Non morimmo, ma fummo

Le lapidi di Aquileia

Visitando uno qualunque dei tanti cimiteri monumentali italiani, si leggono spesso antiche iscrizioni lapidarie assai reboanti; non v’è uomo che non sia stato in vita “ottimo, onesto, integerrimo”, né donna che non abbia mostrato “pudore, serietà, dedizione”.

Ma quasi mai quelle lapidi, a meno che non appartengano a musicisti, scrittori, eroi e personaggi illustri in genere, indicano ai posteri il ruolo che il defunto ebbe nella società.

Non leggiamo mai, che so, “Sempronio Bianchi – postino” o “Tizia Rossi – cuoca”; di loro sappiamo solo che furono padri, madri, figli amorevolissimi, possiamo vederne i volti in foto sbiadite, ammirare magari le statue che ne decorano le tombe: angeli, figure velate, piangenti.

Invece vi fu un tempo in cui le lapidi sepolcrali mostravano il defunto ancora nel pieno delle sue forze, raffigurato in vitale attività, qualunque essa fosse: e le iscrizioni raccontavano con fierezza i mestieri svolti, anche i più umili. 

In epoca romana era del tutto diversa la concezione del ciclo vitale; per noi la tomba annuncia la fine, la cancellazione di tutto ciò che abbiamo fatto o vissuto.

Per i Romani era invece una testimonianza continuativa: gli scritti sulle loro lapidi non annunciano mai la morte di qualcuno, ma dicono solo che visse tot anni e che fu qualcosa, illustre medico o semplice vasaio non importa.

Per rendersene conto basta recarsi al Museo Archeologico di Aquileia; lì la “lanifica Trosia Hilara”, tessitrice e cucitrice di lane, a distanza di secoli dice ancora che era una “circulatrix”, lavoratrice che si recava a domicilio.

Lucio Canzio Acuto invece, affinché non vi fossero dubbi sul suo mestiere di bottaio, fece incidere sul suo monumento – oltre gli strumenti da lavoro quali ascia, falcetto, raspa, roncola, tutti posti attorno alla cornice della lapide – proprio nel centro una bella botte panciuta.

Nonostante la sua giovanissima età, 17 anni, Caio Cornelio Successo di mestieri ne ebbe due: sull’ara funebre è ritratto da un lato in divisa da soldato, dall’altro nell’atto di sventrare un maiale, fiero di  essere un norcino.

Macellaio fu invece Lucio Sestilio Crescente; sul suo cippo volle tutti i suoi arnesi: il gancio uncinato per appendere la carne, il “marrancio” per tagliarla in quarti, il coltello per cavarne fette.

Vi è poi un Timoniere, serio, severo, solenne nell’asciuttezza tipica dell’uomo di mare; indossa la toga e mostra, scolpiti sul listello della stele, i suoi strumenti: l’ancora e il timone.

In un frammento di sarcofago un Banchiere è eternamente affacendato a contare i suoi “nummi”, le monete, che conservava al sicuro in una robusta cassaforte dai piedi rialzati e imbragata con lamine di ferro come quella sulla quale posa la mano il Cassiere che la costruì, e che volle essere immortalato per sempre insieme ad essa.

E infine la stele di Bassilla, “mima” (danzatrice) morta in Aquileia durante uno spettacolo.

E’ ritratta pettinata “ad elmo”, secondo la moda del III secolo; i suoi colleghi dettarono una lunga iscrizione in metrica greca che si conclude con la quieta esortazione: “Fatti animo, Bassilla: nessuno è immortale“. 

©Mitì Vigliero