La Bucolica Quiete: sfatiamo un mito

Un brano tratto dal mio romanzo In campagna non fa freddo.

Per facilitare la lettura dirò, in poche parole, che si tratta della storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.

I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Zia Rachele, che li aiuta nell’impresa. Ginotta, l’anziana custode della Vecchia Casa.

*

“Come fa quella poesia sulle campane? Mi dicono dormi, sussurrano dormi, bisbigliano dormi, maledizione suonano ogni quarto d’ora e non mi lasciano dormire…” ringhiavo di notte girandomi nel letto come una trottola.
Quello era un paese di ottocento abitanti in cui esistevano, fra chiese, chiesette, cappelle, cappellette e cappelline circa quindici campanili, ciascuno dotato di una spiccata personalità.

C’erano quelli Equilibrati, che battevano regolarmente i quarti d’ora, le mezz’ore e le ore. Poi c’erano i Follattoni, che a ogni ora battuta facevano seguire uno scampanio inconsultamente brioso, seguiti dai Depressi, che precedevano ogni ora con un lugubre battito a morto. Infine venivano i Confusionari, che alle dieci battevano cinque colpi, alle cinque due colpi e un tocchetto, a mezzogiorno ne sparavano trentasei.

Di notte, per fortuna, restava in funzione solo il campanile della Chiesa Grande il quale, però, pur essendo di solito un Equilibrato, possedeva un’irritante caratteristica: quand’ero a letto insonne nel cuore della notte e per puro masochismo avrei voluto sapere che cavolo di ore fossero, lui – che sino a poco prima m’aveva assordato – improvvisamente taceva.
“Si comporta così perché è gentile e vuole che ti addormenti col silenzio” diceva Leo.
Infatti, appena riuscivo ad assopirmi, quello festeggiava l’avvenimento ricominciando a scampanare veemente e entusiasta.

Ma se al suono dei sacri bronzi, col tempo, ci si può far l’abitudine, esistevano altri notturni baccanali ai quali fu per noi assolutamente impossibile assuefarci.

Ricordo la prima estate trascorsa in Casa; un luglio torrido e canicolare in cui era vitale dormire con le finestre spalancate. E ogni notte che Dio mandava in terra, venivamo svegliati dal passaggio di enormi, smisurati ma velocissimi autoarticolati con tanto di scritta “trasporto eccezionale” i quali avevano scoperto che, tagliando per il paese, riuscivano a risparmiare un po’ di chilometri.

Nessuno può immaginare il rumore tremendo che emettono quei bestioni quando transitano fuori dalle autostrade: sembrava un terremoto ogni volta e dato che erano immensi, passavano a pelo tra le case. Inoltre, se i più lunghi s’incastravano con regolarità nella stretta curva che conduce alla provinciale, i più alti sradicavano ogni volta il balcone della casa di fronte alla nostra.
Una notte uno di quei giganti che trasportava un carico di maiali vivi, sbagliò la curva della piazza e andò a schiantarsi contro la facciata del Comune; i poveri suini si seminarono impazziti dal terrore per tutto il paese, tranne due che rimasero defunti in mezzo alla strada. I setolosi cadaveri scomparvero subito e, qualche tempo dopo, nel negozio della Franca vi fu una vendita straordinaria di salsicce, costolette, lardo e cicciolata a ottimi prezzi.

Un’altra volta, era settembre, alle due del mattino ci svegliammo di soprassalto a causa di un terrifico nonché misterioso rumore.

Quella sera zia Rachele, causa il maltempo, era si era fermata e dormire da noi; perciò ci trovammo simultaneamente tutti e quattro in preda al batticuore, affacciati alle finestre delle nostre rispettive camere.

Il frastuono proveniva dalla curva che portava al torrente e avanzava tumultuante, minaccioso, amplificandosi con rapidità.

”E’ straripato il torrente” urlai tentando di superare il fragore lacerante
“Le acque d’un torrente potranno forse muggire, ma di certo non suonano tamburi e campanacci” strillo Leo in risposta.

A un tratto, da dietro la curva, nell’oscurità apparvero tre uomini con stivali e cappellaccio in testa, che battevano ritmicamente dei tamburi. Dietro di loro due, quattro, dieci, trentasette, novanta, centocinquanta mucche con al collo enormi campanacci; tra loro altri uomini stivaluti e cappelluti, che percuotevano latte e coperchi.

“E’ la transumanza!” gridò entusiasta Rachele “Tornano dagli alpeggi al piano, settembre andiamo è tempo di migrar…”
“Perché diavolo picchiano sui tamburi?” sbraitò Camilla di pessimo umore, come sempre quando veniva svegliata di botto, guardando con occhio truce la frastornante marea che sfilava lentamente sotto Casa.
“Credo per mantenere il ritmo, per rimanere svegli…” rispose Leo.
“Svegli loro, svegli tutti, eh?”  mugugnai ferocemente convinta che, se l’Imaginifico fosse stato qui, di certo avrebbe spaccato il bastone d’avellano sul cranio di quei mandriani casinisti.

Però, talvolta, in campagna esiste davvero il silenzio. Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo.
Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari. Per Leo si tratta di tarli, per Ginotta “a sun le anime del Purgatori ch’a ciamàn preghiere”.

