Placide Compagnie Sostitutive

In questi giorni per colpa di un infinito galòp sono latitante da queste pagine; voi mi scrivete protestando, con ragione…Abbiate solo un poco di pazienza e tornerò pimpante (più o meno ;-).

Per ora vi lascio in compagnia del Placido Tumblr, del Placido Pinterest, del Placido FriendFeed, del Placido Twitter e, se ancora non le avete viste, delle nuove immagini sul Placido Sito Ufficiale

Vi abbraccio uno a una, a presto!

Mitì

Dialetti Italiani: Le Parole Più Belle

dialetti-lingua-italiana

Oggi 17 gennaio 2013 è la “Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali“.
Raccogliamo qui le parole del nostro dialetto che ci piacciono di più?
Quelle belle per il suono, quelle che “rendono l’idea” dei concetti, quelle che dovrebbero entrare nei vocabolari d’italiano?

Inizio con le genovesi rumenta (spazzatura), magun (tristezza-malinconia), brìgola (non pustola o brufolo, ma semplice ponfetto rosa, non esiste termine in italiano)

E ora le vostre, in progress (continuate pure a segnalare qui, su friendfees o twitter, mettendo per favore traduzione e luogo d’origine, e io pubblicherò):

Spәrәdәgghiàun (pipistrello) [Andria – Bt] “ә” è da pronunciare come “eau” francese –  Smeerch

Taparlin, che era un modo tenero di mia nonna di chiamare noi bimbi “trottolini”, più o meno – monicabionda

Mi limito a ricalcare in limba logodurese le parole che proponi tu (ne amo talmente tante!) e dunque: spazzatura > “àrga“, tristezza > “amargùra“, brufolino > “sanzoléddu” – bianca

Mannéil (asciugamano) [Barletta – Bt] – Smeerch

Illèghәnә (le lasagne) [Barletta – Bt] – Smeerch

Marantega (strega) [Venezia] – boltz

Stramasso (materasso) [Venezia] – boltz

Bleon (lenzuolo) [friulano] – 1la

Cәmmèun (fognature) [Andria – Bt] – Smeerch

Sparatràps (cerotti) [Andria – Bt] – Smeerch

Tiella (teglia) Roma; Pirula pentula (altalena)- Mentana, Roma; – scatola

Llingillàngiә (altalena) [Andria – Bt] – Smeerch

Ràan (sabbia) [Barletta – Bt] – Smeerch

Attigghiu (il solletico) (Palermo) – shannafra

Radàblo tecnicamente dovrebbe essere una specie di rastrello senza denti per il letame, ma si usa per definire persone “scomode da guardare” – [Pinzolo -TN] – corax

Napoletano: arrassusia (non sia mai), ‘nziria (desiderio inappagato, capriccio), crisommola (albicocca), zezzenella (letteralmente il latte al seno, figurativo la pacchia), ciore (fiore) – Cogitabondo

Caramadalia (camera d’aria della bicicletta, Oltrepò mantovano). – Alice Twain

Un “vohabolario fiorentino” intero…. – Stefano

Pincanello (biliardino/calcio balilla) (Brescia) – Snowdog

Spareciu, grandissimo divertimento, ma anche il fratello sguariare, svagarsi / divertirsi  (Lecce) – HoldMe

Ghëddu: intenzione particolare; “tocco in più”. Nella musica forse traducibile con l’inglese groove (piemontese di Torino e provincia) – Raffaella Carrera

Ciaparat: lett. acchiappa-topi, persona incapace. (piemontese di Torino e provincia) – Raffaella Carrera

Giacufumna: lett. Giacomo-donna, uomo effeminato. Definizione che ha sempre fatto ridere anche i miei amici gay. (piemontese di Torino provincia) – Raffaella Carrera

Lendenùn (profondo nord) = capellone, ossia pieno di lendini dei pidocchi – Elvetico

Muè (madre), ‘nemmu (andiamo), ancoe (oggi), depuidirnà (pomeriggio) e ce ne sono mille altre (Genova,) – zuck

