Toccaferro in Pillole- I Numeri. Dal Giochino Per Trovare Quello Fortunato alle Credenze, Superstizioni e Curiosità

“Il numero è principio di ogni cosa; le cose non sono altro che numeri”, diceva Pitagora.

E coi numeri l’umanità ha sempre avuto a che fare, dando loro l’importanza che si meritano e facendone perciò  motivo di cabale e credenze.

Come questo vecchio “giochino”, perfetto per distrarsi in queste torride giornate agostane.

Per ottenere il nostro numero fortunato bisogna sommare i numeri del nostro anno, mese e giorno di nascita.

Ad esempio: siete nati il 5 luglio 1957 (data a caso ;-)?
Sommate 5+ 7 (mese di luglio) + 1957.
Otterrete 1969.
Sommate 1+9+6+9, e avrete 25; 2 + 5 = 7.

E il 7 sarà il vostro numero, insieme a tutti i suoi multipli e a tutti quei numeri che, sommati insieme, daranno come risultato il 7.

L’significa “il migliore”;  2 “equilibrio”; 3 “perfezione”; 4 “vita”; 5 “amore coniugale”; 6 “bontà”; 7 “forza e sacralità”; 8 “solidità” e 9 “potere celeste”.

Il 3 è il massimo in quanto “faustitudine”; le religioni tutte (non solo la Cristiana) lo consacrarono come numero perfetto (lui e i suoi multipli e sottomultipli. Magico addirittura il 33). E anche nella vita quotidiana è importante; alle aste gli oggetti vengono assegnati al terzo colpo di martello, le partenze dei giochi dei bimbi vengono scandite da “1…2…3!” ecc.

Fausto è ovunque il 12, perché favorisce gli affari; infatti molte cose ancora oggi vengono conteggiate e vendute a dozzine, così come la pertica (unità di misura dei terreni) è divisa in 12 piedi. E poi è fausto nello scandire la vita umana: 12 i mesi dell’anno, 12 le ore della notte e 12 quelle del giorno, 12 i segni dello zodiaco.

Il 4  invece solo dai Giapponesi è considerato un terribile menagramo riguardo alla salute; in nessuna clinica o ospedale nipponico troverete una camera segnata con questo numero. Questo forse perché l’ideogramma si pronuncia shi come l’ideogramma (pur scritto in modo diverso) che significa morte

Il 17 è universalmente considerato portasfortuna, tranne per chi lo ha nella data di nascita.

Il motivo non è mai stato chiaro; forse a causa dei romani, che lo scrivevano XVII il cui anagramma è VIXI, ossia “vissi”, ergo “non vivo più”.

In Europa considerano il 13 numero fortunato solo per i giocatori .
Per tutto il resto viene guardato malissimo; esiste addirittura una forma neuropatica che definisce l’avversione per il numero 13.
Si chiama Triscaidecafobia.

Soprattutto i paesi di cultura anglosassone lo odiano, il 13: forse l’origine è ricercarsi nel fatto che un tempo il boia prendeva come onorario a ogni sua “prestazione” uno scellino e un penny, ossia 13 pence.

E l’America pullula di triscaidecàfobi: in parecchi alberghi o condomìni mancano le camere o gli interni 13; addirittura in certi ascensori di grattacieli il 13° piano non esiste (sulla pulsantiera). E guai essere 13 a tavola (13 il numero dei commensali dell’Ultima Cena).

Curiosamente però, sulla loro banconota da 1 dollaro troviamo il Gran Sigillo degli Stati Uniti composto da una piramide tronca di 13 gradini e da un’aquila, con coda di 13 penne, coperta da uno scudo con 13 strisce e  stringente in un artiglio 13 frecce e nell’altro un ramo con 13 foglie mentre sulla sua testa luccicano 13 stelle.

 

© Mitì Vigliero

I Pacciughi di Coronata: Storia d’Amore, Gelosia, Trucido Assassinio e Miracoloso Happy End

A ponente di Genova, sopra Cornigliano e sulla riva destra del Polcevera, si erge il colle di Coronata.

Sulla vetta di questo già nel IX secolo venne eretta una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo; a fianco a questa, nel 1157, ne sorse un’altra in onore di “Mariae de Colunata” e infine nel 1500 i due edifici vennero uniti in un unico Santuario.

