Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo.
Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari.
E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?
Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui.
E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.
Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi.
Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, scrosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii.
E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri.
Per facilitare la lettura dirò, in poche parole, che si tratta della storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.
I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Zia Rachele, che li aiuta nell’impresa. Ginotta, l’anziana custode della Vecchia Casa.
*
“Come fa quella poesia sulle campane? Mi dicono dormi, sussurrano dormi, bisbigliano dormi, maledizione suonano ogni quarto d’ora e non mi lasciano dormire…” ringhiavo di notte girandomi nel letto come una trottola. Quello era un paese di ottocento abitanti in cui esistevano, fra chiese, chiesette, cappelle, cappellette e cappelline circa quindici campanili, ciascuno dotato di una spiccata personalità.
C’erano quelli Equilibrati, che battevano regolarmente i quarti d’ora, le mezz’ore e le ore. Poi c’erano i Follattoni, che a ogni ora battuta facevano seguire uno scampanio inconsultamente brioso, seguiti dai Depressi, che precedevano ogni ora con un lugubre battito a morto. Infine venivano i Confusionari, che alle dieci battevano cinque colpi, alle cinque due colpi e un tocchetto, a mezzogiorno ne sparavano trentasei.
Di notte, per fortuna, restava in funzione solo il campanile della Chiesa Grande il quale, però, pur essendo di solito un Equilibrato, possedeva un’irritante caratteristica: quand’ero a letto insonne nel cuore della notte e per puro masochismo avrei voluto sapere che cavolo di ore fossero, lui – che sino a poco prima m’aveva assordato – improvvisamente taceva. “Si comporta così perché è gentile e vuole che ti addormenti col silenzio” diceva Leo. Infatti, appena riuscivo ad assopirmi, quello festeggiava l’avvenimento ricominciando a scampanare veemente e entusiasta.
Ma se al suono dei sacri bronzi, col tempo, ci si può far l’abitudine, esistevano altri notturni baccanali ai quali fu per noi assolutamente impossibile assuefarci.
Ricordo la prima estate trascorsa in Casa; un luglio torrido e canicolare in cui era vitale dormire con le finestre spalancate. E ogni notte che Dio mandava in terra, venivamo svegliati dal passaggio di enormi, smisurati ma velocissimi autoarticolati con tanto di scritta “trasporto eccezionale” i quali avevano scoperto che, tagliando per il paese, riuscivano a risparmiare un po’ di chilometri.
Nessuno può immaginare il rumore tremendo che emettono quei bestioni quando transitano fuori dalle autostrade: sembrava un terremoto ogni volta e dato che erano immensi, passavano a pelo tra le case. Inoltre, se i più lunghi s’incastravano con regolarità nella stretta curva che conduce alla provinciale, i più alti sradicavano ogni volta il balcone della casa di fronte alla nostra. Una notte uno di quei giganti che trasportava un carico di maiali vivi, sbagliò la curva della piazza e andò a schiantarsi contro la facciata del Comune; i poveri suini si seminarono impazziti dal terrore per tutto il paese, tranne due che rimasero defunti in mezzo alla strada. I setolosi cadaveri scomparvero subito e, qualche tempo dopo, nel negozio della Franca vi fu una vendita straordinaria di salsicce, costolette, lardo e cicciolata a ottimi prezzi.
Un’altra volta, era settembre, alle due del mattino ci svegliammo di soprassalto a causa di un terrifico nonché misterioso rumore.
Quella sera zia Rachele, causa il maltempo, era si era fermata e dormire da noi; perciò ci trovammo simultaneamente tutti e quattro in preda al batticuore, affacciati alle finestre delle nostre rispettive camere.
Il frastuono proveniva dalla curva che portava al torrente e avanzava tumultuante, minaccioso, amplificandosi con rapidità.
”E’ straripato il torrente” urlai tentando di superare il fragore lacerante “Le acque d’un torrente potranno forse muggire, ma di certo non suonano tamburi e campanacci” strillo Leo in risposta.
