Le Ricette di Casa Placida: Polpettine Fredde di Tonno e Formaggio

Ricetta freschissima, goduriosissima e ovviamente facilissima, ché d’estate mica ho tanta voglia di stare ai fornelli.

Per 4

200 gr di ricotta
150 gr di robiola
150 gr di tonno sott’olio
2 uova sode
1 limone
capperi
prezzemolo
basilico
olio
sale
pepe

 

Mettere in un grillet la ricotta e la robiola, mescolandole molto molto bene con un cucchiaio; se siete pigri come me, potete emulsionarle nel mixer a minima velocità.
Tritare insieme un ciuffo di prezzemolo, un mazzolino di basilico (le foglie), i capperi (un cucchiaio scarso).
Tritare il tonno ben sgocciolato insieme ai tuorli d’uovo sodo, succo del limone e la sua scorza.
Unire nel grillet della ricotta e robiola il trito di prezzemolo basilico capperi, il tonno, sale pepe e olio a filo, amalgamando benissimo.
Schiaffare in frigo per un paio d’ore e pensare ad altro.

Tirare fuori dal frigo il grillet e con il composto ben freddo e sodo fare tante polpettine non più grandi di un acino d’uva, posandole su un piatto di portata e spolverandole di origano.

Servire a tavola, insieme a fette di pane buono e strisce di focaccia.

Mangiare, lasciandole sciogliere in bocca o spalmandole su pane e focaccia,  pensando a Cose Sublimi.

Update: La mia amica Deianira suggerisce anche “consiglio di tenere l’impasto in frigo per tutta la notte e farle il giorno dopo oppure farle, coprirle con l’alluminio (come ho fatto io) e mangiarle il giorno dopo.” Con il caldo estivo, mi sembra un’ottima soluzione. :-*

© Mitì Vigliero

Ricordi in bianco e nero: voi ricordate come giocavate da bambini?

Riguardo alcune belle fotografie dell’archivio Gettyimages pubblicate da Repubblica.it anni fa.

Mi risvegliano ricordi in bianco e nero di giochi d’infanzia.

Tanti mi sono estremamente familiari; le tante sederate prese al parco del Valentino   cadendo dai pattini (foto 2), sulle discesine attorno la Fontana delle Stagioni

E poi le bambole coi servizi da tè (foto 10), il Meccano (foto 22), cavalluccio (foto 13), l’hulahop (foto 1), Campana (foto 7) e pallamuro (foto 13), lanciata a ripetizione recitando filastrocche surreali.

Questo invece (foto 25non so che sia… Una specie di Campana?

Di girandole (foto 3)  ne ho ancora una, piantata in un vaso di gardenie sul terrazzo.

Guardando quei giochi, rammentandone tanti altri  non lì presenti e confrontandoli con quelli di oggi, mi accorgo di quanto fossero semplici ed essenziali, un poco rozzi, senza tanti orpelli e meccanismi e colori e forme precise, imperfetti nella struttura…

Ma l’ingrediente che li rendeva speciali , facendoci concentrare su di loro per ore e ore, senza passare freneticamente da uno all’altro causa noia improvvisa, era la nostra Fantasia.

E voi li ricordate i vostri giochi?

© Mitì Vigliero

L’importanza dell’Ombrisallo – Antiche Cure Neonatali (e “Ombelico” in tutti i dialetti)

Sin quasi alla metà del Novecento, avere un maschio in certe zone dell’Italia contadina era considerata una benedizione i cui motivi oggi farebbero diventare femminista pure una gheisha; non solo braccia in più per il lavoro, ma anche un aumento di forza e cultura dentro casa.
Questo perché il maschio avrebbe certamente seguito almeno gli studi elementari, mentre la femmina era destinata alla casalinghitudine.

