A proposito di Placida Signora

Una Placida Scrittora ligurpiemontese con la passione della Storia Italiana, delle Storie Piccole, del "Come eravamo", del Folklore e della Cucina.

Marie, Marione e Marionette: Una Storia Veneziana

marie

(foto ©Venicexplorer)

Un tempo a Venezia i matrimoni erano considerati un avvenimento solenne da celebrare in un giorno preciso, il 2 febbraio, ricorrenza della Purificazione di Maria Vergine.

Nella cattedrale patriarcale di San Pietro di Castello (solo dal 1807 la cattedrale divenne San Marco), il Doge in persona accompagnava all’altare dodici fanciulle vergini e poverissime, alle quali la città aveva donato la dote e un ricco corredo: queste fanciulle venivano chiamate dal popolo “le Marie”.

Un fastoso corteo di gondole, una per ogni sposa-Maria, attraversava la Riva degli Schiavoni mettendo in pubblica mostra sia le ragazze sia i bauli nuziali pieni di stoffe e preziosi; in chiesa attendevano gli sposi, anche loro lussuosamente abbigliati.

Ma nel 944 (o poco prima, le cronache son discordi nelle date) avvenne il Ratto degli Slavi: dei pirati istriani fecero irruzione nella chiesa, s’impossessarono dei tesori e rapirono le ragazze per venderle al mercato degli schiavi.

Il Doge Pietro III di Candiano allora partì al loro inseguimento, insieme ai mariti furibondi e ai confratelli della Scuola dei Casseleri (fabbricanti di casse nuziali) che aveva sede nella vicina chiesa di Santa Maria Formosa.

I pirati furono raggiunti, uccisi e scaraventati in mare, e i tesori e le Marie tratti in salvo.

Da quell’avvenimento, che tutti giudicarono risolto felicemente solo per intercessione della Vergine, la solenne cerimonia si spostò nella chiesa di Santa Maria Formosa (allora l’unica in città dedicata alla Madonna, che lì era apparsa sotto forma di donna appunto “formosa”, bella in latino) divenendo col passare del tempo sempre più fastosa.

Le Marie venivano scelte esclusivamente per la loro avvenenza e spesso dietro raccomandazione di amanti potenti i quali, facendole sposare a terzi, le sistemavano a vita; i doni che la nobiltà veneziana e il Governo facevano loro come “corredo” erano addirittura imbarazzanti per il valore venale.

Ma soprattutto quella che doveva essere la festa solenne dell’innocenza e della virtù degenerò così in otto giorni di costosissimi bagordi ininterrotti e lascivi, pieni di forestieri che arrivavano lì apposta, in cui si beveva e schiamazzava attorno alle 12 pulzelle, tra cui – come in un odierno concorso di Miss – veniva acclamata a furor di popolo la più bella.

Visto che le pubbliche spese per la “festa delle Marie” erano aumentate in modo scandaloso, la Serenissima il 2 febbraio del 1348 , dopo averne portato il numero prima a otto, poi a quattro, poi a tre, decise infine di sostituire le ragazze con una dozzina di grosse statue in legno, che non avevano amanti ingombranti e si accontentavano d’abiti di scena e gioielli in latta e vetro.

Ma i veneziani non gradirono la cosa e tra urli belluini, durante la cerimonia nuziale nella Formosa, lanciarono cavoli, rape e pesci marci contro quelle che chiamavano spregiativamentene “le Marione”.

Gli unici che ne trassero vantaggio furono i venditori ambulanti, che vendevano piccoli pupazzi di legno e stoffa raffiguranti le Marie e che vennero perciò chiamati Marionette, e la lingua veneziana che da allora coniò il detto “Maria de tola”, Maria di legno, per definire una donna bella sì, ma fredda e impettita.

Per la cronaca, alla fine del Trecento la festa degli sponsali fu definitivamente soppressa: oggi all’interno del Carnevale troviamo la Parata delle Marie, 12 ragazze veneziane in costume (d’epoca, no bikini) tra cui sceglier la più bella e, a giugno, la Regata femminile delle Marie.

© Mitì Vigliero

Le Acciughe Fanno Il Pallone E L’Argento Ne E’ La Difesa

 acciughe fanno il pallone quadro di martina troise

(Le acciughe fanno il pallone, di Martina Troise)

Le Acciughe per difendersi dalla voracità di tonni e alalunghe che le attaccano dal fondo del mare, salgono verso l’alto; è allora che, come canta De Andrè, fanno il pallone , ossia gonfiano la superficie dell’acqua in una grande semisfera schiumante e scintillante, su cui si catapultano immediatamente voraci gabbiani e pescatori muniti di retino.

mangianza gabbiani

 (Gabbiani durante la “mangianza”)

Ricordo una volta in cui, ragazzina, tuffandomi “a bomba” dalla prua di una barca poco fuori San Fruttuoso di Camogli, senza volerlo piombai proprio in mezzo ad un ballòn d’anciue: un’esperienza sconvolgente. Provate ad immaginare di immergervi completamente in qualche migliaia di pesciolini guizzanti e freddi, una sorta di idromassaggio vivente…

ballon anciue

 Mi chiedo ancora chi si sia spaventato di più: io o quei pesciolini dalle abitudini gregarie, che trovano il loro meccanismo difensivo nel rimanere uniti, in un blocco compatto continuamente in frenetico movimento, capace non solo di repentini cambi di direzione, ma anche di colore, in modo da confondere i predatori.

acciughe nel pallone

(Acciughe nel pallone, foto ©Alefish)

Infatti, il gioco di luci che si viene a creare sui loro corpi è fantastico; sott’acqua sembrano una massa metallica, una nuvola d’argento, ed è praticamente impossibile puntare lo sguardo su un unico individuo.

