Il Gufo e la Gardenia

La cosa che odio di più dell’insonnia è la tremenda sensazione di perdita di tempo.

Stesa a letto con le palpebre spalancate a mo’ di gufo, sento fisicamente passare i minuti; e li sento passare tutti su di me, pesanti come una carica d’elefanti.

Leggere non se ne parla; gli occhi sono affaticati dalle tante ore diurne passate davanti al monitor, o chini su fogli e libri.

Pensare mi fa fatica, e in certi casi paura; di notte s’ingigantiscono le cose, si deformano sproporzionate in un cervello annebbiato da stanchezza e rabbia, quella rabbia inutile che prova chi non riesce a dormire.

Allora l’unica è alzarmi, e vagolare per casa alla ricerca di qualcosa da fare per passare il tempo.

A volte cucino; sughi, ragù, brasati che racchiudo poi amorevolmente in appositi contenitori dentro al freezer, dimenticandoli lì per l’eternità.

Altre mi do’ al giardinaggio.

Silenziosa, sul mio lungo balcone, dopo essermi inondata di citronella antizanzare inizio a innaffiare e pulire i gerani dai fiori secchi e dalle foglie ingiallite; lo stesso per le rose e poi le azalee, i ciclamini, le viole, il limone e le erbe aromatiche, che di notte profumano ancora di più.

E infine la gardenia: sembra una nuvola di fiori bianchi.

Stanotte alle quattro ne ho colti due e li ho messi in un bicchiere.
Lo studio dove scrivo e passo la maggioranza della mia vita è grande, molto.
Ma il profumo di quei piccoli fiori l’ha invaso completamente.

Un profumo morbido, spesso, vivo.
Un profumo che m’ha portato alla mente tanti ricordi lontani.

Un profumo persistente, vibrante, talmente concreto che a un tratto ho avuto la netta impressione che si fosse tramutato in un nastro di seta che mi cingeva le tempie, tentando di coprirmi quelle palpebre sempre spalancate a mo’ di gufo.

E se gufo sono ancora, per lo meno mi sento un gufo stanco, ma sereno.

© Mitì Vigliero

Perché si dice: Passare la Notte in Bianco


(Cavaliere Bianco ©Marco Furri)

Oggi definiamo notte in bianco quella trascorsa senza chiudere occhio, spesso senza andare neppure a letto.

L’origine è medioevale, e si riferisce all’epoca del Feudalesimo quando l’aspirante Cavaliere, la notte prima dell’investitura, doveva sottoporsi – in una cappella o in un altro luogo sacro – alla cosiddetta Veglia d’armi : una notte passata completamente insonne vicino alle sue armi e alla cavalcatura che, l’indomani, insieme a lui  sarebbero state benedette e “investite” del gravoso incarico.

E quella notte il futuro Cavaliere la passava in preghiera e meditazione, tutto vestito rigorosamente di bianco come un novizio, in segno di purezza d’intenti e d’animo.

© Mitì Vigliero

Perché si dice: Contare le Pecore

Nella raccolta di novelle del XIII sec. chiamata, appunto, Novellino, si racconta che Ezzelino III da Romano detto Il Terribile, soffrendo gravemente di insonnia, avesse assunto un Novellatore personale per intrattenerlo durante le notti in bianco, narrandogli storie.

Il Novellatore però, al contrario del padrone, aveva sempre un sonno tremendo; così una sera gli raccontò di un pastore che, col suo grande gregge, si trovava sulla riva di un fiume.

Dovendo portare il gregge sulla sponda opposta, si servì di un traghettatore e di una piccolissima barchetta che poteva contenere solo una pecora alla volta.

Il traghettatore caricò la prima pecora e a portò sull’altra sponda.
Tornò indietro, caricò la seconda pecora e la scaricò.
Ritornò indietro, caricò la terza pecora

All’improvviso il novellatore, tacque.

Ezzelino spazientito lo sollecitò a continuare la storia; ma lui serissimo rispose: “Signore, dobbiamo prima farle passare tutte!”. 

Il Terribile si mise miracolosamente a ridere, e per quella notte il Novellatore poté finalmente addormentarsi ad un’ora decente. 

© Mitì Vigliero