Noli: La Gloriosa e Libera Quinta MiniRepubblica Marinara

Quando Gesù e Pietro andavano in giro per il mondo, accadeva che là dove il Signore si addormentava sorgesse un paese.

Una notte arrivarono in una piccolissima baia della Liguria di Ponente e Gesù, pieno di sonno, decise di dormirvi.
Ma Pietro gli disse: “Noli facere! (non lo fare, ndr) . Non vedi che c’è troppo poco spazio per un paese?”.

Ma Gesù gli rispose “Bene, così ci sarà meno spazio anche per i peccati”.
E in memoria delle parole di Pietro il paese che nacque si chiamò Noli.

Così narra la leggenda ma comunque sia, a passeggiare ora per le sue belle stradine antiche di minuscolo paesino di mare, pare incredibile  pensare  che lì vi sia stata tanta storia concentrata tutta a cercare l’indipendenza da ogni padrone.

Nel 217 aC, completamente distrutta dai cartaginesi invidiosi, Noli non si perse d’animo e si ricostruì diventando un municipium piccolo, ma tanto potente da essere ufficialmente riconosciuto e rispettato da Roma.

Nel 641 d.C.  venne nuovamente distrutta e stavolta dai Longobardi; a ‘sto punto Noli s’incavolò e decise di munirsi di mura e torri “antiforesti” (“foresto” per un ligure è qualunque essere che viva oltre i confini della sua città); ora di torri ne restano solo 8, ma nell’XI sec. erano addiritttura 72.

Però totalmente libera non riusciva ancora ad esserlo, visto che divenne feudo dei savonesi Carretto; e avere quei marchesi sul cranio non le andava proprio giù. Così pensò di cercare aiuto altrove iniziando a guardare con simpatia verso Genova che allora voleva impadronirsi di Spotorno, proprietà del vescovado di Savona nonché acerrima nemica di Noli.

Per ingraziarsi i genovesi, i nolesi nel 1120 devastarono Spotorno consentendo alla Superba di accaparrarsela per un tozzo di pane; in cambio ottennero l’aiuto per sbarazzarsi definitivamente dei Carretto e quando nel 1169 Capo Noli venne dichiarato confine estremo della  Repubblica Genovese, Noli colse la palla al balzo per confederarsi ufficialmente con lei e dichiararsi prima Libero Comune e poi, nel 1192, Repubblica  Indipendente al pari di Genova, Amalfi, Pisa e Venezia, diventando in tal modo a tutti gli effetti la Quinta Repubblica Marinara.

Iniziò così un lungo periodo felice.
Abilissimi maestri d’ascia costruivano  navi agili e veloci perché la minuscola Repubblica era prolifica madre di grandi naviganti: un nome per tutti, Antoniotto Usodimare, vulgo Antonio da Noli, che nel 1460 scoprì le isole di Capoverde.

Sempre moralmente fedele alla Superba, con  la quale  aveva anche combattuto nelle spedizioni antislamiche in Spagna e nelle Crociate del Levante, ottenne sostanziosi privilegi commerciali e mercantili dal re di Gerusalemme e dalla stessa Genova.

Si viveva molto bene in quella microscopica Repubblica ricca, alacre e sicura, dominata dall’alto da un castello così inerpicato sul monte Ursino da impressionare persino l’Alighieri che, secondo la tradizione, lo prese come “progetto” della forma del suo Purgatorio.

Nel 1797, con la distruzione delle Repubbliche da parte di Napoleone,  forse non tutti sanno che  l’ultima ad arrendersi fu proprio Noli, la più ostinata e gloriosa mini Repubblica Marinara che sia mai esistita.

© Mitì Vigliero

(©Corma)

“Impipatene, e guarda in alto”: Storia di un Moderno Feudatario.

Giuseppe Visconti di Modrone (1879-1941) fu uomo dotato di inventiva geniale e interessi poliedrici.

Sposato a Carla Erba, figlia dell’industriale farmaceutico, si dilettava ad inventar profumi che poi faceva battezzare a D’Annunzio (Acqua di Fiume, Subdola, Tabacco d’Harar, Dimmi di sì ecc); appassionato di sport fu presidente dell’Intermelomane accanito fu sovrintendente alla Scalaintenditore d’arte, era a sua volta pittore di certo pregio.

Alla fine dell’Ottocento la sua famiglia ricevette in eredità un castellocostruito nel 1395 dall’ava Beatrice.

Il maniero era imponente, ma estremamente malridotto; il terreno, popolato da vetuste casupole contadine, squallido e triste.

Ma Giuseppe ebbe un’idea per renderlo unico nell’aspetto e utile alla società.

Convocato il celebre architetto liberty Alfredo Campanili gli disse che occorreva rimettere a nuovo il castello , la chiesa, le strade, tirar su nuove case, edificare botteghe che servissero da scuola artigiana, ricostruire il verde attorno: insomma, creare un intero paese operante e abitato, ma esattamente identico a un villaggio del Medioevo.

I due si misero immediatamente al lavoro disegnando, progettando e molto probabilmente divertendosi come matti.

In soli tre anni (1905-1908) il lavoro era finito; un regio decreto del 1915 decretò che al nome antico di quel paese, Grazzanodovesse aggiungersi “Visconti”, come doveroso omaggio al suo creatore.

sette figli di Giuseppe passarono intere estati in quello che aveva, e ha, tutta l’apparenza di un immenso parco giochi ambientato nel 1300 i cui abitantidi ogni età – per volere di papà Visconti – giravano vestiti con abiti dell’epoca.

E pare logico che il figlio numero quattro, Luchino, già da bimbo trascorresse il tempo a disegnare quei costumiorganizzare recite e rievocazioni storiche, esercitandosi così al suo futuro mestiere di regista.

La famiglia Visconti , e la sua vita, lì è presente ovunque; ad esempio nel 1910 venne inaugurato l’asilo.
Tutte le pareti della costruzione sono decorate con fili di perle che ricordano la preziosissima collana che mamma Carla diede come ex voto per la guarigione del terzogenito; venduta la collana, venne fabbricato l’edificio.

E sotto il porticato del Palazzotto dell’Istituzione vi è un affresco –dipinto, come tutti quelli del villaggio, dallo stesso Visconti – raffigurante la Madonna in trono con in braccio il Bambino.
Di fronte a lei è inginocchiato il Giuseppe circondato dalla truppa di figli e nipoti, colto nel gesto di offrire Grazzano Visconti alla protezione della Vergine.

E poiché in molti avevano contestato l’idea della ricostruzione del paese, dando del megalomane al Visconti e criticando ferocemente l’alone lievemente “kitsch” di tutta l’ambientazione, su numerosi muri del borgo Giuseppe dipinse un garofano rosso con attorno un cartiglio riportante la misteriosa frase otla ni adraug e enetapipmi”.

Letta al contrario è la risposta del Visconti ai suoi detrattori: “Impipatene e guarda in alto”.

© Mitì Vigliero