Per la Serie “Italiani che mi mancano”: Marcello Marchesi. Frasi tratte dal romanzo “Il Malloppo”, Bompiani, 1971

– Il girello dei bambini bisogna tenerlo da parte per quando si è vecchi, che si cade sempre.

– Non sprecate il vostro suicidio, ammazzate prima qualcuno che vi è odioso

– Era avarissimo: quando dava la mano porgeva solo due dita.

– Bocciate, bocciate un po’ di figli del popolo. Che rimanga qualche idraulico.

– I testicoli del toro vanno mangiati sul posto. Se il toro ci sta.

– Il sesso è sporco? Basta lavarlo.

– L’importante è che la morte ci trovi vivi.

– Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano.

– Prima di dire che uno è stronzo bisogna assaggiarlo. Se sa di merda allora sì. Se no, si rischia una querela.

– Non esistono innocenti: tutti abbiamo passato un raffreddore a qualcuno.

– Venderei le mie memorie al miglior offerente, ma non mi ricordo un tubo.

– Chi è felice è stupido. Non è vero ma consola.

– La felicità non è ereditaria, la lue sì, il cancro forse.

– In caso di pericolo tirate un moccolo.

– Da giovane avevo una vena umoristica. Adesso ho una vena varicosa.

– Ma procediamo con disordine. Il disordine dà qualche speranza. L’ordine nessuna. Niente è più ordinato del vuoto.

– Una buona notizia, finalmente: l’atomica non causa il cancro.

– Consigli per una cura dimagrante: basta dare lo smalto rosso alle unghie dello zampone per renderlo meno appetitoso. Con un braccialetto alla caviglia, poi, è repellente.

– Quando la parola “volgare” non avrà più senso, saremo tutti uguali.

– Una delle cose fondamentali della vita è la dignità. Non bisogna mai perderla. Per non perderla basta non averla.

– Testa di sesso è un insulto?

– Ho fatto l’amore dappertutto meno che in una cabina elettorale. Là ho preso solo delle fregature.

– “Muore una madre al matrimonio del figlio”. Il modo migliore per rovinare la cerimonia alla nuora.

– Dal mio fioraio le corone da morto le fa la nonna così si abitua all’idea.

– Il premio “La Donna Ideale” è stato conferito quest’anno ad Anita Garibaldi che, come risulta dal monumento al Gianicolo, va a cavallo, allatta il bambino e spara. Tutto contemporaneamente.

– A me capita di odiare non una classe ma solo una persona. Alla volta.

– Nell’isola di Wight le mucche si sono messe a fumare l’erba.

– Non si vive di Ricordi. Solo Giuseppe Verdi c’è riuscito.

– Anche un cretino può scrivere un saggio e non viceversa.

– L’Italia è una donna di facili consumi.

– Prima di accendere una sigaretta alla marijuana chiedete ai presenti se gli dà piacere il fumo.

– Tutti gli uomini sono uguali. A chi?

– L’umanità è un personaggio umoristico.

© Marcello Marchesi

Proverbi e Modi di Dire sul Papa e, di conseguenza, su Chiunque Detenga Massimi Poteri

Raccontano che l’appena eletto Leone X (1513-1521), quando gli chiedevano i suoi progetti su Santa Romana Chiesa rispondeva serafico: “Godiamoci il papato perché Dio ce l’ha dato”.

Nell’immaginario collettivo popolare, l’idea di fare come mestiere il Papa è stato sempre uno dei massimi traguardi; “Stare come un Papa” significa infatti condurre una vita comoda e agiata, oppure anche solo vivere un momento di perfetta soddisfazione fisica e mentale.

Ma di sicuro “Non tutti possiamo diventare Papa a Roma”; per rivestire importanti incarichi in qualunque professione ci vuole “Naso da Papa”, essere cioè in grado di captare situazioni e umori in ogni campo, non solo in quello specifico.
Anche se tutti sappiamo che spesso e purtroppo,  per far carriera contano anche le amicizie e le giuste parentele: “Chi del Papa è cugino divien presto Vescovino”.

L’antica saggezza popolare tedesca di base luterana, è forse l’unica ad aver poca stima della figura del Pontefice intesa come massima autorità; infatti, quando sente qualcuno esprimere deferenza, ammirazione e soggezione esagerata per qualche personaggio pubblico, per ridimensionarlo tuttora gli ricorda che “Il Papa è un’invenzione umana di cui Dio non sa nulla”.

Ma tanto sprezzo tocca ben poco un simbolo così potente, che dovunque vada si porta dietro un’intera religione: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia”, dove c’è Pietro lì c’è la Chiesa, sbrigativamente e campanilisticamente tradotto in “Dove è il Papa, lì è Roma”.