A un tratto, da dietro la curva, nell’oscurità apparvero tre uomini con stivali e cappellaccio in testa, che battevano ritmicamente dei tamburi. Dietro di loro due, quattro, dieci, trentasette, novanta, centocinquanta mucche con al collo enormi campanacci; tra loro altri uomini stivaluti e cappelluti, che percuotevano latte e coperchi.
“E’ la transumanza!” gridò entusiasta Rachele “Tornano dagli alpeggi al piano, settembre andiamo è tempo di migrar…” “Perché diavolo picchiano sui tamburi?” sbraitò Camilla di pessimo umore, come sempre quando veniva svegliata di botto, guardando con occhio truce la frastornante marea che sfilava lentamente sotto Casa. “Credo per mantenere il ritmo, per rimanere svegli…” rispose Leo. “Svegli loro, svegli tutti, eh?” mugugnai ferocemente convinta che, se l’Imaginifico fosse stato qui, di certo avrebbe spaccato il bastone d’avellano sul cranio di quei mandriani casinisti.
Però, talvolta, in campagna esiste davvero il silenzio. Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo. Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari. Per Leo si tratta di tarli, per Ginotta “a sun le anime del Purgatori ch’a ciamàn preghiere”.
E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?
Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui. E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.
Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi. Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, strosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii. E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri. Altro che solingo fru fru tra le fratte: qui rumoreggia un intero universo.
Al di là del muro che circonda il giardino, ci sono i campi; nel centro dei campi una chiesina minuscola con un minuscolo campanile dedicata a Maria del Formenton, la Madonna del Granturco.
E d’estate, di notte, dai campi giungono raccapriccianti sospiri ansimanti.
La gente dice che lì, anni e anni fa, vi fu una cruenta battaglia che lasciò sul terreno decine e decine di morti, i quali vennero seppelliti in quegli stessi campi sotto la protezione della Madonna.
La gente dice anche che, sino a sessant’anni fa, si vedevano i fuochi fatui uscire dal terreno nelle notti d’estate e che i sospiri ansimanti – gli “sbanfà de mort”- si son sempre sentiti.
Mio padre, ascoltandoli una sera, risolse il mistero. “Macché morti! Li abbiamo anche noi al mare, quei sospiri. Li emette un piccolo rapace notturno, una specie di civetta che fa il nido sull’alto delle torri o dei campanili e nel periodo dell’accoppiamento lancia quello strano richiamo.”
Ma per noi rimasero sempre i sospiri dei morti, le cui anime tristi imploravano una carezza della Signora del Formenton.”
Leo, affacciato alla veranda, guardava il giardino illuminato dalla luna e sospirava ostentatamente. In quel periodo, quando mio marito sospirava in modo ostentato i casi erano due: o stava per incavolarsi, o stava per lanciarsi in uno dei suoi soliti discorsi riguardanti la Casa e la campagna.
Quella volta si trattava della seconda ipotesi: “Ma non vi sentite sereni, qui? Non vi sentire protetti? In questo posto non ci sono solo mura e mobili: qui ci sono le nostre origini; sento le presenze dei nonni, degli zii, di tutti i miei familiari che negli anni hanno abitato qui. Per me questa non è una semplice casa: è un nido”. -“Maledetta bestiaccia!” urlai, meritandomi una fosca occhiata da parte del mio pascoliano consorte. -“Tesoro non dicevo a te” lo tranquillizzai massaggiandomi una gamba. “Anzi, devo darti ragione. Questa Casa è davvero un nido, ma un nido di animali luridi e nefasti”.