Perciò, mentre il bimbo metteva il capìno fuori e ancora non si sapeva il suo sesso, in Sicilia tutte le donne presenti al parto recitavano giulive:

“S’è masculiddu lu chiamamu Cola
ca quannu crisci lu mannamu a scola
S’è fimminedda la chiamamu Rosa
ca quannu è granni ‘nni scupa la casa”


Ma, maschio o femmina che fosse, doveva innanzitutto tentare di sopravvivere alle numerose cure della medicina popolare a cui veniva immediatamente sottoposto.

Appena sortito dal ventre materno, gli controllavano l’attaccatura dei capelli sulla nuca perché “chi ha il codino aspetta un fratellino”; grande giubilo se nasceva “con la camicia” (sacco amniotico): da grande avrebbe certamente avuto virtù taumaturgiche (Emilia Romagna, Liguria, Piemonte).

Badavano a non baciarlo sul collo, perché avrebbe perso il sonno e infine gli tagliavano il cordone ombelicale facendo attenzione, se maschio, di lasciargliene un pezzo lungo almeno 4 dita perché da quello sarebbe dipesa la dimensione del suo attributo da adulto (Campania, Venezia Giulia).

Il cordone rimasto veniva cosparso di miele, olio e sale, impacchettato in una tela e infine legato stretto sull’ombelico (Salerno).

Appena nato, il pargolo veniva sottoposto al primo bagnetto, anche questo rituale: nell’acqua venivano messe, a seconda delle regioni, monete, gocce di candela benedetta antimalocchio, sale, rosso d’uovo, olio di rosa, miele: come disinfettante vino o pipì di altro bambino al di sotto dei 3 anni.

Alle bimbe veniva cosparsa di zucchero la vulva, per renderle future femmine appetibili (Veneto, Piemonte, Sicilia); ai maschi si sfregava sulla lingua dell’aglio (Val d’Aosta, Savoia, Francia) per renderli virili.

E poi si procedeva alla tortura delle fasce, strettissime attorno al corpo, capo compreso a mo’ di mummietta, nell’intenzione di rendere perfettamente ritte braccia, gambe e schiena e anche perché vigeva il terrore che “prendesse freddo “; infatti durante l’età neonatale veniva lavato pochissimo, spesso solo sfregato con saliva materna (Abruzzo, Molise, Marche).

In più la fasciatura a baco da seta era utile alle mamme, che lo trasportavano ovunque come un pacchetto, arrivando ad appenderlo a un chiodo quando lavoravano fuori di casa, ad esempio nelle stalle o nei campi.
Solo a 6 mesi venivano liberate le braccia, a un anno le gambe.

Quando si staccava l’ultimo pezzo di cordone, sull’ombelico veniva posta una moneta (Basilicata, Bergamasco) o una rondella di piombo (Lazio), per tener piatta la cicatrice.

Il cordone di solito veniva bruciato mentre in Umbria lo mettevano in un posto che simboleggiasse la professione futura desiderata per il bimbo.
Padre Mariangelo da Cerqueto (1915-2002), il notissimo Frate Indovino, era solito raccontare: “Mia madre pose il mio pezzetto tra i suoi pochi libri; finii tra la Filotea, il libro di preghiere, e il Lunario di Barbanera”.
E’ innegabile che nel suo caso abbia funzionato.

©Mitì Vigliero

Corollario

Come si dice Ombelico nei vari dialetti

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Ombrisallo – Genova

Briguel, Belliguel – Bologna

Amburì – Piemonte

Bugnigul, Umbričon – Friuli

Bunìgolo, Bòcolo – Veneto

Vellìcolo – Napoli

Schèo (soldo)- Alto Trevigiano

Bumbulif – Lugano

Bamborin – Milano

Muglichere- Mugliculu– Ciociaria Lazio

Biddiu – Sardo Campidanese

Boton della ghidazza (bottone della madrina, perché era lei l’addetta al taglio ) – Trentino Occidentale

Bigul – Ferrara

Buton dela pansa – Bergamasco

Bìgol – Crema

 Morìco – Marche (AP)

Bellìco – Toscano

Vijicu – Vibonese

Viddicu – Palermitano