Ricette di Casa Placida: Spiedini d’Involtini di Lonza

Una ricetta che mi piace molto, profumata e golosa. Si può fare anche con fettine di vitello, se non amate la carne di maiale.

Per 4:

600 gr di fettine sottili di lonza di maiale
100 gr di prosciutto crudo
 40 gr di uvetta
40 gr di capperi
30 gr di pinoli
1 spicchio d’aglio
rosmarino
origano
brodo vegetale
vino bianco
olio
sale
pepe
stecchini da spiedino

Battete bene le fettine e tagliatene leggermente i bordi per far loro assumere forma più o meno rettangolare.

Tritate nel mixer i ritaglini di carne, il prosciutto, capperi, l’uvetta (che avrete prima ammorbidito in acqua tiepida e poi ben strizzato), i pinoli, una bella presa d’origano.

Spalmate il composto sulle fettine, arrotolatele con cura e fatene degli involtini che infilzerete sugli stecchini da spiedino (3 o 4 per stecchino).

In un tegame bello largo e coi bordi un po’ alti scaldate 4 cucchiai d’olio con un paio di rametti di rosmarino, poneteci gli spiedini e rosolatele allegramente.

Quando saranno coloriti: salateli e pepateli, bagnateli con un bel bicchiere di vino bianco tiepido, togliete il rosmarino, coprite il tegame, abbassate il fuoco e cuocete dolcissimamente per almeno un’oretta, controllandoli spesso e bagnandoli con mestolatine di brodo appena vedrete il fondo di cottura asciugarsi troppo.

Dovranno risultare morbidi e immersi con una buona quantità di sughino che sarà meraviglioso, alla fine, da pucciare col pane (sì, in Casa Placida è concesso, anzi, obbligatorio pucciare i sughi col pane ;-)

© Mitì Vigliero

La Misteriosa Fanciulla della Via Appia: Storia di un Bellissimo Cadavere

Era il 18 aprile del 1485, lunedì, quando alcuni operai che cercavano del marmo nel terreno di un casale al sesto miglio circa della via Appia, vennero inghiottiti da una voragine apertasi all’improvviso sotto di loro, causata dal crollo di una volta in mattoni appartenente a una tomba d’epoca romana.

All’interno venne rinvenuto un sarcofago, uno dei tanti che venivano alla luce su quella strada che dagli antichi romani veniva usata come cimitero monumentale e, dai loro posteri, come self service di preziosi materiali da riciclare nelle loro costruzioni.

Ma questo sarcofago riservava un’incredibile sorpresa: un cadavere femminile perfettamente conservato e così descritto dall’umanista fiorentino Bartolomeo Fonte:

“Un corpo disposto bocconi, coperto d’una sostanza alta due dita, grassa e profumata. Rimossa la crosta odorosa, apparve un volto di così limpido pallore da far sembrare che la fanciulla fosse stata sepolta quel giorno. I lunghi capelli neri aderivano ancora al cranio, erano spartiti e annodati come si conviene a una giovane e raccolti in una reticella di seta e oro.
Orecchie minuscole, fronte bassa, sopraccigli neri, infine occhi di forma singolare sotto le cui palpebre si scorgeva ancora la cornea. Persino le narici erano ancora intatte e sì morbide da vibrare al semplice contatto di un dito.
Le labbra rosse, socchiuse, i denti piccoli e bianchi, la lingua scarlatta sin vicino al palato. Guance, mento, nuca e collo sembravan palpitare. Le braccia scendevano intatte dalle spalle sì che, volendo, avresti potuto muoverle. Le unghie aderivano ancora alle splendide lunghe dita delle mani distese.
Petto, ventre e grembo erano invece compressi da un lato e dopo l’asportazione della crosta aromatica si decomposero. Dorso, fianchi e il deretano invece, avevano conservato i loro contorni e le forme meravigliose, così come le cosce e le gambe che in vita avevano sicuramente presentato pregi anche maggiori del viso.”

Il 19 aprile, come scrisse lo storico Gaspare Pontani:

“Martedì fu portato lo detto corpo in casa delli conservatori (Palazzo dei Conservatori in Campidoglio), et andava tanta gente a vederlo che pareva ce fusse la perdonanza (indulgenza plenaria), et fu messo in una cassa de legname e stava scoperto; era corpo giovanile, mostrava da 15 anni, non li mancava membro alcuno, haveva li capelli negri come si fusse morto poco prima, haveva una mistura la quale si diceva l’haveva conservato con li denti bianchi, la lengua, le ciglia; non se sa certo se era maschio o femina, molti credono sia stato morto delli anni 700″

Furono più di 20.000 le persone che solo quel giorno si recarono a vedere quel corpo misterioso, rimanendo affascinate sia dalla bellezza della ragazza, sia dal mistero che l’avvolgeva.

