A proposito di Placida Signora

Una Placida Scrittora ligurpiemontese con la passione della Storia Italiana, delle Storie Piccole, del "Come eravamo", del Folklore e della Cucina.

Vi racconto tutti i Proverbi e i Modi di Dire sulle Acciughe

FAR L’ACCIUGA IN BARILE: non compromettersi, far finta di niente, così come un’acciuga decapitata, salata e stipata in un barile insieme alle altre, non ha alcuna possibilità d’intervento, ma soprattutto passa inosservata perché identica alle altre PIGIATI COME ACCIUGHE: stare in un luogo angusto e affollatissimo, come può esserlo solo un barile o un vasetto d’acciughe. IL SALTO DELL’ACCIUGA: simile al salto della quaglia di montecitoriana memoria; come le acciughe in branco in fuga, per salvarsi la pelle saltano e cambiano vicine di corsa, così i politici nel branco del parlamento, per salvarsi la poltrona, saltano scranno ed alleati, cambiando cioè spesso e volentieri partito e idea.

acciughe Alefish(foto Alefish)

VALE COME L’ARGENTO DELLE ACCIUGHE: detto di cosa di nessun valore, se non apparente. Le squame dell’acciuga scintillano come argento, ma dopo poco che l’acciuga è stata pescata e come inizia il processo di putrefazione, la luce scompare. Difatti che È PURO ARGENTO D’ACCIUGA si dice scherzosamente di un oggetto o di un gioiello di finto argento, il quale dopo un po’ che viene usato o indossato, diventa nero, macchia la pelle ed emana il tipico odore (puzza) di metallo caldo, assai simile a quello del pesce marcetto. ESSER SECCA COME UN’ACCIUGA o ESSERE UN’ACCIUGA: si dice familiarmente di una donna molto secca, nel senso di magra. ACCIUGHINA: è detta la lepisma, quell’insetto senz’ali abbastanza schifosino che si nutre di carta, conosciuto anche come “pesciolino d’argento” Ma ESSERE UN’ACCIUGHINA si dice, secondo il Fanfani, anche di “una donna bellina, ma troppo asciutta e piuttosto alta”. Sempre il dizionario del Fanfani riporta: “Ad uno il quale si lamenti che gli dolga la testa, sogliamo dire per ischerzo BENEDETTE LE ACCIUGHE! poiché le acciughe salate son prive della testa”. Da parte loro i genovesi, per definire una persona un po’ stupida, dicono che ha UN CERVELLO COME E ANCIOE, sia perché il cervello suddetto è piccolissimo, sia perché le acciughe conservate vengono vendute senza testa.acciuga In Emilia s’usa il gentil detto HA DUE ACCIUGHE SOTTO LE ASCELLE per definire una persona affetta da puteolenti problemi di traspirazione. ACCIUGAIO è notoriamente il venditore d’acciughe ma anche, per i commercianti di libri antichi, un modo per definire un libro solo un po’ vecchio e di nessun pregio, buono soltanto ad avvolgerci, appunto, le acciughe al mercato. Per il Dizionario illustrato dei simboli della Hoepli , l’acciuga è “simbolo di prestezza, perché messa al fuoco è subito cotta; L’ACCIUGA È AL FUOCO! è frase che s’usa per significare che una cosa è fatta prestamente”.

pinoli

A Genova s’usa la definizione PESCOU D’ANCIUE CO PIGNEU, pescatore d’acciughe col pinolo, atta a classificare un pescatore leggermente strambo, il quale utilizza una curiosa tecnica secondo la quale si pesca stando accosciati a pelo d’acqua, tenendo un pinolo tra le natiche: quando l’acciuga abbocca, si stringono le natiche e ci si alza rapidamente. E’ ovviamente un motto scherzoso riferito a chi di pesce e pesca non capisce proprio nulla, molto adattabile a quel celebre giornalista che circa trent’anni fa scrisse, su un famoso quotidiano, un lungo, romantico articolo in cui raccontava come i pescatori andassero di notte a pescare i bianchetti coi palamiti. Solo che i palamiti sono attrezzi da pesca costituiti da una lunga corda a cui sono annodati ami talmente grossi che un bianchetto, se proprio volesse farsi pescare da uno di quelli, dovrebbe incastrarcisi sulla punta in una sorta di faticosissimo harakiri. L’ACCIUGA HA 24 VIRTÙ E OGNI ORA NE PERDE UNA: quali siano le ventiquattro virtù in realtà non lo sa nessuno, ma è certo che l’acciuga, a meno che non sia in barattolo, deve essere consumata freschissima, ossia il prima possibile.

lacciughe salate

CHI SALA LE ACCIUGHE IN APRILE, PERDE SALE, ACCIUGHE E BARILE: alias fare molta attenzione nel periodo in cui si conservano le acciughe sotto sale; i saggi suggeriscono, come mese ad hoc, luglio, per iniziare a mangiarle a Ognissanti. L’ACCIUGA VUOL NUOTARE TRE VOLTE: NELL’ACQUA, NELL’OLIO, NEL VINO. Ossia nell’acqua di mare, nell’olio in padella e nel vino nello stomaco. FICUS POST APUAM , un fico dopo l’acciuga, consigliavano gli antichi romani. Il perché bisognerebbe chiederlo a loro.

fico

UNA PICCOLA ACCIUGA NEL PIATTO VALE PIÙ CHE UN TONNO IN MARE: proverbio francese che significa meglio un uovo oggi che una gallina domani, eppoi bisogna accontentarsi di ciò che si ha. UNA PICCOLA ACCIUGA NUOTA TANTO QUANTO UNA GROSSA CERNIA: proverbio spagnolo; anche i pesci, come gli uomini, in fondo son tutti uguali. SENTIR CANTARE LE ALICI NELL’ACQUA o SENTIRE IL CORO DELLE ACCIUGHE NELL’ACQUA: proverbio portoghese usato per definire una cosa improbabile, impossibile.

gatti e pescatori

LA GATTA VORREBBE MANGIAR LE ACCIUGHE, MA NON PESCARE, proverbio comune in tutto il Mediterraneo, usato per indicare colui che vuol godere i frutti senza faticare per ottenerli. Infine, secondo i toscani NON V’È PICCOLA ACCIUGA CHE NON SPERI DI DIVENTAR BALENA e lo Strafforello, noto studioso di proverbi dell’Ottocento, così spiegava: “Non v’è deputato così ciuco che non speri di diventar Ministro”.

