Lo Chiamavano “Cappottino Inglese”: Storia Del Preservativo

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(Condom annata 1932)

I primi ad utilizzarlo, ma solo come vestitino decorativo in lino delle loro divine appendici, pare siano stati i Faraoni egizi.

Gli inventori del primo preservativo vero e proprio furono però i soliti Cinesi che solevano impacchettarsi in sottili fogli di carta di seta oleata; i Giapponesi invece, uomini rudi, preferivano cilindri di carapace di tartaruga resi flessibili da soluzioni alcaline.

Romani li fabbricavano con intestini essiccati di pecore; e sia quando frequentavano lupanari, sia quando fraternizzavano con le donne dei territori conquistati, vi avviluppavano attorno dei tamponi bagnati con pozioni d’erbe mediche che avrebbero dovuto difenderli da infezioni varie.

Tra le varie novità che le Caravelle spagnole portarono dalle Americhe appena scoperte, oltre a pomodori, peperoncini e patate vi era anche il batterio di quello che il medico Gabriele Falloppio battezzò “Morbo Gallico” e che i gallici chiamarono “Morbo italico“, gli italici ”Mal francese“, gli inglesi “Mal napoletano“, in un continuo scaricabarile campanilistico. Insomma: la sifilide.

Dato che il contagio era facilissimo, su consiglio dello stesso medico tutti gli eserciti europei vennero vivamente invitati a far uso di una fodera di lino, lavabile e riutilizzabile, impregnata di una soluzione salina.

Nel ‘600 il profilattico si iniziò a chiamarli “condom”, forse dal nome di un medico del re Carlo II che, per evitargli figli illegittimi, gliene aveva prescritto l’uso, o forse dal latino “condo” (nascondere).

In quel periodo erano – oltre che riutilizzabili e  lavabili – fatti di budelli d’intestini d’agnello o capra e tenuti fermi da vezzosi nastrini di seta che si trovavano ai lati dell’imboccatura.

Ovviamente i moralisti in genere iniziarono a tuonare contro l’uso del preservativo: dicevano che avrebbe deteriorato la razza umana incoraggiando l’adulterio e la prostituzione.

Ma il ‘700, Secolo Illuminato, fece spallucce e rispose ai lai con l’uso massiccio del condom (o “redingote anglaise”, cappottino inglese, come lo chiamava affettuosamente Casanova), che venne per la prima volta  pubblicizzato come contraccettivo.

Nel 1843 avvenne una rivoluzione nel campo: Charles Goodyear, inventore nel 1839 dei pneumatici, inventò pure la vulcanizzazione riuscendo ad elasticizzare la gomma naturale e producendo così i primi profilattici capaci di tendersi senza lacerarsi.

Nel 1930 la gomma venne sostituita dal lattice; negli anni ’40 i preservativi venivano venduti e conservati in scatolette di legno, spalmati di vaselina e usati più volte.

Una curiosità: ai primi del ‘900, quando iniziarono ad essere fabbricati in massa, l’Associazione Americana per l’Igiene Sociale li combattè duramente dicendo che tutti quelli che rischiavano di beccarsi malattie del gatto a causa dei loro comportamenti scostumati, dovevano per punizione sopportarne anche le conseguenze: così imparavano, tié.

Infatti le truppe americane furono le uniche – durante la Prima Guerra Mondiale – alle quali ne fu negato l’uso; ossia i preservativi non vennero messi nel “kit farmaceutico” a disposizione di ogni soldato.
Morale, a fine guerra, più del 70% di loro soffriva di malattie veneree. 

Nella Seconda Guerra Mondiale, per evitare che contagiassero le mogli al loro ritorno, solo ai soldati dello sbarco in Normandia vennero  distribuiti dei profilattici. 
Però ufficialmente servivano a proteggere i fucili dall’acqua salata.

© Mitì Vigliero

Parole&Promesse: Proverbi e Modi di Dire

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Un tempo venire considerati “Uomini di parola” era una questione d’orgoglio; “Mantener fede alla parola data” voleva dire mantenere reputazione, stima, onore e dignità, cose allora – anche se oggi sembra impossibile – considerate più importanti della vita stessa.

Però l’universale saggezza popolare vecchia di secoli e secoli, attesta che già nei tempi passati una cosa era promettere, un’altra mantenere.

Chi promette in debito si mette” insegnavano i saggi nonni ai nipotini, ben sapendo loro per primi che “Quel che si promette ai fanciulli e ai disperati bisogna averlo in mano“; infatti non v’è nulla di peggio che far capire presto agli infanti quanto poco ci si debba fidare degli adulti, o illudere chi già sta male per i fatti suoi con “False promesse“.

Eppure spesso, soprattutto nel momento del bisogno e della necessità, bisogna per forza “Prendere in parola” solo “Mezze parole” captate magari a fatica in mezzo ad un “Diluvio di parole” – gentili e fascinose o sbraitanti e volgarissime – ma che poi, all’atto pratico, si rivelano tutte solo miraggi di chimere, perché colui che aveva promesso anche pur vagamente, quasi sempre quella parola se la rimangia.

Siamo ben consci che Tra il promettere e l’ottenere si smarrisce il mantenere“; ma rimanere sospesi in situazioni incerte, solo “Tenuti in parola” da chi  ha fatto “Promesse da marinaio” può deprimere e innervosire.

Vi sono  persone davvero specialiste, soprattutto nei momenti di buia crisi o eccitato entusiasmo, a “Prometter mari e monti” (o “Vacche dalle corna d’oro“, come dicono gli olandesi); eppure bisognerebbe ormai aver capito che “Il mescere, non il promettere, riempie il bicchiere“ (Germania), che “Pane promesso non riempie lo stomaco“, “Legna promessa non accende la stufa“ (Russia), “Medicina promessa non cura“ (Cina), “Legge promessa crea delitti” (Francia) e “Ricchezza promessa porta miseria“ (Inghilterra).

Sarebbe importante invece seguire quel vecchio proverbio dal duplice significato che recita “Chi promette nel bosco, mantenga in città“; le promesse fatte in un momento “diverso” dal solito, lontano sia materialmente che metaforicamente dalla quotidianità, che sia un momento del pericolo collettivo o uno in cui ci si sente tutti particolarmente allegri, rilassati e bendisposti, devono essere sempre mantenute una volta tornati alla normalità.

A essere solleciti, accorti, generosi, rassicuranti “solo a parole” sono buoni tutti, ma non bisogna mai dimenticare che “Il promettere è la vigilia del dare“: crea aspettative e fiducia.

Ma “Promettere una capra e poi non dare un pelo della sua barba“, come dicono i greci, è non solo crudele, ma anche pericoloso per chi promette:  “Le promesse spesso rompon le ossa” (Portogallo) poiché “Promessa non mantenuta vale una battuta“ non di spirito, ma di randello.

Chi promette in fretta se ne pente con calma” e “Pazzo è colui che non potendo dare un pollo promette un bue“ (Spagna); eppure di “Promettitori” professionisti (citati anche dal Boccaccio nel Decamerone,VIII, 2) pare sia pieno il mondo; gente che pur di raggiungere i propri fini sarebbe disposta a promettere, secondo gli armeni, “Il latte delle galline e un giro in volo sulla groppa del mulo“.

Quindi ancor più pazzo è colui che ci crede, visto che ormai è noto a tutti che: “Il furbo promette e lo sciocco aspetta“.

© Mitì Vigliero