Settembre, Ricordi e Grazie

E  purtroppo di nuovo devo aggiornare le ultime righe di questo.

Stamane abbiamo accompagnato Zia Bianca a stare per sempre vicino a suo fratello e a tutti i componenti di quella che era la sua e nostra famiglia.

Ora di “Vigliero grandi” qui a Margarita siamo rimasti solo io e mio fratello e la malinconia immensa di questo pensiero si addolcisce pensando all’unico piccolo di casa, mio nipote e suo figlio, che continuerà la nostra storia.

Grazie di tutti i pensieri e messaggi affettuosi che mi avete mandato in questi giorni; siete dei tesori e vi voglio, sempre di più, un mondo di bene.

Vi abbraccio tutti

Vostra

Mitì

Il Pac dell’Umorista: Riflessioni Di Una Che Di Solito Riesce A Far Sorridere

Guardo i Datteri ricevuti in premio e conservati nella biblioteca dell’avìta magione insieme agli altri riconoscimenti della mia ormai lunga carriera di scrittora. E rifletto.

Tutti pensano che un Umorista sia colui (o colei) che ride sempre su tutto; sereno, allegro, cuorcontento, gioviale, sprizza ottimismo da tutti i pori.

Storie.

L’Umorista  è invece un signore (o una signora) di temperamento riflessivo, tendenzialmente malinconico, diciamo pure un po’ depresso.

E’ quello, o quella, che parla poco e osserva tanto: guarda gli altri, come se stesse affacciato a una finestra.
Adocchia, guata, annota e pensa.
Vede tante cose: gioie, dolori, amori, odi, simpatie, antipatie, crudeltà, gentilezze, indifferenze, coinvolgimenti, furbizie e ingenuità.
E intanto pensa.
L’Umorista, stando alla finestra, non commenta mai neanche fra sé il comportamento altrui.

Si limita ad archiviarlo nella memoria.

E dopo che ha osservato, annotato, memorizzato e pensato, gli scatta all’improvviso nel cervello un piccolo congegno, un aggeggino, un affarino minuscolo, piccino così, invisibile persino agli occhi degli scienziati.

E’ come la miccia d’un petardino: s’accende di colpo, fa pac – non bum o sbang; solo un tenue pac– e scatena una scintillina la quale, entrando nel pensiero che l’Umorista ha in quel momento, ne illumina il lato divertente.

Per questo non devono stupirsi quelle persone che, parlando ad esempio coi miei famigliari, dicono “Deve essere divertente vivere con un’umorista: è sempre allegra!”, ottengono in risposta uno scoppio di risate sarcastiche: “Allegra lei?”.

Difatti io, nonostante i miei “libri da ridere“, non sono allegra e ottimista, anzi, tendo al melodrammatico, non vedo mai il mondo tinto di rosa.

Sono pessimista, soprattutto nelle cose che riguardano me; preferisco esserlo, forse per scaramanzia.

In me c’è un po’ di Eleonora Duse, amo il viola, i cori gregoriani, però…Però, ringraziando il Cielo, posseggo una valvola di salvezza: il pac, prepotente settimo senso che permette di vedere anche nelle situazioni più disastrate, il lato buffo se non ridicolo.

Insomma, il pac altro non è che il Senso dell’Umorismo.

Saper cogliere l’ironia degli accadimenti anche più drammatici e tristi è importante, perché permette di ridimensionarli.

Può darsi che in questa vita non ci sia quasi mai nulla da ridere; ma dato che è l’unica che abbiamo, credo sia giusto affrontarla sorridendo. Quando si può. Ma sempre nonostante.

© Mitì Vigliero

Vi Racconto La Storia Della Carta Igienica

Pare sia stata inventata dai soliti Cinesi nel VI secolo; un documento burocratico risalente al 1321 riporta che l’Ufficio Rifornimenti Imperiali  aveva iniziato a produrre il rifornimento annuale di carta igienica strettamente riservata alla famiglia dell’Imperatore, famiglia immagino numerosa visto che si trattava di ben 720.000 fogli di finissima carta misuranti ciascuno due piedi per tre.

Nel resto del mondo, prima della carta, si usavano materiali vari e talvolta curiosi: nei bagni pubblici dell’antica Roma veniva fornita una spugna imbevuta di acqua salata fissata a un bastone (una specie di enorme cotton fioc), mentre i nobili in casa loro utilizzavano lana intrisa di acqua di rose.

Vikinghi usavano scarti di lana di pecora; gli abitanti dell’India e dell’Arabia, seguendo gli insegnamenti igienici dei sacri testi, usavano acqua e mano sinistra: usanza ancora in voga, poiché la destra solitamente si usa per mangiare e da porgere agli altri nei saluti.

Nel Medioevo, le ciurme delle navi spagnole e portoghesi adoperavano vecchie cime tagliate a pezzi e bagnate di acqua di mare mentre i  contadini di tutta Europa si servivano di pallottole di fieno.

Nelle antiche Hawaiigusci di noci di cocco; gli Eschimesineve e fango di tundra e nei palazzi reali francesi del 1700, accanto alle “comode” stavano cesti pieni di vecchi e stracciati pizzi e merletti, vezzosi morbidi e atti all’uopo.

In ogni modo dall’Ottocento in poi, praticamente ovunque, per la bisogna venivano usate le pagine di vecchi giornali o di cataloghi scaduti, tagliate a rettangoli e appesi ad un chiodo.

Ovviamente tutti questi sistemi potevano creare problemi d’irritazione e infiammazione, ehm, locale; fu così che nel 1857,  un piccolo industriale del New Jersey, tal Joseph Gayetty, brevettò e produsse la prima carta igienica ufficiale, chiamata “carta terapeutica”; la vendeva a pacchi di 500 fogli alla cifra di 50 centesimi, ogni foglio era intriso di aloe e riproduceva stampato a grandi lettere il nome del produttore (sic).

Ma il prodotto non ebbe successo; la gente si rifiutava di sprecare della carta nuova e pulita per una funzione così poco elegante e raffinata, e continuava a preferire le solite pagine di giornale.

Nel 1879 fu un inglese, Walter Alcock, ad avere l’idea di immettere sul mercato la prima carta igienica in rotoli; ma anche lui fallì nell’impresa, per gli stessi motivi di diffidenza e lotta allo spreco.

Il suo brevetto fu acquistato nel 1896 da tre giovani e rampanti imprenditori di FiladelfiaIrvin, Clarence e Arthur Scott i quali decisero di convertire i grandi rotoli che servivano ad avvolgere i tessuti della piccola fabbrica del padre appena ereditata in rotoli più piccoli atti ad avvolgere, appunto, carta igienica.

Ma anche la loro nuova ditta, la Scott Paper Company (che diventerà la futura Scottex), dovette scontrarsi a lungo con la ritrosia dei consumatori: sprechi a parte, trattare e acquistare pubblicamente una merce simile era decisamente unmentionable.

Così la carta igienica fu per ancora molti anni considerata uno stupido lusso terribilmente consumistico, semplice vezzo da miliardari eccentrici.

Fu solo dopo il 1930 che il prodotto venne accettato (quasi) comunemente dal mercato, soprattutto da quello americano.

La vecchia Europa invece, si convertì abbastanza diffusamente allo “strumento” di uso abituale solo alla fine del 1950, mentre l’Italia aspettò ancora un’abbondante decina d’anni, quelli del boom economico, prima di aderire convinta e in massa a questa piccola rivoluzione di civiltà.

© Mitì Vigliero