Il colore argenteo tipico dell’acciuga (e anche di sua cugina la sardina) è prodotto dalle microscopiche lamelle rifrangenti che ricoprono le sue squame; queste lamelle sono formate da iridociti, una sorta di cristalli opachi formati da un composto chimico detto guanina, che si trova anche negli acidi nucleici come il DNA e l’RNA, comuni alle cellule di tutti gli esseri viventi.

La sovrapposizione degli iridociti allo strato di pigmento normale, permetterebbe ad alcune lunghezze d’onde o colori di essere riflesse con un angolo particolare, mentre altre verrebbero assorbite; per questo le acciughe in acqua appaiono a volte d’argento, altre bianche, altre ancora d’un grigio fosco.

Quando le acciughe fanno il pallone troppo vicino alla riva, sembrano davvero le stelline cadute della mia leggenda.

Quando la loro lotta estenuante avviene nei grandi Oceani, lo spettacolo è impressionante e affascinante insieme.

Eccolo in questo meraviglioso video.

© Mitì Vigliero , L’Alice delle Meraviglie

lalice delle meraviglie

Vi Racconto Come Nacque L’Aspirina

salix alba

Già Ippocrate di Kos (460-377 aC)  consigliava come antidolorifico alle partorienti sofferenti per le doglie di bere un infuso di foglie di “Salix Alba Vulgaris”; il salice bianco, contenente acido salicilico, ma questo il medico ateniese non lo sapeva.
Anche Plinio attribuiva al salice proprietà analgesiche e Dioscoride (I sec d.C.), lo prescriveva per combattere febbri e “eccitazione sessuale”.

L’uso del salice come pianta medicamentosa venne ignorato dalla medicina medioevale; anzi, editti speciali proibivano la raccolta dei rami per altro uso che non fosse quello della costruzione di ceste.

Nel XIII sec. i medici della Scuola Salernitana ne riesumarono l’uso in modo curioso, prescrivendolo nei conventi; questo perché pensavano che il salice fosse un antiafrodisiaco, annientatore di ogni  libidine.

In Italia questa convinzione (una delle prime leggende metropolitane della storia) durò a lungo; il medico senese Mattioli nel 1600 prescriveva foglie di salice tritate e mescolate a vino e pepe per lenire il “dolore dei fianchi”, che non era il mal di reni ma il desiderio sessuale represso.

E anche lo scienziato illuminista Fusanacci nel 1784 asseriva che “il sugo cavato dai rami teneretti allontana egregiamente le libidinose voglie”.

Ma quasi contemporaneamente a Chipping Norton, Oxford, un pastore protestante appassionato di botanica, Edward Stone, un dì passeggiando in un bosco decise di masticare un pezzetto di corteccia di salice; mentre la sputava disgustato pensò che il sapore era assai simile a quello amaro della cinchona, la pianta peruviana del chinino, unico antimalarico conosciuto allora.

Così, dopo averne sperimentato il decotto su 50 malati, il 2 giugno del 1763 presentò alla Royal Society di Londra un saggio in cui dichiarava quanto la febbre di questi fosse rapidamente diminuita.

Un’involontaria spinta agli studi di ricerca venne data da Napoleone che nel 1803 proibì qualunque importazione di merci dai territori inglesi, chinino compreso.

Cercando freneticamente un sostituto autoctono, nel 1828 a Monaco di Baviera il chimico Johannes Buchnder bollendo del salice ne ottenne una materia gialla che battezzò “salicina”; nel 1829 un farmacista franceseLeoroux, la isolò in forma cristallina composta da glucosio e alcool salicilico (500 gr. di scorza di salice davano 30 gr di salicina).
Nel 1838 il chimico calabrese Raffaele Piria scoprì l’acido salicilico e nel 1853 il francese Charles Frédéric Gerthardt produsse l’Acido Acetilsalicilico puro che abbassava sì la febbre, ma ammazzava i pazienti con gravissime emorragie gastrointestinali.

Finalmente nel 1897 un giovane chimico della BayerFelix Hoffmann, combinando l’acido salicilico con l’acido acetico (acetilazione) sintetizzò chimicamente l’ASA (acido acetilsalicidico in forma stabile, questa volta abbastanza ben tollerato dagli stomaci umani).

Bayer

(Archivio Bayer, 1897)

Il 23 gennaio 1899 la Farbenfabriken di Friederick Bayer & C. battezzò il farmaco Aspirina: A” da acetil e “spir”, da acido spireico sinonimo di salicilico e il suffisso -ina , molto usato nei nomi dei medicinali di allora.
Il 1° febbraio ne depositò il marchio all’ufficio imperiale brevetti di Berlino e il 6 marzo mise in commercio la prima confezione di aspirina da 500 mg

Da allora ne sono state consumate centinaia di migliaia di compresse e attorno a lei – come capita a tutte le famosissime dive – sono nate pure altre varie leggende metropolitane che spesso la abbinano alla bibita più famosa del mondo, la Coca Cola, la cui storia vi racconterò appena l’Aspirina mi farà passare i dolori da influenza.

© Mitì Vigliero