E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?

Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui. E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.

Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi. Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, strosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii. E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri. Altro che solingo fru fru tra le fratte: qui rumoreggia un intero universo.

Al di là del muro che circonda il giardino, ci sono i campi; nel centro dei campi una chiesina minuscola con un minuscolo campanile dedicata a Maria del Formenton, la Madonna del Granturco.

E d’estate, di notte, dai campi giungono raccapriccianti sospiri ansimanti.

La gente dice che lì, anni e anni fa, vi fu una cruenta battaglia che lasciò sul terreno decine e decine di morti, i quali vennero seppelliti in quegli stessi campi sotto la protezione della Madonna.

La gente dice anche che, sino a sessant’anni fa, si vedevano i fuochi fatui uscire dal terreno nelle notti d’estate e che i sospiri ansimanti –  gli “sbanfà de mort”- si son sempre sentiti.

Mio padre, ascoltandoli una sera, risolse il mistero.
“Macché morti! Li abbiamo anche noi al mare, quei sospiri. Li emette un piccolo rapace notturno, una specie di civetta che fa il nido sull’alto delle torri o dei campanili e nel periodo dell’accoppiamento lancia quello strano richiamo.”

Ma per noi rimasero sempre i sospiri dei morti, le cui anime tristi imploravano una carezza della Signora del Formenton.”

© Mitì Vigliero

A proposito di Placida Signora

Una Placida Scrittora ligurpiemontese con la passione della Storia Italiana, delle Storie Piccole, del "Come eravamo", del Folklore e della Cucina.
  • 15 August 2011 at 09:17Mitì Vigliero
    Un brano tratto dal mio romanzo "In campagna non fa freddo". Per facilitare la lettura dirò, in poche parole, che si tratta della storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.
  • 15 August 2011 at 09:20Krishel Mir
    Ho letto questo libro diverso tempo fa, come tu ben sai, e sorrido ancora al ricordo di quanto mi è piaciuto.
  • 15 August 2011 at 09:22Mitì Vigliero
    Dovrei decidermi a farne l'ebook. :-*
  • 15 August 2011 at 09:23Mitì Vigliero
    (nonché a terminarne il seguito ;-)
  • 15 August 2011 at 09:23Fatacarabina
    eh buona idea questa
  • 15 August 2011 at 09:25graziellamb
    Mi piacerebbe tanto il seguito. Nn fare attendere troppo se puoi! L'antibiotico sta facendo il suo lavoro?
  • 15 August 2011 at 09:29Mitì Vigliero
    Fata, oggi mi sembra faticosissima come idea. (tutto è faticosissimo, anche sciogliere il fluimicil nell'acqua ;-*)
  • 15 August 2011 at 09:30Mitì Vigliero
    graziella, eh, è il "se puoi" che mi dà qualche problema ;-) (mah. non sono più arrivata a 39, resto sotto i 38°. vedremo)
  • 15 August 2011 at 09:31Fatacarabina
    pensaci dopodomani :)
  • 15 August 2011 at 09:37Mitì Vigliero
    Fata, vedremo. se sopravvivo. ;-*
  • 15 August 2011 at 09:43Librando
    Pensaci davvero all'ebook. E' un libro che mi ha fatto ridere sino alle lacrime.
  • 15 August 2011 at 09:58Mitì Vigliero
    Librando, ti faccio piangere! ;-))
  • 15 August 2011 at 11:33Mitì Vigliero
    Ebook. Ogni volta che mi capita di rileggere i miei libri trovo tante piccole cose che vorrei cambiare. Altro che "basta uno scanner". Riscriverei a mano ;-)
  • 15 August 2011 at 14:49graziellamb
    Ho pensato di regalarne una copia ad una mia amica ma sia Ibs che Amazon niente da fare. nn c'è!
  • 15 August 2011 at 14:54Mitì Vigliero
    mah, dopo una decina d'anni sarà ormai esaurito. è andato benissimo e mi ha dato grandi soddisfazioni, nonostante l'abbia scritto in uno dei periodi più brutti e tristi della mia vita
  • 15 August 2011 at 14:57graziellamb
    peccato se è esaurito. aspetteremo con pazienza il seguito.


7 Replies to “La Bucolica Quiete: sfatiamo un mito”

  1. In città ho dovuto mettere l’aria condizionata per riuscire a dormire; finestre chiuse e casinisti chiusi fuori. Qui in campagna la casa è un poco fuori dal centro abitato; sentiamo passi di cinghiali e animali misteriosi, le campane (che però ora di notte non suonano fino alle 7,30 proprio per le proteste). La casa invece fa proprio i rumori che dici tu.
    Quante volte avrò letto e riletto quel tuo libro? Ogni volta è un tuffo nella serenità.

  2. gustosissima descrizione!!
    … se può consolare gli scricchiolii e le ombre fugaci li ho anche io in città!..
    è sempre una gioia leggerti
    un caro saluto
    Stefi

  3. Le cose, le case, hanno un anima. Forse non lasciano fuochi fatui (solo la morte mi ha portato in collina…a dar fosforo all’aria), però vivono, respirano, ci accompagnano e a volte ci sopravvivono raccontando di noi.

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