Placide Segnalazio’: elenco in progress di cose belle da leggere e guardare

Cose da leggere:

Elle Esse e i doni della mezz’età, di LaSacco 

Responsabilità, di Sba

Vicino a Ponte Rotto, di Cipriana Maiameraime

Mio figlio è dislessico, di Laflauta

Quanti anni mi dai, del Disagiato

Adesso vi racconto com’è la Turchia, di Sauro Sandroni

Pinzimonio, la genesi , di Cristina

Cose di notte, di Guido Catalano

I segreti del più celebre scatto di Manhattan, di Francesco Foschino

Quanto è rara l’origine della vita?, di Amedeo Balbi

Dadesign, il blog  dell’architetto Daniele Devoti

Social limerick etruschi, di Alessandra

Come le begonie, della mamma di Metz

Sfacebook, di Zop

Simple Minds, di Novecento

Lunga e serena, di Marco Beccaria

(© Isola Virtuale)


Video da vedere:

– Sognate una vacanza teletrasportati? Joshua Damian Held vi spiega come fare

Ed ecco perché i panda sono bianchi e neri 

E-book da scaricare:

Cicatrici, ed Barabba

Dubai, di Sba 

Vite da precari, tra creatività e follia, ed CastelloVolante

Persone e Cose della Rete da votare:

FriendFeed Awards 2011 

Blog Awards 2011

 

 

 (I libri sono finestre, dal magnifico Tumblr Caffè a colazione di Laura Scarpa)

 

Dalla “Verga attorcigliata” a quello ad Aria Compressa: Storia del Cavatappi

(immagine ©The Virtual Corkscrew Museum’s

Strumento d’uso oggi estremamente innocuo, era in origine legato alla guerra.

Difatti, nel XV secolo, il suo nome era “Verga attorcigliata” e serviva a rimuovere le palle di piombo che rimanevano incastrate nelle armi da fuoco ad avancarica.

In ogni caso la sua forma era perfetta anche per perforare il legno delle botti che contenevano il vino; fatto sta che, in un modo o nell’altro, cavatappi o cavapalle che fossero, venivano forgiati dai fabbri creatori d’armi tanto che, nel 1680, la ditta Messr Hotzapffel di Charing Cross ne ottenne il brevetto esclusivo.

Nel XVIII secolo, soprattutto in Inghilterra, la “vite per bottiglie” ebbe un exploit; divenuto un oggetto “cult” più che un semplice utensile, furoreggiava negli ambienti nobili e altolocati quasi fosse un gioiello da esibire.

Gli artigiani britanni facevano a gara ad inventarne di particolari, del tipo detto “a campana”, una struttura metallica che si appoggiava sul collo della bottiglia per estrarre meglio il tappo di sughero.

Vennero utilizzati materiali costosi come l’argento e l’oro, cesellati finemente e impreziositi ulteriormente con avorio, onice, pietre dure e madreperla.

I più ricercati erano quelli tascabili, detti oggi “da cameriere”, rinchiusi in raffinati astucci decorati; in questo caso il “verme”, ossia il bacchetto metallico a spirale che viene avvitato nel tappo, rientrava nell’impugnatura, con lo stesso concetto di un coltello a serramanico; nel XIX secolo il modello venne perfezionato ulteriormente, facendo in modo che l’impugnatura fungesse da leva.

Ma sempre in Inghilterra un reverendo, tal Henshali, nel 1795 richiese ed ottenne il primo brevetto ufficiale per cavaturaccioli ad uso domestico, mettendosi poi d’accordo con una piccola fabbrica affinché ne producesse parecchi esemplari in serie, abbandonando quindi la costosa fabbricazione artigianale.

Da lì fu un continuo susseguirsi di altri brevetti, favoriti anche dallarivoluzione industriale del periodo; agli inizi del XIX secolo nacque il cavatappi detto “a farfalla”; nel 1828, in Francia, quello “a rubinetto”, dieci anni dopo quello “a doppia vite”.

Però tutto ciò accadeva nel resto dell’Europa; se in America il primo cavatappi made in USA vide la luce nel 1860, l’Italia ebbe il suo ufficiale “tirabuscione”, dal francese “tire-bouchon”, solo dopo il 1864, quando con Regio Decreto venne istituito finalmente anche a casa nostra l’Ufficio Brevetti.