Bagolar(se), infinito, riflessivo. Significa perder tempo, gingillarsi, girare a vuoto… dicono derivi dal fatto che dal bagolaro ricavassero bastoni da passeggio – Franka®

Pistapoci (che pesta le pozzanghere, si dice ai bambini), sghiriàt (scoiattolo), arcbaléstor (arcobaleno), arzintéla (lucertola), gurgnagh (radicchi) (Parmigiano) – Chiaracaffè

Cerchiolla (arcobaleno) sizzimurreddu (pipistrello) Sardo Campidanese – Rosalba

Merenda sinoira, come usanza anche, al posto dell’orrido “apericena” (cos’è? Ecco qui) – Nervo

Milano: bagulùn, buono a nulla. – Alice Twain

Ficozzo (bernoccolo) [Roma] – Smeerch

Sardo Logudorese: arcobaleno > “arcu ‘e chelu“, pipistrello > impeddhòne – bianca

Trà’tur (cassetto), zàmmammar (buono a nulla), uzòca (zitella acida), tràndan (elastico)…ribatto al pipistrello col mio sc’mpìccie :) (Basso Lazio quasi Abruzzo) – Violette

A me piace tanto s’ciantìso (scintilla) e poi trovo che scarpìa (ragnatela) abbia un che di poetico (Veneto) – chiaratiz™

Bisa scudlera (biscia con la scodella) è la tartaruga (Pc/Pr) – lanf3anc

A p’kkondrì che sarebbe la malinconia mischiata allo scazzo. (Rutigliano-Bari) – Domenico Renna

Schincapène. A VE è l’impiegatuccio travet di basso livello che non conta nulla. Da schincàr. Alberta

Anche “scravassòn” (acquazzone) in veneziano mi piace molto. Onomatopeico al massimo. Quando vivevo a TS era “slavazzòn“. Alberta

Carolao: vecchio, rugoso (Veneto-Gradese) – Enio Pasta

Ratavuloira = pipistrello (piemontese, dalle mie parti a Vercelli e dintorni si pronuncia anche “ratavulùra”), è evidente il francesismo rat=ratto. Meravigliosa l’immagine del topo volante! Parpaion = farfalla, sempre in piemontese, anche se sempre dalle mie parti si dice parpajola (che credo sia il sostantivo femminile) Cu-na = culla, con un curioso problema di pronuncia: tra la “u” e la “n” ci dovrebbe stare una “g” molto dura e “quasi” silenziosa, impossibile da spiegare per iscritto, tanto che è uno dei test tipici con cui ci scherzano i nostri vecchi per vedere se sappiamo pronunciare bene il dialetto :) – lollodj

Ràtto penûgo: pipistello (Liguria) – Zarquonit

Pedrìöl (imbuto) in dialetto cremasco – marca severgnini

A Parma l’imbuto è lorèttChiaracaffè

qui l’imbuto è “la piria” :) (o anche, più arcaico “l’impiria“) – Franka®

a Bergamo invece l’imbuto è pedriöl eliokir

Milano, pedriö. – Alice Twain

A Venezia forchetta e’ “piron” – boltz

Sgagliozz (rigorosamente salate) Bari – Haukr

Sempre a BG il grembiule con la pettorina: bigaröla eliokir

Bésula” che dovrebbe essere quel tremolio del mento di chi si sta per mettersi a piangere. Piemontese, forse solo torinese. Lo diceva sempre mia madre. E poi “masca” (strega) soprattutto nella locuzione “travaj dle masche“, che significa lavoraccio, compito difficile e lungo, ecc. Poi, bellissimo, “a s’ parlu“, si parlano, che traduce il più asettico “si frequentano”, detto di una coppia appena nata. – marcella

gurgnagh piacentini raccontati da Chiaracaffè, qui

Inturciuniato” attorcigliato, aggrovigliato (Sicilia). Si dice sia dei capelli ricci, sia di un pensiero contorto. coclicko

Fiammanghilla (piatto ovale di portata) mi piace tanto! (Liguria) – graziellamb

Smuginà (mescolare) vernacolo anconetano – availableinblue

Vi Racconto La Storia Di Antoniotto, Genovese Che Odiava I Genovesi

Torre d’Isola (PV) c’è la bella villa-castello Botta-Adorno, famosa per essere infestata dal fantasma inquieto del primo proprietario, Marchese Antoniotto Botta-Adorno.