La Madonna di Coronata è considerata dai genovesi una delle loro massime protettrici; invocata in caso di guerre, epidemie, cataclismi vari, è notissima però anche come Nume tutelare degli innamorati.

E ora vi racconto il perché.

Si racconta che a Genova, nel sestiere di Prè, vivessero un marinaio detto Pacciugo con la moglie Pacciuga; erano tranquilli e felici sino a quando lui, viaggiando verso l’Oriente, cadde prigioniero dei Turchi e condotto schiavo in Algeria.

La Pacciuga, disperata, ogni sabato si recava a piedi al Santuario per supplicare la Madonna di far tornare il suo sposo.
Trascorsero 12 lunghissimi anni e un bel giorno, ovviamente di sabato, Pacciugo tornò a Prè.

Non trovando la moglie in casa, domandò a una vicina dove fosse; questa, carogna, gli fece malignamente intendere che da quando lui era partito la Pacciuga, ogni santo sabato che cadeva in terra, si metteva tutta elegante e se ne andava a un appuntamento chissà dove e chissà con chi

Pacciugo, che in schiavitù aveva imparato ad incassare e tacere, quando finalmente fu riabbracciato dalla Pacciuga le propose di andare insieme il giorno dopo a ringraziar la Madonna di Coronata per la grazia ricevuta; sarebbero andati in barca sino a Cornigliano e da lì, a piedi nudi come veri pellegrini, avrebbero affrontato l’erta salita del monte fino al Santuario.

La mattina seguente in barca, appena furono fuori dal porto, Pacciugo smise di remare e iniziò a insultare urlando la moglie, accusandola di tradimento e condotta riprovevole.

Fuori di sè, la strozzò; poi legò il corpo a un sasso e lo scaraventò in mare.

Sbarcato a Cornigliano però venne preso da un feroce rimorso e corse al Santuario per invocare perdono; ma appena entrato vide, genuflessa di fronte all’altare della Vergine, la moglie viva e vegeta che gli raccontò che appena caduta in mare, due mani invisibili l’avevano salvata trasportandola per l’aria e depositandola nel Santuario.
Insomma, un miracolo.

E una leggenda.

Se vi recherete nel bel Santuario di Coronata, troverete fra gli ex voto deliziose tavole dipinte  che ritraggono la truce storia a lieto fine e, in una nicchia, le due statue affiancate del Pacciugo e della Pacciuga , elegantissimi nel costume tradizionale genovese.

E, come scrisse Remo Borzini:

Di notte, quando la chiesa è vuota, le immense navate sono buie come le stive e gli ex voto sembrano brillare di luce propria come stelle, allora questi coniugi di cartapesta raccontano alla Madonna tante cose.
Lei le parla di Prè, dei dodici anni di attesa, del basilico coltivato sul davanzale per fare il pesto al Pacciugo non appena fosse tornato etc etc.
Lui le racconta le storie dei turchi, e ogni notte ne ha una nuova.
E la Vergine ancora oggi ascolta e sorride
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© Mitì Vigliero

Perché si dice “Agosto Moglie Mia Non Ti Conosco”, “Canicola” e “Mettere Le Corna/Essere Cornuto”

“Agosto moglie mia non ti conosco” è forse uno dei proverbi italiani più strani e buffi che esistano.

Deriva dall’antica credenza che per gli uomini fosse estremamente dannoso per la salute avere rapporti sessuali con temperature elevate.

Ma era cosa difficilina evitarli perché, come scriveva Esiodo, l’astro di Sirio proprio ad agosto accentuava il languore passionale delle donne: per colpa della “Canicula” (altro nome di Sirio, stella più grande della costellazione del Cane Maggiore) in agosto “le donne son tutte calore e gli uomini tutti fiacchezza”.

Altra spiegazione indubbiamente più logica era quella che, rimanendo gravide in questo mese, le donne avrebbero partorito a maggio, mese inderogabilmente dedicato alla semina e ai lavori nei campi; faticose manovre nelle quali le “braccia” di tutti, anche quelle femminili, erano estremamente necessarie e una partoriente al nono mese o una novella puerpera non avrebbero di sicuro avuto la forza di svolgerli.

Nel corso dei secoli, e col variare delle abitudini e dei costumi, il proverbio ha preso un altro significato ancora; poiché le mogli andavano spesso in vacanza da sole coi figli, i mariti -rimasti da soli in città a lavorare- avevano più occasioni d’intrecciare extraconiugali avventure galanti.