Nacquero poi i cavatappi “a cremagliera” o “a pignone” e quelli “a manovella”, che ricordavano dei mini macinini da caffè; il cavatappi che noi più conosciamo, quello “a leve laterali”, risale alla fine dell’Ottocento, e venne modificato in vari modelli come quello a “multiple leve” o a “concertina”, data la curiosa rassomiglianza delle leve con una fisarmonica.

Ora i cavaturaccioli sono quasi tutti in acciaio inossidabile, maneggevoli e funzionali, di ogni tipo, compreso quello ad aria compressa.

E per gli appassionati, consiglio un giretto a Pessione (To) per andare ad ammirare l’incredibile collezione di esemplari di ogni epoca conservata nel “Museo Martini di Storia dell’enologia”.

Per i più pigri invece, basterà fare un giro in questo bellissimo sito.

© Mitì Vigliero

L’Abito non fa il Monaco: La Paurosa Leggenda di Passo Centocroci

(foto©Bundosuzuki)

Sulla Transappenninica emiliano-ligure, quasi in parallelo col passo del Bocco, esiste un altro passo che in epoca romana si chiamava Transitus Carariae e nel Medioevo prese il nome di Centocrucis, Centocroci.

Citato già in un diploma di Carlo Magno del 781 dc, Centocroci era il più importante valico fra la Liguria, la Lunigiana e l’Appennino reggiano; da lì stazionavano soprattutto i commercianti che si recavano ai vari mercati di quelle terre.

La strada era lunga, faticosa e, soprattutto in autunno e in inverno, decisamente disagevole per via della neve e del ghiaccio; così i mercanti spesso si fermavano in conventi-ostelli-ospedali gestiti da frati, per riscaldarsi un poco, mangiare e trascorrere la notte al riparo.

Ma perché si chiama Centocroci?

In una notte buia e tempestosa un mercante di buoi, diretto a Varese Ligure attraverso il passo, bussò a un ostello – quello di San Michele –  dov’era solito fermarsi in caso di tempesta; conosceva perfettamente i cinque anziani fraticelli che ogni volta l’accoglievano gentili e  sorridenti.

Ma quella volta ad aprire la porta fu un frate grande e grosso, dal viso non proprio raccomandabile, che grugnendo qualcosa che poteva essere un saluto lo fece entrare.

Nella sala, attorno al lungo tavolo di legno, stavano altri quattro giovani frati dalle facce lombrosiane, che bevevano e mangiavano con atteggiamenti non proprio mistici.

Il mercante pieno di dubbi si mise accanto al fuoco, guardando sospettoso i cinque figuri; ad un tratto quello che gli aveva aperto domandò: “Che vai a fare a Varese?”
“A comprare due buoi”, rispose il tapino.
“Quindi hai un mucchio di soldi con te!” ruggì il fratone avventandoglisi addosso seguito a ruota dagli altri quattro; il mercante tentò disperatamente di difendersi, ma venne colpito da tre coltellate al ventre.

I cinque energumeni lo spogliarono e due di loro ne afferrarono il corpo, uscendo nella notte tempestosa; dopo poco tornarono e del mercante non v’era più traccia.

La stessa notte, i contadini d’un cascinale a mezz’ora di strada dall’ostello vennero svegliati dall’abbaiare furibondo del loro cane che s’avventava contro la porta di casa come volesse sfondarla per uscire.

Gli uomini immaginarono qualche animale feroce e – pensando alle bestie nella stalla – avvolti nei tabarri, afferrate lanterne e forconi, uscirono nella tormenta dove effettivamente uno strano lugubre lamento aleggiava.

Il cane corse subito in direzione dell’ostello; questi lo inseguirono sino a quando si fermò sul bordo d’una sorta di profondo pozzo da dove proveniva quel suono da brividi.

Le lanterne illuminarono uno spettacolo raccapricciante; il mercante, agonizzante e coperto di sangue, giaceva su un mucchio spaventoso di gambe, braccia e teste: i resti di tutti gli ospiti transistati all’ostello e uccisi da quelli che ovviamente frati non erano, ma una delle tante bande di briganti che infestavano la zona.

Vennero recuperati 100 cadaveri: fra questi quelli dei 5 anziani frati, uccisi per primi.

E i briganti?

La Leggenda li vuole inceneriti da un fulmine: la Storia, linciati dai contadini.

© Mitì Vigliero