Carnevale e Maschere: Proverbi e Modi di Dire

Che derivi il suo nome da “carnem levare”, togliere la carne, preannuncio dei successivi 40 giorni di Quaresima col relativo digiuno; o da  “carni vale”, carne addio, perché in questo periodo si esaurivano le scorte gastronomiche di carne prima della primavera poiché bisognava mangiare solo di magro; o ancora da “carni levamen”, sollievo per la carne, nel senso di libertà temporanea concessa agli istinti più elementari, il Carnevale fu sempre lo sfogo della “carnalità” prima della “purificante penitenza”.

Un periodo in cui era tutto concesso – “a Carnevale ogni scherzo vale” – e ogni limite morale annullato: “Il Carnevale è così poco pulito, che il giorno dopo bisogna metterci sopra le Ceneri”, diceva Paul Vèron.

Essendo una ricorrenza che di spirito religioso non ha mai avuto proprio nulla, vigeva la totale libertà.

In Emilia assicuravano “E’ come un cardo senza sale far col marito (con la moglie) il Carnevale”; ai veglioni si amoreggiava senza tanti scrupoli morali né sentimentali, tanto si sapeva che “L’amor nato a Carnevale muore in Quaresima”.

Fu perennemente considerato il tripudio dei sensi e dell’allegria obbligata, “fare Carnevale” è sinonimo di “bagordare”.
Infatti era il trionfo della golosità, dal “Venerdì gnocolar” di Verona alle panciate genovesi di ravioli “L’urtimo giorno de Carlevà, de ravieu se ne fa ‘na pansà”.

In Toscana si arrivava a dire “Per Berlingaccio chi non ha ciccia ammazza il gatto”, il cui “berlingaccio” deriva dal tedesco “bretling” (tavola) e significa “persona grassa, cucina grassa”.

Per questo si dice martedì (giovedì ecc) grasso: e sempre per questo di una persona cicciona e sorridente si dice che “pare un Carnevale”.

A Carnevale ci si mascherava; ché tutto si poteva fare, ma era meglio non farsi riconoscere.
E ci si maschera ancora.

Ve bé che secondo il drammaturgo Sigmund Graff “Durante il Carnevale molti scoprono il vero volto nel momento in cui si mettono la maschera”; ma ciò in fondo non accade ogni giorno?

Per Pirandello non siamo mai realmente noi; la società con le sue regole ci impone sempre una “maschera sul volto“, ci costringe a “fare una commedia” della nostra stessa vita obbligandoci a recitare varie parti.

Talvolta siamo noi stessi a “gettare la maschera”; altre volte ci viene intimato “giù la maschera!”, o veniamo in ogni caso scoperti: “ti conosco, mascherina”.

Secondo il pensiero comune colui che recita atteggiamenti non suoi è considerato generalemente un ipocrita; ma questa parola deriva dal greco “hypokrites”, attore. Infatti di un attore dal viso molto espressivo in gergo tecnico si dice ancora che “ha una bella maschera”.

Nella vita reale poi ci sono innumerevoli persone che – insoddisfatti del loro aspetto reale – si sottopongono fisicamente a ecessive plastiche chirurgiche o trattamenti affini,  rischiando spesso di apparire, come nella favola diFedro, “pulchra larva, cerebrum non habens”: una bella maschera, ma senza cervello.

Altre si limitano a truccarsi  il volto “come maschere” per nascondere rughe e difetti o porre una “maschera difensiva” tra le loro insicurezze e il mondo.

Così come esistono anche quelle che perennemente indossano la “maschera del riso“, poiché sanno che le facce tristi e preoccupate non fanno del bene né piacciono a nessuno.

Come scriveva Trilussa di se stesso:

 Nascónno li dolori
de dietro a un’allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l’umanità
!

 

© Mitì Vigliero

Perché si Dice: Andare in Malora – Andare a Ramengo

Andare in malora (o alla malora) è un antichissimo modo di dire che deriva dal latino “mala hora”, ossia “ora cattiva”: in senso lato, “momento brutto, funesto”.

Anticamente si credeva che le “male ore” fossero quelle comprese tra le 2 e le 4 del mattino, nel cuore della notte, quando le tenebre mettevano più paura e angoscia risvegliando incubiansie.

Ore nelle quali le statistiche mediche di allora denunciavano il maggior numero di decessi fra vecchi e malati.

In seguito è diventato quasi un luogo “fisico-geografico” dove si vasi manda (Ma va’ in malora!).

Altro modo di dire simile, indicante in generale una fine catastrofica e infelice, è andare o mandare a Ramengo.