Figlio di Luigi, che venne spedito in esilio (con promessa di condanna a morte se fosse ritornato) dalla Repubblica di Genova dopo un tentato colpo di stato, e di Matilde Meli Lupi di Soragna, amante del re di Spagna Filippo V, Antoniotto crebbe superbo nonché dotato d’un carattere infernale.

Non si ammogliò mai, né abbe mai figli; sopportava il fratello più grande, Alessandro, ma ne detestava cordialmente la moglie Isabella di Torriglia, dichiarando pubblicamente che piuttosto di sposarla Alessandro avrebbe fatto meglio a prendere i voti.

Militare di carriera, fu il il comandante delle truppe austro-piemontesi che nel settembre del 1746 occuparono Genova, città di cui si autoproclamò Governatore; il dentino avvelenato che aveva nei confronti della Superba“nemica” di suo padre, lo spinsero a comportamenti estremamente crudeli nei confronti sia dei cittadini che delle autorità dogali (e gli Adorno di Dogi ne avevano avuti ben 7 in famiglia).

Passata alla storia è l’affettuosa risposta che diede al Doge Francesco Brignole Sale, che disperato arrivò a inginocchiarsi davanti lui per chieder pietà: “Ai genovesi lascerò solo gli occhi per piangere!”.

Fatto sta che i genovesi ad un certo punto non sopportarono più né lui né le sue truppe e nel sestiere di Portoria il 5 dicembre dello stesso anno, col Balilla, il sasso e il “Chi l’inse” diedero vita alla formidabile e celeberrima insurrezione che cacciò gli invasori, Antoniotto in testa.

Lo storico Accinelli racconta che anni dopo, nel 1751, nel Palazzo di Commercio di Amsterdam si incontrarono lo Stadolter d’Olanda e il Botta; il primo gli disse di non aver mai capito come diavolo fosse stato possibile che quel gran numero di soldati armati sino ai denti avesse avuto la peggio contro dei cittadini inermi.

Al che il Botta rispose:
Non conosce Vostra Altezza l’umore del popolo di Genova. Egli è diviso in più quartieri, gli abitanti dell’uno sono agli altri contrari, gareggiano per la preminenza, ben sovente si azzuffano. Ma quando si tratta della libertà, lasciate le private discordie, tutti si uniscono per la difesa…”

per render meglio l’idea aggiunse che avendo un suo ufficiale suggerito di spedir 3000 uomini a sedare i rivoltosi, rifiutò la proposta ben sapendo che “le sole donne di Prè con evacuare pitali e vasi notturni dalle finestre, annegar fatt’avrebbero lui e la sua comitiva in un mare d’addobbi”.
Infine, forse al pensiero degli “addobbi“, scoppiò in una gran risata.

Ma aveva davvero un buon motivo d’esser finalmente gentile nei riguardi dei genovesi e trullo d’umore, l’Antoniotto; subito dopo la rivolta era infatti fuggito dalla città portandosi dietro il tesoro della Repubblica, composto da oggetti preziosi e 20 casse di genovini d’oro, e si era rifugiato nella villa di Torre d’Isola dove morì – pare, la data non è certa – nel 1774.

Però il luogo della sua sepoltura non venne mai ritrovato, così come del tesoro non fu mai trovata traccia: dicono fosse nascosto in un’ antica torre della villa (ora scomparsa) e che il fantasma d’Antoniotto vi faccia una guardia spietata.

© Mitì Vigliero