Traffico antico sulle strade di Genova: dai muli agli omnibus, costi, tasse e leggi

In epoca di prolificanti balzelli, restrizioni e caos perenne riguardanti il traffico dei nostri mezzi di locomozione, è interessante dare uno sguardo al passato per vedere cosa accadeva ai nostri avi coi mezzi di trasporto che allora avevano a disposizione.

Ad esempio a Genova nel 1198 un cavallo costava 25 lire e un mulo 16 : cifre altissime, a disposizione di pochi.

Ma nemmeno un secolo dopo i prezzi erano più che dimezzati : un mulo ultimo modello si poteva tranquillamente trovare a lire 4.

Ergo se ne acquistavano di più, muniti oltretutto del libretto di manutenzione scritto dall’annalista Jacopo Doria , il “De pratica equorum, trattato di veterinaria in 50 capitoli di cui il primo inizia così: “Dopo che hai un cavallo presso di te, fa dire una messa a Sant’Ippolito e nulla ti accadrà”.
Una sorta di bollo dell’Assicurazione profumato d’incenso, insomma…

Con l’aumentare degli equini circolanti in città, i tempi divennero maturi per inventare una tassa tutta per loro.

La prima della storia fu del 1402; i Padri del Comune ottennero da tutti quelli “che teneano muli e cavalli” la somma annua di lire 800.

Poco per volta si diffusero altri mezzi di locomozione come le carèghe (semplici seggiole o poltroncine) , le lettighe (sorta di cabine con tettuccio e pareti) e le bussole (lettighe con porte e vetri ai finestrini) tutte e tre sorrette e portate in giro, tramite lunghe stanghe poste davanti e dietro, da due muli o da due servitori.

Ufficialmente dovevano servire per raggiungere “con minor disagio le villeggiature” distanti qualche miglio dalla Superba.

Ma nel 1602 il medico veronese Bartolomeo Paschetti annotava scandalizzato che le donne genovesi erano invece “vaghissime di farsi portare in carèga per ogni breve cammino che facciano; le lettiche si adoperano etiandio per andare per la città, nelle chiese et in visita di parenti o amici; et l’usa hoggidì per certa vana grandezza ogni giovane donna, benché sana nella persona”.

Il nobile Andrea Spinola lamentava che tra tasse e manutenzione “il tenere una lettica costa 1000 lire l’anno” e “chi ha lettica ha da far conto di doverla prestare molto spesso, e nol facendo non mancano gronde (facce offese). Il bello poi è che non di rado vi è chi la domanda per andare fino a Serravalle”.
E inoltre, se i muli non si lamentavano, i lettighieri umani – pur essendo quasi tutti schiavi – erano particolarmente “insolenti” e si rifiutavano di “svolgere altri servitii in casa”.

Le autorità comunali tentavano, allora come ora, di arginare il traffico sia con pene severe per chi circolava nelle prime ore della notte, sia colpendo con tasse mascherate da “multe suntuarie” (che colpivano gli eccessi di lusso) i proprietari di lettighe troppo sfarzose e trainate da 4 portantini anziché 2.

Lo stesso valeva per le carrozze (a 2, 4, 6, 8 tiri), che in strade strette come quelle genovesi causavano oltreché problemi di viabilità anche morti e feriti.

Sino all’800 alle carrozze fu ufficialmente proibito transitare per il centro, salvo “particolarissimi permessi” che venivano però – allora come ora –  elargiti in gran numero dietro lauti pagamenti o per semplici favori ad amici e parenti.

E i mezzi pubblici?

Dalla metà dell’800 iniziarono a circolare gli  Omnibuscavalli, il cui severissimo e politicamente scorretto Regolamento Ufficiale, nel 1841 dichiarava:

Le persone indecentemente vestite, quelle riconosciute affette di alienazione mentale o di infermità visibili e tali da recare incomodo altrui, quelle che tramandassero cattivo odore e infine i fanciulli lattanti non sono ammessi negli Omnibus”.

© Mitì Vigliero