Bando al raziocinio e via libera al gioco: Chi o Cosa vorresti essere, per un giorno?

Immaginiamo una festa virtuale di Carnevale.

La maschera che ci piacerebbe indossare, senza pensare affatto alla fattibilità del costume, al costo, al risultato reale.

Una maschera magica, che ci permetterà di vivere realmente – per 24 ore – l’esistenza che abbiamo scelto.

Potremmo essere:

un Personaggio Storicodi Fantasia, o AttualeReale.
Un Animale, un Oggetto, una Virtù o un Vizio.
Una Qualità o un Difetto o un Sentimento; un Vizio o una Virtù.
Il Protagonista di un Romanzo o di una Canzone oppure di una Poesia.


O ancora quello di un Quadro, di una Commedia o Tragedia, di un Film, un’Opera lirica,, un Cartone animato, una Fiaba.

Orsù, bando al raziocinio e via libera al gioco:

Chi o Cosa vorreste essere per un giorno intero? E perché?
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Il Ballo di Caterina: Storia della Contessa di Challan.

 

(foto Wikipedia)

Il Castello di Verrès è un immenso monoblocco che domina la Valle d’Ayas; ogni lato è lungo 30 metri e le pareti sono spesse due metri e mezzo.

Massiccio, fortissimo, pare simboleggiare il carattere della sua antica proprietaria, la contessa Caterina di Challan, coeva di Giovanna d’Arco e come lei combattiva in modo irriducibile, anche se non nel nome di Dio ma dei propri e sacrosanti interessi terreni.

In Val d’Aosta allora vigeva la Legge Salica, ossia le figlie femmine erano escluse dai diritti feudali paterni; ma il padre di Caterina (che aveva solo due femmine) nel 1442 ribadì ugualmente – lasciandolo scritto nel testamento – che Caterina e la sorella Margherita erano le uniche sue eredi.

Ovviamente  i parenti maschi della casata presero molto male la decisione e, appoggiati dal padre del defunto marito di Caterina, il conte di Monbreton, piantarono una grana giudiziaria rivolgendosi al Duca di Savoia.

Questi pensò bene di risolvere la cosa mandando dei commissari a sequestrare i possedimenti delle sorelle Challant ma Caterina, che nel frattempo aveva acquistato  anche la parte ereditata della sorella e si trovava al fianco un nuovo compagno, il balivo della Val d’Aosta Pierre d’Introd, iniziò a lottare con le unghie e coi denti per difendere i suoi diritti, ribellandosi ferocemente alle prepotenze familiari.

I parenti allora arrivarono al punto di toglierle le figlie avute al precedente matrimonio per affidarle al nonno paterno.
E il Duca di Savoia mise sotto assedio il castello in cui abitualmente Caterina soggiornava, quello di Chatillon.
Insomma, una guerra su due fronti.

Nel 1450 Caterina fuggì col suo Pierre da Chatillon; il 31 maggio ricevette dal Duca  l’atto ufficiale di confisca dei suoi beni.

Senza fare una piega, con 50 armati e una ventina di musicanti muniti di pifferi e tamburi, andò col consorte a pranzo dal prevosto di Verrès; gli armati si misero di guardia al monastero, i musicanti inziarono a suonare in piazza, il popolo a ballare.

Dopo il pranzo, Caterina si lanciò nelle danze insieme ai suoi sudditi: quel gesto democratico, inaudito per l’epoca, scatenò l’entusiasmo dei popolani che si schierarono al suo fianco coinvolgendo tutti gli abitanti della vallata.

Per prima cosa aiutarono Caterina a riprendere possesso del castello di Chatillon. E da lì iniziarono anni difficili per tutti: quotidiane battaglie, assedi, fame, tutto per difendere l’amata Signora e i suoi diritti. Da parte sua la Signora ricambiò i suoi amati sudditi con benefici fiscali e altri privilegi.

Però, un brutto giorno del 1456, mentre con un piccolo esercito composto soprattutto da volontari difendeva la moglie assediata nel castello, Pierre d’Introd venne ucciso in battaglia.

A quel punto Caterina si arrese agli avidi parenti e rinunciò al feudo.