© Mitì Vigliero     da img

Nel primo cassetto del comò

como

Purtroppo capita a tutti prima o poi di dover svuotare le case di nonni, zii e genitori che non ci sono più. Io in questi ultimi anni ne ho svuotate tante… E mi sono accorta che i contenuti del primo cassetto dei vecchi comò – ampi, profondissimi, capaci di contenere un mondo intero – appartenuti a persone nate all’inizio dell’Ottocento o ai primi del Novecento sono praticamente identici.

santini

Libretti da Messa, immaginette, santini, miriadi di medagliette di santi attaccate a minuscole spille da balia. E veli da messa in pizzo, bianchi e neri. Fazzoletti ricamati, minuscoli se femminili, enormi e cifrati, di spesso lino e cotone se maschili; nuovissimi, intonsi perché “troppo belli per essere usati”.

guanti

Poi guanti di pizzo sottile come ragnatela o di pelle divenuta dura come cartone; minuscoli bottoni in madreperla, tondi bottoni per colletti di camicia. Colletti e polsini di cotone inamidato o in celluloide; carte veline sottilissime contenenti fiori secchi, bomboniere ancora con i confetti dentro.

manicure

Scatoline di stoffa ricamata con il necessaire per la manicure; pettini d’osso, spazzole morbidissime che spolveravano i capelli più che districarli. Scatolette metalliche piene di monetine fuori corso; portafogli e borsellini d’ogni materiale o dimensione con dentro monete di carta da 1 lira, biglietti di teatro, ricevute d’offerte alla parrocchia o tessere di qualche associazione.

lettere

Pacchi di lettere scritte con inchiostro e pennino, legate con cordini o nastrini di seta, tutte con la minuta allegata. Lettere d’amore, lettere d’auguri, lettere dal fronte; lettere di parenti lontani che annunciavano visite, matrimoni, nascite e morti. Le partecipazioni di quelle nascite, matrimoni, morti. E lettere “d’affari”; testamenti, preventivi di lavori in muratura, acquisto beni vari, contratti, elenchi notarili di dote, note di affitto, ricevute d’acquisti, quadernini contenenti le spese di ogni mese, anche le più piccole; calendarietti e agendine mai usate.

villa Ida

E fotografie, tante fotografie; piccole, spesso dai bordi ondulati, carta spessa, color seppia o in bianco e nero. La più belle venivano tramutate in cartoline, da spedire a persone lontane. Foto di case, paesaggi, animali, paesi. Volti di amici, parenti, coscritti, compagni d’arme, di scuola, di caccia; neonati fasciati come mummie o nudi su pelli bianche; bimbi battezzandi, comunicandi e cresimandi; gruppi di persone in gita, raggruppati vicino a una sposa, a tavola, seduti sui prati, su panchine in giardino, su scogli in riva al mare. Persone appoggiate – col vestito bello – a colonne di marmo o poltrone da scena con dietro tendoni drappeggiati; ore di posa in studi di fotografi professionisti, lampi di magnesio, volti un po’ perplessi, serissimi, sempre.

In questi anni ho ricostruito vite intere grazie a quelle lettere, biglietti, quadernini, fotografie.

Ho visto i volti di quadrisnonni e trisnonni, ho conosciuto il prezzo e il giorno d’acquisto di
oggetti ancora in casa, ho scoperto che il centrino di lievissimo pizzo posato da sempre sul tavolino in salotto è in realtà è un pezzotto genovese regalato da una futura suocera a una futura nuora; ho finalmente capito perché avevano murato porte per riaprirle altrove (“troppo dappresso alla canna fumaria del camino” scriveva al muratore una bisnonna “ogni volta si crepa lo smalto dell’uscio”); ho condiviso l’ansia di mogli coi mariti al fronte, ho saputo il giorno esatto in cui una madre scoprì d’essere incinta e ciò che fu servito durante un pranzo di nozze del 1933.

E mi sono chiesta: i nostri figli e nipoti e i figli dei nipoti potranno ricostruire in modo così accurato le vite familiari passate?
Le fotografie ormai sono tutte digitali; tranne rari casi in cui vengono stampate, rimangono in computer o cellulari. E dopo 10, 20, 40 anni, di sicuro il sistema di lettura di quei file sarà cambiato. La stessa cosa accaduta con le videocassette che contenevano i filmini dei matrimoni; o per vederle ora le riversi in CD, o ti procuri un videoregistratore ancora funzionante.
E le lettere? Fra telefonate ed email resterà ben poca traccia delle nostre comunicazioni, importanti o meno…

Di sicuro chi svuoterà i futuri cassetti dei suoi vecchi – e non cassetti come quelli, non si usa già più il monumentale comò nelle camere da letto – farà più in fretta.

Ma forse – lo chiedo a voi – non avrà, nella sua vita, radici più sottili?

alberogenealogico© Mitì Vigliero