Difatti, da quando avevamo iniziato a frequentarla, ci eravamo imbattuti in condomini di sorci pazientemente costruiti nei cassetti dei comò, in manipoli di calabroni stanziati nelle canne fumarie dei camini, in colonie d’immense vespe edificate nelle travi di legno. Avevamo capito ben presto che la Casa e il Paese erano l’habitat ideale per ogni tipo d’insetto aculeato, carnivoro, diurno, notturno, effimero, entomolito o frugifero. Qui allegramente bivaccavano, e bivaccano, afanitteri, coleotteri, ditteri, fisapodi, imenotteri, neurotteri, ortotteri, rincoti, strepsitteri, anopluri, psillidi, fisostici, tisanotteri e tricotteri. Qui anofele, api, formiche, filossere, filugelli, pulci, maggiolini, punteruoli, rolalie, culicidi, mosche, tafani, zanzare, zecche, calabroni, vespe e cimici mantenevano in perfetto esercizio, spesso a nostre spese, tutti i loro aculei, mandibole, pungiglioni, proboscidi, succiatoi e tentacoli.
Ascoltando le mie lamentazioni, Leo faceva la faccetta seccata. E quando mio marito fa la faccetta seccata vuol dire che la sua sensibilità è stata profondamente offesa; qualche volta può anche aver ragione, ma l’idea che in quel momento si fosse offeso perché avevo osato criticare le bestiacce dimoranti nella sua adorata casa, offendeva profondamente me. -“Vorresti forse dire che qui tutto è perfetto e sublime, e che quindi anche le vespe e i calabroni sono esseri meravigliosi?” -“Vorrei solo farti notare che sei tu ad avere un’esagerata avversione nei loro confronti” rispondeva in tono accusatorio. -“Ammetto di aver sempre avuto con gli insetti un rapporto personale particolarmente difficile, ma lo sai che sono allergica a tutte le loro punture. Basta semplicemente la loro visione per farmi star male: inizio a sudare, tremare, insomma provo dei veri e propri attacchi di panico causati dal terrore d’esser pizzicata…” -“Non tutti gli insetti pizzicano” dichiarava implacabile l’entomologo che divide il mio letto.
Sarà.
Un giorno mi trovai sul palmo della mano una coccinella, bellissima, rossa a puntini neri. -“La chiamano Gallinetta del Signore, e dicono che porti fortuna” disse zia Rachele. “Quand’ero piccola e me la trovavo in mano, le recitavo una filastrocca; poi esprimevo un desiderio e lei volava subito via per andare a esaudirlo” Dato che, accidenti a me, sono fondamentalmente una giocherellona, tendendo la mano su cui stava posteggiata la coccinella, chiesi alla zia di recitare la filastrocca: “Gallinetta du Signur, vula vula al Criatur, te darò vùn saacch ‘d ris, vula vula in Paradis“. Espressi il desiderio, soffiai delicatamente sulla bestiola e lanciai un ululato selvaggio. Sul palmo della mano, al posto della coccinella che avevo scaraventato chissà dove, c’era un taglietto rosso e profondo: la Gallinetta du Signur m’aveva azzannato.
Ma per Leo le mie erano solo fisime. Quando, i primi tempi, insisteva a decantare le bellezze dei paesaggi campestri ricchi di fiumicelli, torrentelli, ruscelletti e stagnetti, non si rendeva conto che tutta quell’acqua che abbelliva la vegetazione rendendola verde e brillante, contemporaneamente contribuiva a sfornare tonnellate di larve d’insetti immondi come le zanzare. Non sono più quelle di una volta, che facevano zzzzz e le sentivi, potendo così inseguirle e spiaccicarle sui muri: ora sono muti zanzatàci, probabile frutto di relazioni illecite coi pappataci. Ed è per questo che, all’improvviso, ti trovi sulla pelle prima un segno rosso, poi un ponfetto molto pruriginoso e infine una dolorosissima bolla simile a quelle delle bruciature, gonfia tutto intorno e piena di siero giallastro.
