U Garibaldi a l’è Maciste! Una Curiosità del Monumento di Genova Quarto

(foto ©Quartodeimille)

Chi è solito percorrere l’Aurelia da Genova verso Levante, chissà quante volte sarà passato a Quarto davanti al monumento dedicato ai Mille  senza mai soffermarsi a osservarlo con calma e scoprirne una piccola curiosità che non tutti conoscono.

Per farlo occorre guardarlo dal davanti (visto che dà la schiena alla strada) e cercare d’immaginare la gran folla di persone e barche che la mattina di mercoledì 5 maggio 1915 gremiva il piazzale e il mare di fronte allo “scoglio”, in attesa di assistere all’inaugurazione.

Il progetto dello scultore Eugenio Baroni era risultato vincitore fra 52 bozzetti, ed era ispirato all’ “Inno di Garibaldi” di Luigi Mercantini: “Si scopron le tombe, si levano i morti…

Gli eroi garibaldini infatti erano (e sono) rappresentati in gruppo compatto di uomini nudi, capeggiati dal Generale colto nell’atto solenne di scrutare l’orizzonte del mare, mentre su di loro è sospesa una figura femminile dalle braccia arcuate che giunge le mani, come un serto: la Gloria.

L’attesa era tanta, e gli animi non particolarmente sereni; erano quelli giorni politicamente bollenti, si attendeva da un momento all’altro l’annuncio dell’intervento in guerra e il Re e l’allora Presidente del Consiglio, Salandra, avevano preferito non presenziare.

La scena così fu tutta dell’oratore ufficiale, Gabriele D’Annunzio, appena tornato in Italia dalla Francia; il suo discorso che iniziava “Maestà assente e presente del Regno d’Italia, Popolo grande di Genova, Corpo del risorto San Giorgio, Liguri delle due Riviere e d’oltregiogo, Italiani d’ogni generazione e confessione, nati da un’unica Madre, gente nostra, sangue nostro, fratelli...”, fu una solenne e ufficiale dichiarazione interventista.

E appena l’enorme drappo amaranto che copriva il monumento fu levato, dalla folla si levò un “Oooh!” ammirativo, e il boato degli applausi coprì l’immediato seguente mormorìo:
Ma ‘u Garibaldi a l’è Maciste!

Infatti il Baroni aveva scelto come modello della massiccia figura dell’Eroe dei Due Mondi un altro eroe molto amato dall’Italia d’allora: Bartolomeo Pagano, classe 1878, nato a Sant’Ilario e gigantesco camallo del porto di Genova, voluto dal regista Giovanni Pastrone come interprete del personaggio di Maciste nel celeberrimo “Cabiria” (1914).
Lo stesso D’Annunzio ne aveva scritto la sceneggiatura, inventato i nomi dei protagonisti e composto le didascalie, guadagnandoci 50.000 lire in oro.

Pagano, invece, come attore non professionista fu pagato pochissimo, ma il suo personaggio da macho buono e invincibile ebbe un successo straordinario in tutto il mondo tanto che, in 15 anni, girò 29 film: Maciste atleta, Maciste imperatore, Maciste alpino (sì, penna nera ed eroe di guerra: d’altronde è del 1916, pieno conflitto), Maciste sonnambulo, Maciste innamorato, Maciste contro lo sceicco, Maciste contro Maciste eccetera.

Ritiratosi dalle scene nel 1929 per problemi di salute, Bartolomeo Pagano morì nel 1947 nella splendida casa di Sant’Ilario ove aveva investito quasi tutti i suoi guadagni: come si chiamava? Ma Villa Maciste, ovvio.

© Mitì Vigliero

Il Pollo alla Garibaldi di Ne

Quando Federico Barbarossa venne in Italia, subì una tale serie di sconfitte che gran parte dei suoi soldati decise di mollarlo e di stabilirsi vita natural durante nelle verdeggianti vallate dello stivale, prediligendo in particolare quelle non troppo lontane dal mare.

Uno di questi soldati si chiamava Grunbauer e scelse come dimora la Val Graveglia, nella Liguria di Levante.

Passarono i secoli e il cognome sassone dei numerosi discendenti del soldato venne man mano storpiato, addolcito, facilitato, insomma italianizzato sino a tramutarsi in Garibaldi.

Infatti moltissimi abitanti di Ne, uno dei centri principali della Val Graveglia, si chiamano così e proprio a Né nacque la famiglia del Garibaldi più famoso del mondo il quale, nel 1864, venne eletto al Parlamento Italiano proprio grazie ai voti degli abitanti della Val Graveglia.

E a Ne è dedicata a Garibaldi anche questa meravigliosa, profumatissima, semplice ricetta a base di pollo:

1 pollo pulito e tagliato a pezzi piccoli
150 gr di olivette nere
2 litri di brodo di carne (anche di dado, basta non sia vegetale)
2 foglie di alloro
1 rametto di salvia
1 rametto di rosmarino
1 pomodoro maturo
1 bicchiere di vino bianco secco
olio
burro
sale.

In una casseruola mettere burro e olio; farvi soffriggere le olive e l’alloro, sino a quando saranno dorati.
Aggiungere i pezzi di pollo, salare e rosolare.
Unire il vino bianco, le olive e i sapori tritati insieme al pomodoro.
Rosolare e mescolare velocemente.
Appena il vino sarà evaporato, unire il brodo sino a coprire completamente il pollo: mettere un coperchio e cuocere lentissimamente per due ore circa.

©Mitì Vigliero