Camogli: Una Poesia E Una WebCam

 

 

 (Immagine tratta dalla webcam di Camogli)

 *

 Camminare piano, per non interrompere
il silenzio della borgata;
ricerca di pace, meglio di un santone
quel gatto rosso che dorme
acciambellato sulla rete
o la visione di una nassa abbandonata
incrostata di alghe e muscoli.
Mi chiedo da che punto di vita sia capitata
in questo acquerello di Liguria
dove il sole fa la gibigianna
sulle foglie degli ulivi.
Dal mare sale con la risacca
un urlo di sirena, saluto di mariti
alla Casa delle Mogli sempre sole.
Attendo il crepuscolo e con lui
il ritorno
dei pescherecci stanchi
scortati dai gabbiani.

(© Mitì Vigliero, da Teatrino)

In ricordo di Sem il gatto. E di tutti gli amici a quattro zampe che abbiamo amato

Dedicato a tutti quelli che sanno piangere per i loro amici a quattro zampe.

paradisoanimali
C’è una frase che non ho mai potuto sopportare; un modo di dire che di solito si usa quando si incontra una persona particolarmente, insolitamente triste: “Che hai, ti è morto il gatto?”.

Vorrebbe essere una battuta scherzosa, ma è solo stupida.Oggi sono particolarmente, insolitamente triste; e se qualcuno osa dirmi quella frase idiota, io gli rispondo: “Sì, e tu sparisci prima che ti dia un cazzotto”.

È morto il mio gatto; me lo aspettavo, aveva 19 anni e 11 mesi. Lo sapete quanti sono per un gatto? Un miracolo sono. Solo i siamesi e rari soriani a volte raggiungono età del genere; gli altri no, per mille motivi.

Ma Sem era robusto, forte, sano: era nato nei fondi della piscina di Ruta di Camogli.

Sem-il-rosso

Era rosso, tigrato, il classico gatto ligure, massiccio, dalla faccia rotonda e gli occhi gialli. Quando lo portai a casa stava nel taschino di una camicia; un anno dopo pesava dieci chili e il collo di quella camicia, abbottonato al suo, gli stava stretto.

Un gatto bello, simpatico, un amico; ho scritto dodici libri e centinaia di articoli con lui a fianco, spesso seduto a lato dell’Olivetti 22 prima e del computer poi.

Se l’argomento lo annoiava, si sdraiava dandomi la schiena; se gli piaceva, contribuiva schiacciando tutti i tasti preso dall’entusiasmo. Era l’unica presenza viva in casa durante il giorno: con lui parlavo, mi rispondeva, capiva.

Se ero triste allungava una zampa e me la passava sulle guance come a dire “Ci sono io qui, stai tranquilla”. Se ridevo, rideva anche lui a modo suo, ovvio, mettendosi a correre come una matto su e giù per il corridoio, in speciali danze di gioia.

Giocava per ore a pallone come portiere facendo parate incredibili; impazziva di gioia quando al momento della pappa urlavo “pèsciu!”, rigorosamente in genovese: il termine “pesce” lo lasciava indifferente; non ricordo che abbia mai compiuto un disastro in casa.

Delle sue nove vite, ne ha usate tre; la prima per un blocco renale causato dai croccantini, la seconda per un ictus e la terza per l’unica malattia che non si può curare: la vecchiaia. Era diventato il classico anzianissimo: sordo, rimbambito, incontinente, rompiscatole, ma sempre affettuoso.
Però ad un certo punto non ce l’ha fatta più.

Quando sono nata, in casa c’era un cane; sono cresciuta con altri cani e poi gatti. Volata via dal nido a 22 anni, qualche mese dopo ho trovato Sem, “bestio” tutto mio. Posso dire che siamo diventati grandi insieme.
E mi manca ancora da impazzire.

Lo so, molti di voi storceranno il naso dicendo “Sono solo animali”.
Lo so anch’io cosa sono: ma contesto quel “solo”.

Chi ama veramente cani e gatti sa che si tratta di esseri viventi assai simili all’uomo; anzi, in molti casi molto più simpatici e onesti di lui, capaci di ricambiare davvero e senza condizioni affetto e fedeltà.

Quando entrano a far parte di una famiglia “giusta” (non di quelle che – passato il primo slancio di tenerezza dato dal cucciolino vezzoso – lo abbandonano sulle autostrade) di quella famiglia diventano effettiva parte integrante.

Da me almeno è sempre stato così: ricordo quando mia madre, iscrivendo me e mio fratello rispettivamente alle elementari e all’asilo, consegnò i nostri certificati di vaccinazione alla Preside la quale, dopo aver dato loro un’occhiata, le disse: “Mi dica, signora: i bambini sono stati vaccinati contro la rabbia, la leptospirosi, il cimurro, gli ascaridi… Devo tenerli in classe con la museruola, o hanno frequentato un regolare corso d’addestramento?”

Perché allora anche Amì, il nostro pointer, era considerato uno di famiglia: praticamente un figlio.

© Mitì Vigliero