Dovevo però riconoscere che gli insetti servivano a rendere altamente culturali i dialoghi tra nostra figlia e noi: -“Ma a che cosa servono le zanzare?” domandava grattandosi furiosamente un braccio, mentre sui suoi disegni apparivano mostruose creature piene di ali e zanne. -“A sfamare le rondini, Camilla” rispondeva suo padre. -“Ma va’ là: oggi di rondini non ce ne sono più, e quelle poche rimaste ormai sindacaliste che han fatto un tavolo con le zanzare” ribattevo sarcastica io, spalmandomi addosso litri d’estratto di citronella. -“E quelle sceme di vespe, a cosa cavolo servono?” ridomandava Camilla in lacrime ogni volta che entrava in collisione con qualche pungiglione. -“A impollinare i fiorellini” era l’aulica risposta, immediatamente seguita dall’urlo: “Camilla, non dire parolacce!”.
Quando Leo declamava: -“Ma non vedete che meraviglia quei prati dove pascolano i vitellini e corrono liberi i cavalli?”, non arrivava a capire che, se vitellini e cavalli sono animali senza dubbio graziosi, la loro presenza comporta obbligatoriamente anche quella d’altri animali decisamente nefandi. Una mattina, seduta in giardino, leggevo tranquilla il giornale quando qualcuno m’inferse una pugnalata sopra la caviglia sinistra; abbassando gli occhi vidi una lunga scia di sangue che, veloce e arzilla, stava raggiungendo il mio piede. Lo so che una vera signora è colei che riesce a rimanere imperturbabile in qualsiasi occasione, senza lasciar trasparire alcun moto dell’animo; ma che volete, la campagna rilassa i freni inibitori e perciò strillai terrorizzata: “M’ha morso una vipera!”. Simile a un cavaliere antico galoppante in soccorso d’una damigella in pericolo, mi trovai a fianco un ansante Giacomìn brandente non una spada scintillante, bensì la solita roncola. Dopo aver osservato con estremo rispetto la mia ferita, tirandosi il cappello sulla fronte diagnosticò: -“Ciùmbia! L’ha sgagnàda un tavàn.” -“E allora?” -“E alùra le verrà un’infeziùn, perché i tavàn a mordu vacc e cavàll propri ‘n ‘tel vene, inscì i micrubi circulano mej.” Non mi seccò tanto il fatto che il tafano m’avesse scambiato per una mucca o un cavallo quanto il fatto che, a causa dei “micrubi” iniettatimi via endovena, mi venisse una gamba rossa e gonfia come un prosciutto, decorata da una purulenta piaga bollente e che dovessi restare a letto con la febbre a 39° per una settimana filata.
L’Ubaldo, ogni volta che veniva a trovarci, annunciava fiero: -“Ho trovato il sistema per far fuori tutte le bestiacce cattive che fan la bua alle mie belle bimbe”. Era specialista in reperire macchinari sofisticatissimi oltreché pericolosissimi: spray che titillavano dolcemente le nari agli insetti, mentre in compenso rischiavano di eliminare tramite asfissia gli umani che li spruzzavano, o aerodinamici fornelletti sui quali stava scritto “aerare il locale prima di soggiornarvi” così tutti, onde evitare d’addormentarsi per sempre in una camera a gas, erano obbligati a spalancare le finestre nell’atto cordiale di far entrare miriadi d’altre bestiacce in attesa. Una volta arrivò con una grande lampada dalla luce azzurrina: -“La metti la sera in veranda, così potrai soggiornarci tranquilla”, ma tranquilla non ero per niente a causa dei continui, sinistri sfrigolii dati dagli insetti che, attratti dalla luce, finivano fritti in inquietanti nuvolette di fumo. Un’altra volta mi portò un grosso vaso di coccio; un orcio tozzo e grasso, dall’imboccatura minuscola: -“Questo è un insetticida ecologico. Si riempie di birra o vino e zucchero; si appende in alto e così tutte le bestie cattive ci cadono dentro, s’ubriacano e non escono più. Il giorno dopo si getta via il contenuto, e si riappende.” In effetti il giorno dopo il vaso straboccava di centinaia d’insetti annegati; era talmente rivoltante, che fu gettato via intero insieme a tutte le salme.
