– Bietole e lattuga: verde
– Foglie di cavolo rosso: blu
– Mirtilli: viola
– Barbabietole: rosso
– Zafferano e curcuma: giallo
– Spinaci: grigioverde

Metodo 1
– Fare dei rettangoli di carta oleata (o da forno) in grado di fasciare l’uovo, ritagliando nel centro silhouette a forma di stella, cuore, gatto, farfalla o quel che si vuole.
– Oppure tagliare la carta a forme di stella, cuore eccetera
– Oppure ancora tagliare la carta a striscioline e avvolgerci l’uovo a spirale lasciando spazi liberi.
– Impacchettare l’uovo, badando che la silhouette o la forma siano ben centrate e la spirale ben posizionata.
– Fasciare completamente l’uovo con la garza, fissarla con qualche punto tramite ago e filo bianco: servirà a tenere ferma la carta con il disegno.

Metodo 2
– Posare sul guscio di ogni uovo le foglioline o i petali prescelti. Per tenerle ferme sul guscio, inumidirle un po’.
– Fasciare l’uovo e fogliolina/petalo con la garza, cucendola con ago e filo.

Infine
– Riempire una pentola con acqua e 2 cucchiai di aceto bianco che fissa il colore.
(Tanti pentolini per colori diversi, una grande per colore unico)
– Unire i coloranti scelti, meglio uno per pentolino senza mescolarli troppo. Ricordarsi che non sono coloranti chimici; ce ne vuole una buona quantità per ottenere una tinta abbastanza decisa.

– Unire delicatamente le uova.

– Far bollire a fuoco bassissimo (per non fare incrinare le uova) per 8 minuti, lasciandole raffreddare nell’acqua.

– Togliere la garza, la carta, le foglie, passare le uova libere velocemente sotto l’acqua fredda.

– Asciugarle delicatissimamente.

E regalarle a chi si vuole bene ricordando che sì, se si vuole si può mangiarle anche se avranno forse dei sapori particolari di cavolo o altro. Ma che è anche bello solo conservarle per un poco, usandole per decorare la tavola a Pasqua, ma al massimo dopo un mese gettarle senza rimpianti.

Tanto probabilmente ci sarà un’altra bambina più o meno piccola che ve le ri-regalerà la prossima Pasqua.

Perché i piccoli gesti d’affetto si tramandano per generazioni.

© Mitì Vigliero 

Borraxe, persa, baxaicò… Dai riti ai piatti – Seconda parte

Garibbo bisagno 1822

(Prima parte)

Il Vocabolario Domestico Genovese-Italiano del Paganini (1837), alla voce besagnina scrive: “nome derivato dal torrente Bisagno, presso il quale sono orti ove si coltivano esclusivamente civaie ed erbaggi: Erbaiola. Colei che rivende erbaggi”.

Besagnine (e besagnini, se uomini) erano dunque quei contadini che quotidianamente portavano nei mercati della città di Genova le varie verzure raccolte nei loro terreni o sui monti dove abitavano, prodotti che dovevano essere decisamente freschi e poco inquinati visto il paesaggio di allora (l’immagine lassù è un acquerello del Garibbo, 1822. Bisagno, ponte di Sant’Agata sullo sfondo, prati tutt’attorno…)

Ricercatissime le erbe, i savôi, raccolti da sempre seguendo regole particolari per evitare di rovinarli e per mantenere integre le loro proprietà non solo culinarie.
Ad esempio, raccoglierli solo di notte o al massimo al primo chiarore dell’alba, quando ancora erano roride di rugiada. Mai col pieno sole, che le avrebbe ammosciate e subito fatte seccare. Mai durante la Luna piena, poiché la sua luce avrebbe assorbito tutte le loro virtù…

Perché rosmarino, salvia, timo eccetera non avevano soltanto mera funzione di insaporitori, ma anche quella medicamentosa (le migliori in questo caso erano quelle colte la notte tra il 23 e il 24 giugno, San Giovanni) e magica.
Infatti una marea di credenze più o meno superstiziose circondava da centinaia d’anni le odorose foglioline; convinzioni che oggi ci fanno sorridere, ma che è interessante conoscere.

alloro

Paolo Monelli, grande scrittore goloso, a proposito dell’alloro ligure lo descrisse “così profumato che, assaggiandolo, ci sembrò di trangugiare tutte le glorie letterarie d’Italia”. L’intera terra ligure è piena di cespugli e alberi d’öfeuggio, dalle foglie verde cupo dal profumo balsamico; oltreché simbolo di saggezza e vittoria, si credeva che avesse il potere di tener lontani i fulmini ed è per questo che molti giardini pubblici e privati in Liguria possiedono almeno un piccolo cespuglio d’alloro. Inoltre, sino agli anni ’30, l’alloro fu il vero albero di Natale ligure: i suoi rami venivano posti in ogni camera, dalla cucina al salone, dall’ingresso al bagno e posati sugli specchi, sui quadri, sulle porte, armadi, buffet; facevano anche da prato al presepio. In ciotole di cristalli si mettevano i suoi rametti con tante foglie sempre unite ad arance e mandarini e pure la tavola natalizia era decorata da alloro e agrumi. Infine un rametto d’alloro troneggiava nel centro del Pandolce, tipico panettone genovese natalizio.

