Una Fucilata Per Restare Incinta: Credenze Popolari Sulla Gravidanza

Per secoli la gravidanza e il parto, nell’Italia contadina e popolare in genere, fuono giudicati materia da “donnette; fabbricar bambini era considerata una mera “funzione corporale” delle femmine e dal Medioevo sino al XVIII sec. ai medici era addirittura vietato assistere alle nascite, a meno che non si trattasse di partorienti nobili, fornitrici quindi di “patrimoni dell’Umanità” e non di banali infanti.

Il corpo femminile era qualcosa di impuro, la gravidanza qualcosa di animalesco; perciò tutte le cure erano affidate a “esperte” locali dispensatrici spesso di regole “salutistiche” che più d’una volta, in tempi bui, fecero loro meritare il rogo come streghe.

S’iniziava dal concepimento; meglio non concepire nei giorni ventosi o troppo vicini a una festività solenne come il Natale o la Pasqua (Toscana), ché il bebè sarebbe cresciuto violento e superbo.

In Veneto per favorire la fecondità le sposine indossavano senza mai lavarla e  sino al momento della fecondazione, la camicia da notte di una donna pluripara; in Emilia Romagna ingurgitavano chili di “crescia”, focaccia fatta con farine di 9 mulini diversi, mentre i mariti arrivavano a spaventare le mogliettine sparando a tradimento vicino a loro una fucilata  o gettando loro addosso secchiate d’acqua ghiacciata per “rivegliarne la Natura”.

Una volta riuscite ad evitare dermatiti, infarti o polmoniti e rimanere finalmente incinte, le donne dovevano prestare massima attenzione a cosa facevano, onde evitare che i figli nascessero affetti da morbi e difetti fisici vari.

Ad esempio in tutto lo Stivale vigeva la prescrizione di non guardare persone o animali deformi o semplicemente brutti, ché altrimenti il pupo sarebe nato uguale a loro.

Ovunque s’intimava di non passare sotto il muso d’una cavalla, sennò la gravidanza sarebbe durata 12 mesi; mai bere direttamente dal secchio del pozzo, per evitare un fantolino con la bocca larga e andare sempre a letto presto, per evitargli la testa grossa.

Guai ad indossare collane, si sarebbe strozzato col cordone ombelicale; anatema a chi col pancione teneva mici in braccio (Val Trebbia) rischiando di farlo nascere con le manine a zampa di gatto, prive di falangine e falangette; sciagurata colei che lavorava piegata in avanti (Marche), ché la creatura avrebbe avuto il naso schiacciato.

Occorreva invece procurar subito alla puerpera ogni cibo o bevanda da lei desiderato, per evitare che l’erede avesse sul corpo una macchia (voglia) del colore dell’alimento negato.

Però esistevano dei cibi vietati: le anguille (Lazio) sennò il piccolo sarebbe annegato, lepri o conigli (Piemonte) causa di labbro leporino, lumache (Mantova), perché sarebbe nato con la bava alla bocca e gravi problemi di dentizione.

Bere vino bianco se si desiderava un fantolino biondo, nero se lo si preferiva moro (Friuli); guardare spesso un’immaginetta di Gesù (Puglia) per farlo bello come Lui e soprattutto non prendere mai a calci un maiale (Abruzzo) se non si voleva che il figlio russasse per tutta la vita: consorti costretti alla forzata insonnia, prendetevela dunque con vostra suocera.

©Mitì Vigliero

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A proposito di Placida Signora

Una Placida Scrittora ligurpiemontese con la passione della Storia Italiana, delle Storie Piccole, del "Come eravamo", del Folklore e della Cucina.
  • 4 May 2012 at 08:37Stefano
    e la coppia nel letto si ritrovò circondata dalle forze dell'ordine, e fu denunciata per atti osceni.......ah... se invece,di un colpo singolo,venisse sparata una raffica,il parto sarebbe plurigemellare....
  • 4 May 2012 at 08:45Stefano
    forse è anche quello che si sentivano dire i poveri mariti partiti per la guerra da qualche anno, quando finalmente, a guerra finita tornavano a casa e scoprivano che la moglie era incinta......"Sai caro...... è tutta colpa degli spari......"
  • 4 May 2012 at 08:46Mitì Vigliero
    Stefano, era un alibi perfetto ;-)
  • 4 May 2012 at 09:00lanf3anc
    andando nel passato molto remoto, ho letto anche del Dio Penn (delle vette e della fertilità). Se non sbaglio legato ai Celti. E pare che il nome di alcune vette derivino da lì. Monte Penna, Monte Penice (ma anche gli Appennini stessi). Questo per dire che in Val Trebbia, esiste una formazione rocciosa (Pietra Perduca) sulla cui vetta sono presenti vasche scavate nella roccia perennemente piene d'acqua (e di tritoni). E nell'antichità, pare che le donne che non riuscivano ad avere figli si immergessero in queste vasche nella speranza di "guarire" l'infertilità
  • 4 May 2012 at 09:12Mitì Vigliero
    lanf3anc, molto interessante! Ma l'argomento è vastissimo; ad esempio qui avevo parlato delle acque "eccitanti e spasimose" https://www.placidasignora.com/2008/05/12/fonti-eccitanti-e-spasimose-2/ e qui https://www.placidasignora.com/2008/05/19/le-sacre-pietre-della-fertilita/ delle pietre della fertilità. altro che cure ormonali ;-)
  • 4 May 2012 at 09:40lanf3anc
    ecco, su quella Pietra Perduca che ti dicevo, esiste, incastonata nelle rocce, l'antica chiesetta di Sant'Anna (protettrice delle madri). Ti ho trovato una quarta chiesa :) http://pcturismo.liberta.it/asp/default.asp?IDG=27960
  • 4 May 2012 at 10:04Mitì Vigliero
    lanf3anc, perfetto, grazie! quando aggiorno il post la aggiungo :-*


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