Teatro e Appetito: Ricette di Antichi Artisti Ghiottoni

Il rapporto Teatro-Appetito ha origini antiche: nel XVI secolo, quando i cosiddetti “guitti istrioni” insieme ad altri attori peripatetici della Commedia dell’Arte giravano sui Carri di Tespi facendo le piazze” di città e villaggi, era in voga il detto “Essere affamato come un commediante“.

La Fame era infatti la vera Prima Attrice di queste compagnie teatrali e non per nulla l’onnipresente personaggio dello Zanni (il servitore, come Arlecchino Pulcinella) ha come prima caratteristica quella di possedere un appetito formidabile e mai saziato.

Durante le recite, sulle tavole imbandite dei palcoscenici deambulanti facevano bella mostra i polli cartaginesi – bipedi di gesso o cartapesta verniciati di color noce scuro – insieme a biscotti e torte di legno, spaghetti letteralmente fatti di spago e frutta di cera.

Ma in realtà i poveretti mangiavano pochissimo causa pochissimo guadagno; e spesso, se si trovavano in una piazza di campagna, pittosto che in monete preferivano farsi pagare con uova, vino, frutta, formaggio e polli. Veri.

Una paura atavica, quindi, quella del digiuno, anche se Compagnie uscite dall’incubo della “gavetta”, affermate e quindi molto più tranquille dal punto di vista economico, iniziarono presto a far portare in scena vivande vere e appena cucinate in trattorie vicine.

Attrici quali Sarah BernhardtEleonora DuseEmma GramaticaLydia Borelli Dina Galli, giunte all’apogeo del successo, da vere Dive sulla scena si rifiutavano persino di fingere di sorseggiare la classica acqua colorata facente funzione di vino o champagne, ma ne esigevano per contratto bottiglie DOC.

E tanti furono gli artisti ghiottoni passati alla storia anche per aver inventato ricette strepitose.

Ad esempio il celebre attore dell’Ottocento Antonio Papadopoli (Zara 1815 – Verona 1899), che nel 1886 pubblicò un librino di ricette intitolato “Gastronomia sperimentale“, inventò i Gamberi farciti di Prosciutto.

La ricetta era semplicissima. Nutriva a sazietà dei gamberi con pezzetti di San Daniele e appena questi avevano finito di mangiare, li buttava in pentola facendoli bollire in un brodeto di pesce.

Altro ghiottone gourmet fu Gioacchino Rossini che un giorno, nella sua Villa Bazar a Passy, cucinò e servì il Timballo di Maccheroni à la Rossini ad Alexandre Dumas (pure lui gran mangione) il quale lo definì “Un sublime poema culinario“.

La ricetta è davvero una deliziosa sinfonia ipercalorica.

Bollire i maccheroni in brodo di cappone, quindi farcirli uno a uno con un ripieno composto da prosciutto di York, essenza di tartufo del Périgord, carne di cappone e besciamella.

Disporli a strati in una teglia, coprirli di formaggio grana e rigaglie di pollo tritate e rosolate.

Gratinare nel forno, servirli caldissimi e mangiarli, sentendosi tanto adepti dell’Arte della Gola.

© Mitì Vigliero

Perché si Dice: Fare il Portoghese

Giovanni Paolo Pannini Teatro Argentina

Fare il portoghese” indica quel genere di “furbetto” che utilizza servizi vari (trasporti, impianti sportivi, spettacoli, partite di calcio, concerti ecc),  senza pagare il biglietto.

All’epoca del re Giovanni V di Braganza  detto il Magnifico, il Portogallo era una nazione fiorente, ricca e potentissima.

Aveva ambasciatori in ogni paese europeo e, ovviamente, il più importante si trovava a Roma – allora sotto il governo dei Papi –  presso la Santa Sede.

Uno di questi ambasciatori fu un tal Monsignor Castro, che nel XVIII secolo fu a Roma per lungo tempo, vivendo in Largo di Torre Argentina.

Grande appassionato di musica, sembra sia stato lui a convincere la nobile famiglia Sforza Cesarini a costruire il Teatro omonimo  del Largo; teatro nel quale gli appartenenti alla Comunità Portoghese residenti a Roma potevano gratuitamente entrare per assistere agli spettacoli o partecipare ai ricevimenti.

Bastava solo che, al momento dell’ingresso, dichiarassero la loro nazionalità.

Fatto sta che, ogni volta, al botteghino si presentavano centinaia e centinaia di persone le quali, pur con accento da far invidia a Trilussa, Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, pretendevano di entrare “a gratis” dichiarandosi tutti cittadini portoghesi.

Quindi i portoghesi, poveretti, non c’entrano niente: il “merito” del detto è tutto dei romani.

© Mitì Vigliero 

(Il quadro in alto è di Giovanni Paolo Pannini: Festa al Teatro Argentina per le nozze del Delfino di Francia)