boraggine

Già la Scuola Salernitana insegnava “la borragine può dire – e ciò non è bugia – io ti conforto il cuore – e genero allegria”. Dai fiori bellissimi, azzurri, steli ispidi, la borraxe deriva dall’arabo “abou-rash”, pianta del sudore, perché i decotti hanno proprietà sudorifere, espettoranti e antifiammatorie. Nelle campagne si credeva che potesse aumentare il latte nelle puerpere, per questo la chiamavano “l’erba de a mamma“. I liguri l’infilano ovunque, nelle minestre di verdura, nelle frittate, nei ripieni, nelle uova, nelle insalate.

origano

La cornabuggia ligure ha un profumo totalmente diverso da ogni altro origano; una fragranza secca, penetrante, estremamente aromatica e persistente per anni. Cresce spontaneamente sui monti, e quello raccolto sul monte di Portofino ha un profumo ineguagliabile. Va raccolto al momento della fioritura, con tempo asciutto e dopo la rugiada dell’alba. Grandi mazzi lasciati ad asciugare appesi a testa in giù all’ombra (mai al sole) in ambienti ventilati e poi passati tra le mani per staccare i petalini odorosi. E’ indispensabile nei piatti liguri: impossibile pensare a un’insalata di pomodori o a un pesce senza origano…

rosmarino

Un vecchio detto genovese dice: “Se tu veu fa arragià o vexin, fae suffrige aggio e romanin“, ossia : “Se tu vuoi fare arrabbiare il vicino, fai soffriggere aglio e rosmarino”, il cui profumo effettivamente è talmente appetitoso da far morir d’invidia chi lo sente. In Liguria è impensabile cucinare arrosti o umidi senza una foresta di rosmarino, gentile parola latina che significa letteralmente “rugiada di mare ” (ros marinus). Per i liguri è simbolo di purezza femminile e veniva messo negli antichi bouquet delle spose, ma anche dispensatore di serenità; nella Riviera di Ponente si crede che tenere un rametto di rosmarino al contatto della pelle all’altezza del cuore, lenisca le pene di amore. E che metterlo sotto il cuscino allontani incubi e ansie notturne. Camillo Sbarbaro, poeta ligure, accoglieva gli amici nella sua casa di Spotorno stando in piedi sulla sommità della scala d’ardesia stringendo in mano dei mazzolini di rosmarino che distribuiva come dono di benvenuto.

salvia

Perfetta per la Liguria perché cresce benissimo in terreni aridi e asciutti. Pianta amatissima dai liguri, convinti che chi cura con amore anche solo un piccolo cespuglio di salvia sul poggiolo viva a lungo e in salute. Nelle famiglie che attraversavano momenti difficili di liti e discussioni, usanza antica era posare un vasetto di sarvia nel centro della tavola ove si pranzava, perché col suo profumo (che si crede portatore di armonia e calma) evitava ratelle almeno al momento dei pranzi e delle cene. Nella cucina prettamente genovese è la base fondamentale di una focaccia buonissima, ma ultimamente un po’ dimenticata, di cui vi darò presto la ricetta.

timo

Il tùmau cresce spontaneo sui monti liguri, ha piccole foglie grigioverdi e fiorellini color porpora. Era venerato dai Greci, che ne riempivano i bracieri al cospetto degli altari innalzati agli dei, i Romani la consideravano pianta sacra a Venere e i Liguri lo piantavano vicino alle tombe dei loro cari, oltre considerarlo da sempre ingrediente fondamentale per cucinare coniglio, agnello e funghi.

maggiorana

Originaria del Medio oriente, la maggiorana anticamente veniva coltivata esclusivamente come pianta da fiori. Poi un giorno i genovesi la assaggiarono, e decisero di non poterne più fare a meno. In Liguria si chiama persa e viene adoperata soprattutto nei ripieni. Nell’entroterra di Levante veniva messa nei sacchettini di garza profuma biancheria al posto della lavanda.

basilico

E’ difficile non trovarne almeno un vaso nelle case liguri; questo perché si crede che tenere un vasetto di baxaicò sul poggiolo, davanzale della finestra o davanti all’uscio di casa tenga lontani dalla famiglia disgrazie e malattie: ma soprattutto si dice che chi possiede del basilico non sarà mai povero. Le anziane rivierasche che sapevano togliere il malocchio, prima di agire legavano fiori di basilico con un filo rosso e lo agitavano attorno allo sperlenguau (affatturato) per allontanare gli spiriti maligni. Dal punto di vista gastronomico, basilico davvero speciale è quello di Genova (famoso quello di Pra) e strette Riviere. Inutile portare le piantine comprate a Genova in altre città: il profumo e il gusto cambiano dopo pochi giorni. Sarà l’aria, l’acqua, chissà; fatto sta che, se non vivete a Genova, vi conviene comprare lì molti bei mazzetti di basilico fresco, portarli a casa, lavarli, staccare le foglie, asciugarle e o fare velocissimi un pesto come si deve, o metterle in freezer e usarle per minestroni e sughi. Meglio che niente. Ma il pesto ideale è quello acquistato o fabbricato in loco (anche secco) e poi, se resistete a mangiarlo subito, portato nelle foreste case e congelato.

© Mitì Vigliero