Nella nostra Casa-Nido imparammo anche che se il modo di dire “noioso come una mosca” è giusto, perché le mosche sono noiose al cento per cento e spesso anche al trecento per cento, dire “zitto e mosca” invece è sbagliato, perché le mosche zitte non stanno mai. Se quando svolazzano tenti di ignorare il loro insistente ronzio, si offendono terribilmente e perciò aumentano il fracasso prendendo a zuccate i vetri delle finestre o entrandoti direttamente nelle trombe d’Eustachio. Se continui a far finta che non esistano, ti si posano addosso, ti si infilano nelle narici e negli occhi, si tuffano nel bicchiere da cui stai bevendo o planano leggiadre sulla forchetta che ti stai infilando in bocca. Avevamo sparso per Casa decine di palette schiacciamosche, che alle mosche facevano un baffo mentre, in mano a Camilla, si tramutavano in micidiali armi improprie da sbattere ovunque: nel piatto in cui mangiava la mamma, sulla cervicale della nonna, sul sedere di papà, finché sospettammo che non si trattasse tanto di caccia alle mosche, quanto di vendette private.
Riguardo le tarme, invece, all’inizio demmo la colpa ai vecchi armadi pieni di vecchie stoffe scoprendo poi che, una volta eliminate le vecchie stoffe, alle tarme andavano benissimo anche le nuove. La prima volta che mostrai alla Ginotta gli artistici buchi che un probabile centinaio di laboriose fauci aveva creato in una mia splendida camicietta di flanella, mi sentii chiedere in tono d’accusa: -“Ma questa camisètta, viàlter la g’avii esposta a la rosàda de San Giuàn?”. -“In città non vi sono molti prati dove sia possibile stendere i vestiti affinché si detarmizzino con la rugiada della magica notte del 24 giugno…” risposi sottilmente spiritosa. -“Manco un poggiolo?” insisté la signora sardonica. Non avendo voglia di polemizzare su una questione di credenze popolari, chiesi con lo sguardo aiuto a zia Rachele, donna notoriamente colta e dotata di razionale buon senso, la quale mi venne subito in soccorso affermando in tono professorale: -“Suvvia, Ginotta: non capisce che quella della rugiada miracolosa è una stupida superstizione? Invece è ovvio che, se quella camicetta è stata mangiata dalle tarme, è perché è stata comprata di venerdì”.
E se le tarme erano antipatiche, le formiche si dimostrarono da subito odiose. Seguendo l’antica regola “per combattere il nemico impara a conoscerlo”, mi procurai un testo altamente scientifico in cui scoprii che le formiche si dividono in maschi, femmine e operaie. Pare che i maschi abbiano un carattere molto nervoso, depresso e insicuro, forse perché muoiono subito dopo la fecondazione delle uova; le femmine copulano, partoriscono e combattono, mentre le operaie sono le uniche che lavorano. Premetto subito che nutro un profondo rispetto nei confronti della classe operaia; non tollero solo quella a sei zampe, composta da minuscole rompiscatole le quali, per portare la pappa a chi passa la vita a goduriare o a litigare, infestano praticamente tutte le stanze della Casa.
La mia lotta personale contro le formiche fu coadiuvata dai mille consigli che ogni abitante del Paese decise di elargirmi: vi fu chi disse di cospargere i luoghi da loro prediletti con foglie di geranio, chi affermò che le formiche detestavano la menta, chi ancora che erano allergiche alle foglie di pomodoro. Il Don mi consigliò il borotalco, il Sìndich le scorze d’arancia, la moglie del Maresciallo dei sacchetti di tulle pieni di cannella e chiodi di garofano. Anche quando facevo la coda nel negozio della Franca, tutti gli avventori, perfettamente a conoscenza del mio dramma, erano prodighi di suggerimenti: -“Madamìn, metta un ramm del betulla tul tècc e le furmighe scapperàn”. -“Macché! La deve mètt dal purtùn d’ingrèss trèdes limùn spantegà de pèver.” -“No, l’unica manéra l’è recità una novena a Sant’Antonio”.