Considerando il Papa come metafora delcolui che tutto può, ben sappiamo che in ogni campo la potenza di certi incarichi tanto alti da sfiorare l’astratto Empireo, diventa immensa e accentratrice; “Il Papa è capo e coda”.
E talvolta può sfiorare un’eccessiva identificazione col Padreterno: “Il Papa può al di là del dirittto, sopra il diritto e contro il diritto”.

Per questo, quando si raggiungono alti vertici, occorrerebbe mantenere un’umiltà fondamentale; ricordarsi che “Anche il Papa ha mal di testa”, cioè che chiunque occupi posizioni elevate rimane sempre un semplice essere umano come gli altri, tanto che “Non occupa più terra il corpo del Papa che quel del sagrestano”.

Occorre rammentarsi sempre che “Anche il Papa fu scolaro”; quindi che chiunque, prima di raggiungere certi incarichi, dovrebbe fare un bel po’ di gavetta e anche tenere a mente  che “Sa più il Papa e un contadino, che un Papa solo”: l’ascoltare l’esperienza e la saggezza dei sottoposti o governati anche più umili, non può che far del bene.

E ciò perché in certi ambienti decisionali, dove “Quando si elegge un Papa i Diavoli non sono a casa loro” bensì nei Conclavi religiosi e laici che racchiudono forze economiche e politiche, capita spessissimo e non solo “Ad ogni morte di Papa” vedersi “Tornar da Papa a Parroco”, ossia perdere da un giorno all’altro il potere, rinunciare volenti o nolenti a una posizione di comando.

In fondo solo questo dovrebbero tenere sempre a mente i Vip intoccabili e inamovibili di ogni professione: “Morto un Papa se ne fa un altro”.

Perché nessuno è insostituibile, soprattutto quelli che credono di esserlo.

© Mitì Vigliero

Vedi anche: Credenze e superstizioni sui Papi

Come Ti Battezzo il Pupo: i nomi di battesimo come specchio della società e della cultura del periodo in cui si nasce

nomi

(prima cliccate qui: Massimo Troisi – Ricomincio da tre – Massimiliano, Ugo o Ciro)

Tel AvivUna coppia di israeliani ha chiamato la loro figlia Like (“mi piace”, in italiano), in omaggio al noto social network Facebook. Lior Adler, 37 anni, e sua moglie Vardit, 35 anni, di Hod Hasharon, vicino Tel Aviv, sono entrambi “devoti” al sito di Mark Zuckerberg, tanto da chiamare la loro bambina come il nome della funzione ben nota” (qui tutto l’articolo comparso sul Secolo XIX) (E qui un altro esempio del dicembre 2012)(E qui un altro dell’agosto 2015)

Perché i nomi di battesimo sono lo specchio della società e della cultura del periodo in cui uno nasce: quelli che si chiamano Rachele Adolfo non potranno mai nascondere la loro età, così come i vari Palmiro/a, LeninNikita.

Anche la moglie di Cuccia fu vittima dell’amore politico del padre che la nomò Idea Socialista; poi lui, durante il fascismo, cambiò opinione, ma a lei il nome rimase, anche se politicamente equilibrato dal cognome: Beneduce.

In compenso ora, se nessuno per fortuna si sogna di chiamare una figlia Forzitàla, Radicala,  Piddina, Udicina o Quintastella, tra i musulmani residenti in Italia continuano a nascere parecchi Osama.

Pare che, talvolta, i novelli mamma e papà ritornino ai nomi dei nonni; ma forse a causa delle famiglie allargate, per non fare torti a nessuno dei nonni in esubero, ci ritroviamo oggi – elenco del telefono alla mano – con un Gianantonandrea Sassari e una RinapiannaRoma.

Però basta sempre sfogliare gli elenchi telefonici di qualunque città per rendersi conto che i nomi dei nostri concittadini sono in generale ancora un po’ particolari

Secoli fa la gente chiamava i figli come diavolo le pareva; ciò spiega la presenza di nomi romantici come Caligola, Spurio, Baleatico, Poppilla, Cazzutoro o Cangrande; ma col Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa mise dei vincoli, stabilendo per legge che ai neonati dovessero essere dati esclusivamente nomi di Santi, personaggi dell’Antico Testamento o comunque ispirati alla religione cristiana.

Da qui i vari Natalina, Pasquale, Salvatore, Assunta, Quaresimina, RosarioResurrezione.

Ma dal ’700 in poi, mossi da smanie rivoluzionarie, molti genitori si ribellarono alla legge clericale raggiungendo spesso nella scelta dei nomi livelli di lieve follia, abitudine che continuò soprattutto in Emilia Romagna, terra anarco-socialista per eccellenza; sino al 1950 era facile trovare pargoli col ciuccio che si chiamavano Ribèllo, Ateo, Collettivo, Comunarda Molotov.

Un operaio di Rimini, a cui il padre aveva imposto il nome Sciopero, forse per vendetta volle continuare la tradizione sui suoi 3 figli chiamandoli Scintilla, Ordigno, Avanti, ed Emilia Libera era il nome di una matura brigatista della prima ora.

