Io, Antenata Di Social Network

Per la serie: Antenati Illustri di Illustri FriendFeeders dipinti da Isola Virtuale

Donna Domitilla Vigliero, geografa, astronoma, sopraffina diplomatica ed erudita, passò alla storia per aver calcolato esattamente la curvatura terrestre utilizzando l’ombra di un fico del suo giardino e per aver ispirato grandi navigatori.”

Miti Vigliero antenata

© Isola Virtuale

(Il dipinto originale è questo)

Scioglilingua Genovesi

lingua

Il genovese non è certo un dialetto (pardon, lingua) facile da comprendere e pronunciare.
E i genovesi lo sanno bene, anzi, ne vanno fieri; perciò hanno inventato nei secoli moltissimi scioglilingua, perfetti per far divertire i bimbi e spiazzare i foresti.

Il più conosciuto e citato è sicuramente Ao mêu nêuo gh’è nêue nae nêue (Al molo nuovo ci sono nove navi nuove), che si basa sull’identità di “nove” con “nuovo/nuove”.
Idem per O mâ o l’è o mâ (Il mare è il male, che mi ha ricordato l’amica Elisa e che è la quintessenza della saggezza marinara).

Sempre un gioco fra parole uguali è Barba, l’à dito o barba che ti ghe mandi o razò da barba pe fâ a barba a-o barba (Zio, ha detto lo zio che tu gli mandi il rasoio da barba per fare la barba allo zio). Perché “zio” a Genova si dice “barba”. 

Che bella cà ch’han pe trei gatti ch’en (Che bella casa che hanno per tre gatti che sono) si diceva invece commentando un’enorme casa abitata da una  famiglia poco numerosa (e un tempo l’aver pochi figli era guardato male) o, al contrario, un appartamento piccolissimo dove vivevano in troppi. In ogni caso, trionfava il sarcasmo.

A chi chiede “Piove?” è da figurone rispondere O scì ciêue ciêue, ma ciêue cian cian (oh sì piovere piove, ma piove piano piano).

Invece è da dire in tono seccato e impaziente Mi so assæ se a sâ a sä assæ pe sä a säsissa (Io so assai se il sale sarà abbastanza per salare la salciccia), che pronunciato diventa una roba incredibile tipo “Mi su assé se a sà a sa assé pe sà a sasìssa“. Si usava per rispondere a domande assurde, nel senso di “Ma che ne so io?!”.

Perfetto invece da urlare durante i litigi o guardando i politici in televisione in questo periodo pre elettorale  è (prendete fiato prima di leggere): 
Ti t’irriti ti, ti m’irriti mi, ti l’irriti lê, ti n’irriti niätri, ti n’irriti tûtti 
Ti irriti tu, tu irriti me, tu irriti lui (lei), tu irriti noi: tu ci irriti tutti.

Infine ci sono scioglilingua creati apposta per far dire, in caso di sbaglio nel pronunciarli, una parola del gatto, ossia una parolaccia.

Ad esempio l’apparentemente innocente Cappello pagôu, pagôu cappello (Cappello pagato pagato cappello), pronunciato velocemente e a ripetizione poteva portare a un poco elegante interscambio tra la “c” del cappello e la “p” del pagato. Cosa che ovviamente faceva divertire moltissimo i bambini d’allora.

Questo mi fa tornare alla mente un altro antico scioglilingua italiano creato allo stesso sconveniente scopo:
Nel giardin di sor Andrea, sor Simon coton cogliea;
nel giardin di sor Simone, sor Andrea cogliea cotone
stando sedendo cotoni cogliendo, stando bocconi cogliendo cotoni.

Provateci un po’ e poi mi dite.

Nel frattempo, ascoltate la bravissima bimba Susanna cantare Aegua aegua, un insieme di filastrocche antiche scioglilingua riadattate dai Buio Pesto.

Qui le parole.

© Mitì Vigliero

E’ Cambiato Il Nostro Senso Del Tempo?

orologio al galop

Solo ieri era Natale e oggi siamo già a Sant’Agata…Dov’è finito Gennaio?  

Non so se capita anche a voi, ma talvolta ho come l’impressione che ci sia qualcuno o qualcosa che mi rubi le ore.

Le mie giornate non ne hanno più ventiquattro, ma dodici.
E la settimana è composta da due giorni; dal lunedì arriva direttamente al venerdì.
Non parliamo dei mesi, formati da due settimane. 
E gli anni…Oh, gli anni…

Ricordo una vecchia poesia di Marino MorettiLe prime tristezze, in cui raccontava quando – da bambino – un giorno bigiò la scuola andandosene da solo ai giardinetti.
Quella mattina gli sembrò lunghissima:

E quante quante volte domandai
l’ora ad un passante frettoloso ed era
nella richiesta mia tanta preghiera!
Ma l’ore… l’ore non passavan mai.
Chi mi darà, chi mi darà quell’ore
così perdute dell’infanzia mia?

Ricordo anch’io certe giornate, da ragazzina, che mi parevano non finire mai; ricordo lunghissime settimane, mesi eterni…E sbuffi di noia.

Ora non ho proprio il tempo d’annoiarmi, ma neanche di divertirmi: vivo nell’ansia di “non fare in tempo a”.

Vorrei davvero poter dire ancora, qualche volta: “Ma uffa, questa giornata non finisce più…”.

Dicono che l’impressione di “captare” il tempo più veloce sia sintomo di vecchiaia; però sono lustri ormai che ce l’ho.

Forse soffro d’invecchiamento precoce.

O forse, col nuovo Millennio ipertecnologizzato, superorganizzato e globalizzante, con lo stare perennemente collegati alla Rete ricevendo incessantemente in tempo reale innumerevoli messaggi e notizie, immagazzinando nelle nostre celluline grigie miliardi e miliardi di dati diversi,  è cambiato anche il nostro Senso del Tempo?

Vi lascio col dubbio, e riparto a testa bassa per il quotidiano galòp.

© Mitì Vigliero