Dalla “Verga attorcigliata” a quello ad Aria Compressa: Storia del Cavatappi

(immagine ©The Virtual Corkscrew Museum’s

Strumento d’uso oggi estremamente innocuo, era in origine legato alla guerra.

Difatti, nel XV secolo, il suo nome era “Verga attorcigliata” e serviva a rimuovere le palle di piombo che rimanevano incastrate nelle armi da fuoco ad avancarica.

In ogni caso la sua forma era perfetta anche per perforare il legno delle botti che contenevano il vino; fatto sta che, in un modo o nell’altro, cavatappi o cavapalle che fossero, venivano forgiati dai fabbri creatori d’armi tanto che, nel 1680, la ditta Messr Hotzapffel di Charing Cross ne ottenne il brevetto esclusivo.

Nel XVIII secolo, soprattutto in Inghilterra, la “vite per bottiglie” ebbe un exploit; divenuto un oggetto “cult” più che un semplice utensile, furoreggiava negli ambienti nobili e altolocati quasi fosse un gioiello da esibire.

Gli artigiani britanni facevano a gara ad inventarne di particolari, del tipo detto “a campana”, una struttura metallica che si appoggiava sul collo della bottiglia per estrarre meglio il tappo di sughero.

Vennero utilizzati materiali costosi come l’argento e l’oro, cesellati finemente e impreziositi ulteriormente con avorio, onice, pietre dure e madreperla.

I più ricercati erano quelli tascabili, detti oggi “da cameriere”, rinchiusi in raffinati astucci decorati; in questo caso il “verme”, ossia il bacchetto metallico a spirale che viene avvitato nel tappo, rientrava nell’impugnatura, con lo stesso concetto di un coltello a serramanico; nel XIX secolo il modello venne perfezionato ulteriormente, facendo in modo che l’impugnatura fungesse da leva.

Ma sempre in Inghilterra un reverendo, tal Henshali, nel 1795 richiese ed ottenne il primo brevetto ufficiale per cavaturaccioli ad uso domestico, mettendosi poi d’accordo con una piccola fabbrica affinché ne producesse parecchi esemplari in serie, abbandonando quindi la costosa fabbricazione artigianale.

Da lì fu un continuo susseguirsi di altri brevetti, favoriti anche dallarivoluzione industriale del periodo; agli inizi del XIX secolo nacque il cavatappi detto “a farfalla”; nel 1828, in Francia, quello “a rubinetto”, dieci anni dopo quello “a doppia vite”.

Però tutto ciò accadeva nel resto dell’Europa; se in America il primo cavatappi made in USA vide la luce nel 1860, l’Italia ebbe il suo ufficiale “tirabuscione”, dal francese “tire-bouchon”, solo dopo il 1864, quando con Regio Decreto venne istituito finalmente anche a casa nostra l’Ufficio Brevetti.

Nacquero poi i cavatappi “a cremagliera” o “a pignone” e quelli “a manovella”, che ricordavano dei mini macinini da caffè; il cavatappi che noi più conosciamo, quello “a leve laterali”, risale alla fine dell’Ottocento, e venne modificato in vari modelli come quello a “multiple leve” o a “concertina”, data la curiosa rassomiglianza delle leve con una fisarmonica.

Ora i cavaturaccioli sono quasi tutti in acciaio inossidabile, maneggevoli e funzionali, di ogni tipo, compreso quello ad aria compressa.

E per gli appassionati, consiglio un giretto a Pessione (To) per andare ad ammirare l’incredibile collezione di esemplari di ogni epoca conservata nel “Museo Martini di Storia dell’enologia”.

Per i più pigri invece, basterà fare un giro in questo bellissimo sito.

© Mitì Vigliero

A proposito di Placida Signora

Una Placida Scrittora ligurpiemontese con la passione della Storia Italiana, delle Storie Piccole, del "Come eravamo", del Folklore e della Cucina.
  • 28 July 2011 at 10:55Librando
    Di quelli a aria compressa ne avrò comprati tre. Dopo un po' nessuno funziona più bene. In compenso ne ho uno di quelli da vecchia osteria, attaccato al muro della cucina, che avrà cinquant'anni ma non sbaglia un colpo.
  • 28 July 2011 at 11:28Mitì Vigliero
    Ma è di quelli a leva quello che hai in cucina? ad aria compressa credo di possederlo, ma di non averlo mai usato. Riesco a stappare solo con quelli soliti a due bracci. Già quello solo col coso sopra a vite da girare mi è difficile ;-D
  • 28 July 2011 at 11:38Alice Twain
    Aggiungerei che a Milano il cavatappi si chiama in francese: "tirabisciun".
  • 28 July 2011 at 11:53guido qua(r)k
    Tirabuscion (tirabusciun). Il buscione è il tappo. Si dice tirabüsción anche a Novara. Ma lì il tappo si chiamo stupon. Io uso quello a T
  • 28 July 2011 at 12:33Mitì Vigliero
    In genovese "tirabisciùn". In piemontese "tirabusùn" - "tirabissun". Ma quello che preferisco è il napoletano "tirabusciò", come Ninì http://www.youtube.com/watch?v=TnvWMMQdH4s&feature=related ;-)


One Reply to “Dalla “Verga attorcigliata” a quello ad Aria Compressa: Storia del Cavatappi”

  1. sia come sia, il mantovano tirabusón assomiglia troppo al tirabuzón spagnolo, che però indica un tipo di pettinatura elicoidale e non il cavatappi che invece è il sacacorchos…

    L’altro giorno mi sono imbattuto in un disegno di Leonardo Da Vinci che assomiglia molto al cavatappi a elica attuale, non ricordo in quale codice leonardesco stia (forse il codex atlanticus), ma data la passione di Leonardo per le eliche e le viti, è difficile pensare che non ci sia il suo zampino.

    Ciao!

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