Papa Innocenzo VIII però non gradì tanta ammirazione nei confronti di una donna pagana, oltretutto nuda; così la notte dopo fece trafugare il cadavere ordinando che venisse, a seconda di cosa riportano le fonti, o seppellito in una località segreta a Muro Torto dove venivano inumati i non cristiani, o scaraventato nel Tevere.

Chi fosse stata in vita quella fanciulla, nessuno riuscì a scoprirlo; il monumento funebre sopra la tomba era da tempo stato distrutto e il sarcofago non presentava iscrizioni.

Qualcuno suppose potesse trattarsi di Tulliola, l’adorata figlia di Cicerone; ma di sicuro e preciso, non si seppe mai nulla.

Di lei rimasero soltanto un disegno di anonimo autore che la ritrasse quel 19 aprile del 1495 prima del “trafugamento”, e un fascinoso ricordo leggendario.

© Mitì Vigliero

Storie Genovesi d’Antan: L’Antenna del Burlando

Via Fieschi è la strada a sinistra. Quella a destra oggi è così
(Cartolina della collezione Stefano Finauri
)

Il 23 gennaio del 1934 si svolse nella Pretura di Genova un processo civile che appassionò e coinvolse tutti gli abitanti del quartiere di Portoria, soprattutto quelli residenti in via Fieschi.

In questa strada infatti, al numero civico 23, abitava un noto farmacista, Luigi Burlando; personaggio colto, brillante ed estroso, continuava a modificare la sua alta palazzina – già considerata “audace” nella forma liberty – facendo aggiungere sulla facciata  poggioli, terrazzini, verandine, bowindini decorati con enormi statue di pietra: putti, damine, angioletti, ninfe, sirene, arabe fenici, uccelli, animali d’ogni sorta che brulicavano ovunque.

Ma vero capolavoro era il tetto, citato persino dalle guide turistiche dell’epoca come “Belvedere di via Fieschi”, poiché da lassù si godeva una vista davvero impagabile.

Pur non essendo enorme, aveva da un lato una torre simile a quella d’un castello di fate; ai piedi di questa un giardino pensile pieno di piante, con al centro una grande fontana illuminata.

Nel giardino un “Viale della Saggezza” fiancheggiato dai busti in pietra di Platone, Cristo, Leonardo, Mazzini, Dante, Omero eccetera e infine, un tempietto romano dedicato al “Risorto genio di Roma”.

Un bel giorno il Burlando decise di fare innalzare sulla torre un’antenna alta 33 metri; gli abitanti di via Fieschi, già da tempo preoccupati per le continue “bellurie” poste al palazzotto, denunciarono la cosa ai Lavori Pubblici, anche perché l’antenna di dimostrò essere in realtà una colonna di pietra.

Arrivò un Ispettore e chiese al Burlando a cosa diavolo gli servisse l’antenna.
-“E’ l’asta per la bandiera”, rispose serafico il farmacista.
-“Ma così alta?”
-“Certo: ho intenzione di far vedere il tricolore sino in Corsica”.

E come risposta all’Ispettore che per iscritto gli sottomise ufficialmente le preoccupazioni sue e dei genovesi sulla pericolosità dell’antenna troppo alta e instabile e che avrebbe potuto crollare e causar gravi danni, il Burlando aggiunse alla base di questa la statua di un bambino che la tratteneva con ambo le mani, mostrando nel contempo la lingua facendo boccacce.

Da qui la convocazione in Tribunale, dove il 30 gennaio  fu condannato a pagare 450 lire di ammenda e obbligato a rimuovere, entro sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza, sia l’antenna, sia le statue sfottenti, sia tutte quelle della facciata giudicate pericolose per dimensione e poca stabilità.

Burlando fece ricorso e contemporaneamente aggiunse sul tetto un’altra statua in pietra, quella di un “battùso” (monello) che con le mani faceva “marameo” rivolto ai passanti perplessi.

Ripartirono le denunce, ma a por fine ai litigi pensò la famosa tramontana genovese la quale, nella notte del 3 marzo 1935, soffiando a 80 km all’ora divelse l’antenna di pietra che crollando dal tetto sulla strada – miracolosamente a quell’ora deserta – lungo il tragitto della rovinosa caduta decapitò, tranciò e mutilò anche la miriade di ninfe, putti, damine, sirene e animali della facciata.

Il Secolo XIX il giorno dopo scrisse:

E’ mera fortuna che qualche statua non sia andata a turbare le idee di qualche passante, cadendogli sulla testa.
Fra i curiosi che subito dopo la caduta dell’antenna avevano affollato via Fieschi, abbiamo notato il signor Burlando.
Sembrava un po’ arrabbiato
”.

© Mitì Vigliero