Ma non alla sua vita.

Nel 1462 si risposò per la terza volta,  riottenne l’affidamento delle figlie  e quando il detestato suocero morì reclamò per quelle, e la ebbe, un’eredità di ben 5000 fiorini.

Ogni anno a Carnevale, nel Castello di Verrès, si ricorda il Ballo di Caterina; ma questa volta a scorrere attorno a lei non è il sangue dei fedeli valligiani, bensì il vino che accompagna la polenta.

© Mitì Vigliero

Abboffate Carnascialesche: Cibi Italiani Tipici del Carnevale.

“Carnevale”, come abbiamo visto, deriva il suo nome da “carnem levare”, togliere la carne, preannuncio dei successivi 40 giorni di Quaresima in cui un tempo il digiuno e il mangiar esclusivamente di magro era regola ferrea e rispettata.

Per questo motivo in tutta Italia il popolo faceva, a mo’ di cammello con l’acqua, il pieno di proteine, calorie e grassi contenuti in quelli che sono i cibi tipici e rituali di questo periodo, molti ormai quasi dimenticati.

Uno degli ingredienti basilari era il maiale, grande ricchezza familiare, scannato poco prima e immediatamente tramutato in prosciutti, salami eccetera.

La festa dava allora l’occasione di consumarne in fretta  le parti che si sarebbero deteriorate durante la quarantena di magro; perciò in Basilicata, ad esempio, cibi tipici del periodo erano il fegato cotto alla brace, la minestra di ossa, il “sartasc’niedd” (soffritto di varie interiora), la “rafanata” (uova, formaggio, rafano e salsicce) e, come dolci, “u sanguinacc” (il cui ingrediente base è il sangue di maiale arricchito da mandorle, pinoli, cioccolato, uvetta, noci, fichi secchi,cannella, zucchero) e “la f’cazz cu l’frètt’l”, una sorta di torta fatta di pasta lievitata, ciccioli (frètt’l in dialetto, ), zucchero a velo e cotta al forno.

In Lucania, non mancavano mai “li maccarone a ferrètte o ca la giònca” (paste fatte in casa, spaghettini bucati da un ferretto e lunghi un palmo i primi, fusilli i  secondi) conditi con un “rraù”(ragù) con tutte le interiora “de lupòrc”.

In Veneto ingredienti obbligatori del Carnevale sono da sempre “maiale, vin bon e fritole”, oltre bigoli gnocchi; a Brescia lombate, sanguiinacci e ciccioli; in Sardegna lardo e fave; in Liguria “costiggeue (braciole) de porco” e in Puglia i “panzerotti” fritti, ripieni di carne macinata di maiale.

Dal giovedì al martedì – settimana non per nulla detta “grassa” – si friggeva furiosamente in tutto lo Stivale, e più che nell’olio nello strutto che andava fatto fuori in fretta perché durante la lunghissima quaresima, non essendoci frigoriferi, sarebbe sicuramente irrancidito.

Fritti carnascialeschi per eccellenza sono quei dolci comuni in tutta Italia, che hanno praticamente uguali la ricetta e gli ingredienti (farina, uova, zucchero) ma variano nei nomi chiamandosi  chiacchiere (Sicilia, Piemonte, Lombardia, Campania); bugie (Liguria), lattughe (bresciano), ciarline (Emilia), ‘ncartellate (Calabria), fiocchetti (Romagna), cenci (Toscana), frappe (Lazio), galani (Veneto), sfrappole (Bologna), frijoli (Sassari), fatti-fritti (Oristano), crostoli (Friuli Venezia Giulia).

Altri dolci più morbidi e spesso ricchi di vari ingredienti come crema, pinoli, uvetta, ma sempre rigorosamente fritti sono i “tortei” lombardi, le frittole della Venezia Giulia, le castagnole romane e umbre, nonché la cicerchiata (Marche, Abruzzo, Lazio, Umbria), che coi ceci non c’entra nulla se non per la forma a palline gialle.

Poi arrivava il Mercoledì delle Ceneri: tutto questo bendiddio scompariva ed il fegato, sentitamente, ringraziava.

© Mitì Vigliero