Stranamente Ginotta in questa occasione non mi fornì nessuna ricetta magica, e si limitò a risolvere il problema delle formiche stazionanti sul tavolo della cucina schiacciandole con le mani e creando un purè all’aroma di formaldeide.
Però, secondo Leo, la campagna restava un luogo salubre e ricostituente; forse è per questo che in Casa bivaccavano ragni sanissimi e grossi come zuppiere. Rachele e Ginotta rischiarono più volte l’infarto a causa degli improvvisi strilli lanciati, a rotazione e all’improvviso, da me e Camilla: “Aiuto, che schifo!”. Le due povere donne arrivavano di corsa e ci trovavano regolarmente appiattite sulla parete opposta a quella su cui troneggiava un ragno di centimetri 15 per 20, dalle otto lunghissime gambe attaccate a un corpo minuscolo. -“Fa pa’ nula” diceva una “l’è un ràgn da polvere…” -“Ma è enorme!” -“Però è innocuo” diceva l’altra. -“Ma mi guarda!” -“Uh, màma, la gatta la me varda! E vardala ànca ti! Me varda pù lè che mi… Femminucce fifone, quante storie per dei ragnetti!” ridacchiava Leo, immediatamente prima di mettersi a sbracciare nell’aria come uno sciamannato gridando isterico: “Toglietemela di dosso, toglietemela di dosso!”, perché il maschietto coraggioso era finito con la faccia in una ragnatela grande come un’amaca.
Ma mio marito insiste tuttora a ignorare questi problemi. Quando passeggiamo da soli nei prati, continua a sussurrarmi all’orecchio paroline dolci. Raffinato maschio di città convertito alla rude campagna, sente prepotente il richiamo della foresta e tenta, indarno, di persuadermi alle gioie della camporella. In realtà confesso di aver sempre invidiato le coppie protagoniste di tanti film romantici, le quali prima corrono a gambe e piedi nudi ridendo a bocca aperta tra macchie, fratte e granturco, poi rotolano abbracciate nel profumato sottobosco e infine piombano su un soffice covone di fieno per scambiarsi tante tenerezze. In realtà so benissimo che se mi mettessi a correre a piedi nudi sull’erba, sicuramente li poserei su puntutissimi sassi, calpesterei carogne non ben identificate o vespe intente a ciucciare fiori di trifoglio, spiaccicherei lucertole e infine, ne son certa, li immergerei sino alla caviglia in enormi boasse di mucca. Io sono sicura che, se corressi in mezzo a un prato ridendo a bocca aperta, inghiottirei immediatamente un calabrone; se entrassi in un campo di granturco riuscirei sicuramente a cacciarmi un canocchio in una pupilla; se mi sdraiassi sul sottobosco verrei scalata da formiche rosse, masticata da cimici, assalita da scorpioni, abbordata da vermi e vellicata da lumache. E poi, come diavolo è possibile nelle campagne d’oggi tuffarsi dentro soffici covoni di fieno, quando questi hanno tutte le forme tranne quella di covone? Sono sferici, ovoidali, piramidali, cubici, nonché perfettamente foderati di durissima plastica.
Per questo Leo dice che non sono romantica, che ho perso del tutto la parte selvaggia, primitiva del sesso e mi domanda: “Secondo te come facevano Adamo ed Eva in quella grande campagna che era il giardino dell’Eden?”. Semplice: non lo facevano. Appena provarono a cogliere la mela, furono cacciati via e costretti a vivere al riparo, con un tetto sulla testa e un pavimento coperto di stuoie. Infatti non fu per caso che, solo lì, riuscirono finalmente a fabbricare Caino e Abele.
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