Ma in nome della parità dei sessi la cosa era spesso ricambiata, visto che i treni carichi di mariti che arrivavano il venerdì sera dalle città nelle località delle Riviere dove le mogli erano in vacanza, dagli anni ‘20 sino ai ‘70 del secolo scorso venivano affettuosamente chiamati “i treni dei cornuti”.

Ma lo sapete perché si dice “Essere un cornuto?

Anche se a noi oggi può sembrare incredibile, nell’antichità le corna erano originariamente simbolo di forza, coraggio, ardore e virilità.

Per questo molte divinità e molti personaggi potenti venivano rappresentati – in quadri, statue e affreschi – cornuti, ossia dotati di un bel paio di corna più o meno grandi sulla fronte.

Orazio e Tibullo cantarono le “corna d’oro” del dio Bacco, molti re di Macedonia, Siria e Tracia ornavano i loro diademi oppure, nel caso dei sovrani guerrieri Alessandro e Pirro,  i loro elmi di corna. 

E allora perché ad un tratto l’epiteto “cornuto” divenne un insulto?

Tutta colpa dell’imperatore bizantino Andronico I Comneno, nato nel 1120; un tipaccio violento, sanguinario, esperto in congiure e grande sciupafemmine.

I suoi lo detestavano, sia perché non faceva che tramare contro l’Impero di famiglia maneggiando con nemici storici quali Ucraini e Sultani di Damasco, sia perché riusciva a portarsi a letto ogni donna di parente altrui, cognata o cugina che fosse.

L’Imperatore Manuele, suo cugino, prima lo schiaffò in prigione per nove anni poi, per toglierselo dai piedi, lo esiliò nominandolo governatore della Cilicia.

Qui Andronico si annoiava a morte, così piantò moglie legittima e tre figli e andò ad Antiochia dove sedusse la principessa Filippa di Poitiers.

Ma si stancò presto della relazione; così la mollò, fece un salto a San Giovanni d’Acri, rapì la regina Teodora vedova di re Baldovino III e la portò prima a Damasco poi in Georgia sul Mar Nero e infine di nuovo a Costantinopoli dove, furbone, fece pace con Manuele, vecchio e malato.

Quando questo morì ottenne la tutela del figlio di lui, l’imperatore Alessio II; stette calmìno per due anni poi, con una solita congiura, lo strangolò, ne prese il posto e, già che c’era, cacciò via Teodora e i due figli avuti da lei,  impalmando la giovanissima vedova di Alessio, Agnese di Francia.

E ora arriviamo finalmente alle corna.

Una volta preso il potere, dal 1183 al 1185 Andronico Comneno si abbandonò a una serie interminabile di nefandezze.

Mentre blandiva il popolo con trovate demagogiche e populiste, si accaniva sui nobili di Costantinopoli e città vicine, soprattutto su quelli che lo avevano sempre avversato.

Li faceva arrestare per un motivo qualsiasi, rapiva le loro mogli tenendosele come concubine e sollazzandosi con esse sino a quando gli andava; poi, come sommo scherno, faceva appendere sulle facciate dei palazzi dei poveretti delle simboliche e beffarde teste di cervi e altri animali naturalmente cornuti da lui abbattuti a caccia.

Fu allora, e precisamente nel 1185, che nacque in Grecia il modo di dire “cherata poiein”, mettere le corna, per indicare il pubblico ”infortunio” coniugale subìto dai mariti sudditi di Andronico.

Il 24 agosto di quell’anno i soldati dell’esercito siciliano di re Guglielmo II il Normanno conquistarono Salonicco, e rimasero stupitissimi nel vedere decine e decine di palazzi decorati con teschi di animali muniti di corna; quando ne conobbero il motivo, fecero conoscere l’epiteto “cornuto” anche in Sicilia , da dove si diffuse in tutta Italia prima e in tutta Europa poi.

che fine fece Andronico Comneno il Cornificatore?

Quando l’11 settembre giunse a Costantinopoli la notizia della caduta di Salonicco, il popolo – cornuti in testa – si ribellò; l’Imperatore venne catturato, mostruosamente seviziato e – proprio come uno dei suoi macabri trofei – appeso per un piede alla facciata del suo Palazzo.

© Mitì Vigliero