Notturno

In campagna esiste davvero il silenzio.

Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo.

Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari.

E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?

Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui.

E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.

Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi.

Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, scrosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii.

E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri.

Altro che solingo fru fru tra le fratte: qui rumoreggia un intero Universo.

© Mitì Vigliero

Vi Racconto La Truce Storia Della Vecchia Dell’Aceto

Palermo, 30 luglio 1789

In via Maqueda e via Toledo si muove l’onda d’una folla eccitata; da via Toledo avanza un solenne corteo preceduto da uno stendardo rosso sangue con su scritto “Discite iustitiam populi”; segue la Compagnia d’Arme Reale, composta da cavalieri vestiti di rosso; e poi gli Algozili, Araldi della Gran Corte di Giustizia, nerovestiti e in groppa a cavalli bardati di nero.

E poi la Compagnia dei Bianchi, cavalieri dall’alto cappuccio, mantello e cappello di feltro bianco: una confraternita di nobili che ha il compito di assistere i condannati a morte.

Dietro di loro, fra una folla di sgherri, una vecchia in catene a dorso di un mulo trascinato dal boia: le hanno rasato i capelli, ha un’orribile espressione non di terrore, ma di sfida.

Tutti si radunano in piazza Vigliena (i Quattro Canti), meravigliosa opera d’arte ora lugubre causa i drappi neri che celano i monumenti.

Nel centro, una forca altissima per essere vista anche da quelli che non riescono ad entrare nella piazza gremita.

La vecchia a dorso di mulo si chiamava Giovanna Bonanno, ma passò alla storia come la Vecchia dell’Aceto.

Mendicante analfabeta, era conosciuta e s’autoproclamava fattucchiera specializzata a risolvere pene d’amore.

Se qualcuno, regolarmente sposato, si innamorava di un altro, per levare di mezzo il legittimo consorte bastava comprasse da lei il suo famoso “Aceto Arcano per ammazzare i pidocchi”, composto da vino bianco, acqua e arsenico .

Un po’ di quello nell’insalata, e la vittima moriva fra atroci tormenti.

Iniziò ad agire nel 1786 nel quartiere Zisa, alla Magione,  piazza della Bandiera: un intrico di vicoli e case buie abitate da piccoli artigiani, ma soprattutto malfattori,  ruffiani e meretrici.

E proprio tre di queste , Margherita Serio, Maria Pitarra e Rosa Billottale  le procuravano “avventrici”, in maggioranza donne affette da mariti ingombranti.

Furono 6 gli uxoricidi che l’inchiesta giudiziaria della Regia Corte Capitaniale di Palermo riuscì a provare prima che la Bonanno venisse arrestata tra le proteste della popolazione che la considerava una maga buona, una vera benefattrice capace di ridare la gioia ad innamorati infelici: l’ideatrice del divorzio all’italiana, insomma.

Il processo fu seguitissimo, documentato accuratamente nell’enorme tomo di documenti processuali, zeppo di interrogatori a testimoni e loro risposte riportate pari pari in un dialetto stretto, quello sì davvero arcano.

Riconosciuta feroce assassina e non fattucchiera, il 28 luglio fu condannata a morte e le sue complici al carcere a vita.

Impiccata ai Quattro Canti, con ai piedi della forca il nero librone processuale e due damigiane dell’Aceto Arcano, fu sepolta nel Cimitero dei Decollati, fuori le mura di Sant’Antonino.

Ma i palermitani non la dimenticarono, e arrivarono al punto di intitolarle – con gran sdegno delle autorità – un cortile in vicolo Colluzio.

Oggi la ricordano solo gli anziani, quando per definire una persona crudele, brutta e laida, dicono che “è cchiù laria di la vecchia di l’acitu”.

© Mitì Vigliero 

Dagli Analfabeti Alla Mugliéra: Proverbi e Modi di Dire Con La Parola “Croce”

Chissà se esiste ancora qualcuno che “firma con la croce”, come un tempo facevano gli analfabeti.

Di certo ci sono sempre quelle che ricamano “a punto croce”; quelli che ammirano di notte la “Croce del Sud”; quelli che tengono “le dita incrociate” per scaramanzia o quelli che semplicemente, avendo gli “occhi a croce”, soffrono di strabismo.

Per non parlare di quelli che paiono nati apposta per “Farsi tirare la croce addosso”, ossia farsi affibbiare tutte le colpe, o di quei figli scapestrati che diventano “una croce” per i genitori, che vengono “Messi in croce” dai continui guai che questi combinano.

La croce può essere egizia, greca, latina, amalfitana, pisana, antoniana, papale, ortodossa, ripotenziata, aguzza, patente, stellata, ritrinciata, gigliata, pomata, gemellata ecc.

Quella decussata, detta “croce di Sant’Andrea”, segnala sulle strade i passaggi a livello: ma poiché questi sono quasi tutti incustoditi, spesso automobilisti o pedoni prima di passare dovrebbero farsi il “Segno della Croce” sperando di non dover chiamare poi la “Croce rossa” o bianca, o verde, poco cambia.

Per ogni grande pericolo vissuto e superato con straordinaria fortuna, i milanesi suggeriscono di “Segnass col gombet”, farsi il segno della Croce usando il gomito anziché la mano, ringraziando cioè il Cielo in modo altrettanto straordinario.

In compenso ci sono quelli talmente sfortunati o imbranati a cui non van dritte le cose più banali: “Vaco pe’ me fa ‘a croce e me ceco l’ uocchie”, vado per farmi il segno della Croce e mi caccio un dito in un occhio dicono a Napoli, ossia cerco di fare qualcosa di buono e semplice, e ogni volta combino un guaio.

Nella vita  “Non si può cantare e portar la croce”, le cose van fatte con calma e una per volta; occorre buon senso e praticità nel capire quali sono le cose per noi veramente fondamentali nella vita, evitando l’ “Amor di tarlo, che per risparmiar la Croce si mangiò il Cristo”.

L’abuso del pressapochismo, dell’ “Occhio e croce” spesso porta a delusioni, obbligando a “Mettere una croce sopra” a progetti e speranze.

Invece il destino a volte può aiutare; il “Fare testa o croce” talvolta da’ risultati sorprendenti; l’importante è sapere che “O di rovere o di noce ciascuno ha la sua croce”: tutti noi abbiamo dei problemi e per tutti, prima o poi ma inevitabilmente, la vita in certi periodi può tramutarsi una “Via Crucis”.

Certo, come recita un detto romano, c’è chi se ne lamenta – “Er monno l’aregge Iddio, la croce l’areggo io” – e chi invece, secondo un bel detto siciliano, sopporta e tace mostrando un’apparente serenità: “E cui pari ca dormi e riposa, chiddu porta la croce chiù gravusa” (colui che pare dormire e riposare – esser cioè più calmo e sereno – in realtà è quello che porta la croce più pesante).

Persino l’amore, “croce e delizia” del genere umano, spesso fa patire.

C’è chi teme di rimanere solo, come le friulane che filosofeggiano “A vê il morôs ‘e jè una crôs, a no vêlu a’ son dôs” (avere il fidanzato è una croce, non averlo sono due) e chi è infelice quando è stabilmente accompagnato: non per nulla i campani rassegnati, ma sempre ironici, dicono ridacchiando: “A muglièra è na croce: abbracciatela in nome di Dio”.

© Mitì Vigliero