E qui le versioni dell’origine sono due.


(Aramengo)

La prima si riferisce ad Aramengo, un paese (tra il resto bellissimo) in provincia di Asti.

Sino al XVII sec. era sede di Tribunale, e pare ospitasse un carcere duro dove venivano rinchiusi i delinquenti più pericolosi, solitamente in attesa di condanna a morte.

Quindi finire ad Aramengo come imputati e prigionieri significava finire decisamente male.

(foto©Lace1952)

La seconda versione invece fa derivare la parola ramengo da ramingo, che discende a sua volta dal provenzale ramenc (ramo), termine indicante pure gli uccellini che abbandonato il nido, ma non sapendo ancora volare, zompettano incessantemente di ramo in ramo.

Col tempo il termine ramingo si estese ad indicare anche chi avendo perso tutto (per fallimento, esilio ecc) era costretto a vagabondare senza meta e senza soldi per le strade del mondo.

Insomma, scegliete voi la versione che vi piace di più, e se conoscete modi di dire simili segnalatemeli, che li aggiungo qui! ;-)

©Mitì Vigliero


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Per la Serie “Storie Brividose”: Inquietanti mani romane

Roma in Via Trionfale 5952, si trova Villa Stuart; ora è una moderna clinica, ma nell’Ottocento fu dimora di una coppia alquanto balzana, che si rese protagonista di una storia divenuta una delle leggende più inquietanti dell’Urbe.

Lì abitava la poetessa Emmeline Stuart-Wortley, nobildonna inglese, insieme Lord Allen.
I due davano scalpore perché vivevano pubblicamente “nel peccato” non essendo sposati: ma ciò che più rendeva chiacchieratissima la coppia era la passione per il mondo dell’occulto, una vera e propria moda dell’epoca.

Ogni sera, in un salotto fiocamente illuminato, organizzavano sedute spiritiche alle quali partecipavano medium fatti venire da ogni parte d’Europa, nonché membri della nobiltà e della cultura romana.
Pian piano  Emmeline si convinse di possedere virtù medianiche, e se ne convinse a tal punto da vedere spettri in ogni dove; si diceva perseguitata dal fantasma della sorella mentre lui – probabilmente suggestionato – lo era da demoni.

Fatto sta che l’atmosfera in casa divenne intollerabile; la servitù fuggì, raccontando di aver assistito a fenomeni inspiegabili quali poltrone che svolazzavano all’altezza dei soffitti e vasi che d’improvviso schizzavano a schiantarsi contro le pareti.

Anche gli amici della coppia diradarono le visite sino a non farsi più vedere, e i due rimasero soli in preda alla follia.

Un giorno Allen scomparve; tutti pensarono che, rinsavito, se la fosse data a gambe piantando la lugubre amante.

Ma questa, che ormai dava completamente i numeri, delirando in preda a “febbri cerebrali” raccontava che ogni notte s’addormentava al suo fianco, stringendogli la mano.

Quando Emmeline morì, nel 1855, venne scoperto di fianco al suo letto un piccolo buco nella parete: dietro questa il cadavere di Lord Allen, con una mano sollevata proprio all’altezza di quel buco.

E di altre mani inquietanti si sussurra da secoli a Piazza Navona; lì, a fianco della chiesa di Sant’Agnese, s’affaccia il retro  del palazzo De Cupis.

Come racconta Giorgio Vigolo ne “Le notti romane” (Bompiani), nel Seicento un De Cupis sposò Costanza Conti, nobildonna dotata di splendide mani; erano così belle che uno scultore – tal Bastiano, che aveva la bottega nei fondi del palazzo o, secondo altri, davanti alla chiesa della Madonna de’ Monti- ne fece di una un calco in gesso: questo divenne così celebre che la gente andava a vederlo in pellegrinaggio, manco fosse una reliquia.

Un giorno un frate, Canonico Regolare di San Pietro in Vincoli, commentando sarcastico e severo quella che  considerava una “blasfema ammirazione”, disse: “Se quella mano è umana, merita d’essere tagliata!”.

La donna, religiosissima, ne fu terrorizzata e ordinò la distruzione del calco.

Ma  pochi giorni dopo, mentre ricamava, si punse con un ago arrugginito; le venne una grave infezione, la mano fu amputata, ma la donna morì ugualmente di setticemia.

Da quel giorno si dice che, nelle notti di luna piena, guardando attentamente una finestra del palazzo, quella d’angolo subito sopra un piccolo bar, si vede riflessa nel vetro una mano diafana,luminescente e bellissima: è il fantasma della mano di Costanza.

© Mitì Vigliero