I genitori clericali rispondevano a queste provocazioni battezzando la prole Santafede, Crocifissa, Confessione, Chirieleison, Litania, Dedeo, Diesire (dies irae), Pronobi (ora pro nobis) e Purif, mite casalinga di Massalombarda degli anni 70, che doveva il nome a una ricorrenza segnata su tutti i calendari: “Purif.(purificazione) di Maria Vergine“.

La passione per la letteratura ha ispirato molti genitori del modenese facendo loro chiamare i bimbi annate 1950-60 Athos, Portos, Aramis; e la S finale ha preso la mano una trentina d’anni fa creando, sempre in zona emiliano-romagnola,  Amos, Neris, Nolis, Manes Meris.

A Bologna c’è il signor Foscolo Maria mentre a Ferrara vi sono due fratelli fabbricati da due scatenati fans di Sir Conan Doyle, che si nomano rispettivamente Holms Uotzon (sic).
Sempre in Emilia la passione per l’opera lirica ha prodotto moltissimi Aida, Gioconda, Azucena, Violetta, Falstaff, Otello, Radames, mentre in casa di Giovannino Guareschi lavorava una colf che si chiamava Luisamiller.

Se non sono storia e arte a suggerire nomi per bambini, ci pensano sport, cinema e tv.

Solo nel giugno 1984 a Napoli, quando era ancora incerto l’ingaggio di Maradona, furono ben 118 i neonati che vennero chiamati DiegoDiego Armando, così come molti furono i bimbi battezzati nell’estate ’82 PabloPablito, in omaggio all’eroe di quei Mondiali,  Paolo Rossi: in compenso a Genova c’è una ragazza che si chiama Doriana, che potrebbe essere nome normale se non fosse il diminutivo di Sampdoriana.

Indubbiamente nate intorno agli anni ’70 tutte le Sabina (in omaggio alla Ciuffini del Rischiatutto), così come Lara furoreggiò dal 1966 alla fine degli anni ’70 a causa della celebre colonna sonora del Dottor Zivago, mentre la maggioranza delle Sabrine è annata 1954, grazie all’omonimo film con Audrey Hepburn: in compenso, per la sindrome da rotocalco, nel cosentino oggi c’è una ragazza che si chiama Ledidiana (sic).

Le telenovele nell’ultimo quarantennio rimpinzarono i nostri asili di Dilan, Gessica, Geiar, Geson (sic, sic, sicsic), Suellen (ri-sic, spesso italianizzato in Suella) e Samantha.

Talvolta a peggiorar le cose si aggiungeva l’accento regionale di chi andava a registrare in neonato in municipio.

Ciò spiega ad esempio perché nelle Marche, dove la pronuncia è un po’ dura (Lugìa, gampagna ecc) vi siano ragazze nomate Samanda, o che a Monterotondo (Rm) una leggiadra Ortensia sia diventata Ortenza.

E se la smania dell’esotico ha  creato, soprattutto nelle famiglie VIPmonster quali Jacaranda, Bramina, Volmer, Siron, Aliosha, OceanoCocis, in Sardegna anni fa, causa la caratteristica di alcuni cognomi tipici del loco, si diffuse la moda di creare nomi hollywoodiani; e così, come in una barzelletta, oggi possiamo trovare Sofia Loriga, Alain Delogu, Bruce Ligas e Demi Murgia.

Lo storiografo Thomas Carlyle diceva “dare il nome a qualcuno è in realtà un’arte“; certo occorre molta ispirazione per chiamare un indifeso neonato Canzianilla, Amelberga, Osmundo, Volusiana, Eroteide, Godeardo, Eliconide, Valdetrude, Olibrio, Filigonio (tutti nel bolognese) o Ademara, Serrana, Ardelio, Foresto, Argene, Dardaco e Drusiana (Toscana).

Biella c’è un signor Edile; a Bologna Manilio, Manlisco, Divo; a Reggio Emilia Arto (papà ortopedico?); a Forlì Decio, Norcio, Edel e, giuro, i fratelli SalitoDisceso. A Ferrara Araldo Anronio (questo forse risultato della pessima scrittura dell’addetto comunale che fece decifrar male un innocuo Antonio); a Recanati EuticchioMarchiano, come un errore (gravidanza indesiderata?).

A Roma ho trovato un Esubero (figlio probilmente di un’esasperata pluripara) e una Eclide; a Napoli un Principio, a Barletta una Sterpeta e a Padova una signora Ema, sperando non sia un diminutivo, strumento che è stato utilissimo ad esempio alla giornalista Gruber per celare sotto il vezzoso Lilly un teutonicissimo Dietlinde; all’ex signorina buonasera Aba Cercato un coloniale Addis Abeba e infine a Nilla Pizzi un allegro Adionilla.

© Mitì Vigliero

(ora ascoltate la colonna sonora Offlaga Disco Pax – Onomastica)

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