Toccaferro in Pillole – Il Destino è scritto negli Antichi Testi: la Bibliomanzia

Un tempo si credeva che i libri classici quali la Bibbia, i Vangeli, la Divina Commedia, l’Eneide, l’Odissea eccetera, potessero essere interrogati quasi come i tarocchi.
Questo metodo di divinazione si chiamava, e si chiama,  Bibliomanzia.

Ci si poneva mentalmente una domanda ( Es: “Il mio progetto andrà a buon fine?” “Mi ama davvero?” “Che futuro m’attende?” ecc.) e poi si apriva a caso il testo prescelto leggendo la prima frase o verso che capitava sott’occhio, interpretandolo come risposta (nella Bibbia i più usati come consultazione erano i Proverbi).

Altrimenti con uno spillo, tenendo gli occhi chiusi e concentrandosi sulla domanda, si forava a caso il volume aperto sempre a caso; nell’ultima delle pagine che risultavano forate, bisognava leggere la parola che recava il segno dello spillo .

Ad esempio se la parola bucata fosse stata “fiore”, la risposta sarebbe stata “il tuo progetto (o il tuo amore, il tuo futuro ecc) fiorirà”; se fosse stata “fuoco” si poteva interpretare “tutto sarà luminoso” oppure “attento a non scottarti”; se fosse stata “lento” si poteva pensare a “senza novità particolari” o a “non avere fretta”, “procedi con prudenza” e così via.

In tempi più recenti, venivano usati come divinatori anche i libri semplicemente più amati.

Volete provare anche voi?

PS Sconsigliati i testi conservati nei Kindle ;-)

© Mitì Vigliero

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Parole e Promesse: Proverbi e Modi di Dire

Un tempo venire considerati uomini di parola” era una questione d’orgoglio; “mantener fede alla parola data” voleva dire mantenere reputazione, stima, onore e dignità, cose allora considerate più importanti della vita stessa.

Però l’universale saggezza popolare vecchia di secoli e secoli, attesta che già nei tempi passati una cosa era promettere, un’altra mantenere.

Chi promette in debito si mette insegnavano i saggi nonni ai nipotini, ben sapendo loro per primi che “Quel che si promette ai fanciulli e ai disperati bisogna averlo in mano“; infatti non v’è nulla di peggio che far capire presto agli infanti quanto poco ci si debba fidare degli adulti, o illudere chi già sta male per i fatti suoi con false promesse.

Eppure spesso, soprattutto nel momento del bisogno e della necessità, bisogna per forza “prendere in parola” solo mezze parole captate magari a fatica in mezzo ad un “diluvio di parole molto gentili e fascinose come allettanti sirene ma che poi, all’atto pratico, si rivelano solo miraggi di chimere, perché colui che aveva promesso anche pur vagamente, quasi sempre quella parola se la rimangia.

Siamo ben consci che tra il promettere e l’ottenere si smarrisce il mantenere“; ma rimanere sospesi in situazioni incerte, solo “tenuti in parola” da chi  ha fatto promesse da marinaio” può deprimere e innervosire.

Vi sono  persone davvero specialiste, soprattutto nei momenti di buia crisi o di eccitato entusiasmo, a “prometter mari e monti” (o “vacche dalle corna d’oro“, come dicono gli olandesi); eppure bisognerebbe ormai aver capito che “Il mescere, non il promettere, riempie il bicchiere“ (Germania), che “Pane promesso non riempie lo stomaco“, “Legna promessa non accende la stufa“ (Russia), “Medicina promessa non cura“ (Cina), “Legge promessa crea delitti” (Francia) e “Ricchezza promessa porta miseria“.

Sarebbe importante invece seguire quel vecchio proverbio dal duplice significato che recita “Chi promette nel bosco, mantenga in città“; le promesse fatte in un momento “diverso” dal solito, lontano sia materialmente che metaforicamente dalla quotidianità, che sia un momento del pericolo collettivo o uno in cui ci si sente tutti particolarmente allegri, rilassati e bendisposti, devono essere sempre mantenute una volta tornati alla normalità.

A essere solleciti, accorti, generosi, rassicuranti “solo a parole” sono buoni tutti, ma “Il promettere è la vigilia del dare“: crea aspettative e fiducia.

Promettere una capra e non dare un pelo della sua barba“, come dicono i greci, è non solo crudele, ma anche pericoloso:  “Le promesse spesso rompon le ossa” (Portogallo) poiché “Promessa non mantenuta vale proprio una battuta“, non di spirito ma di randello.

Chi promette in fretta se ne pente con calma” e “Pazzo è colui che non potendo dare un pollo promette un bue“ (Spagna); eppure di “promettitori” professionisti (citati anche dal Boccaccio nel Decamerone,VIII, 2) pare sia pieno il mondo; gente che pur di raggiungere i propri fini sarebbe disposta a promettere, secondo gli armeni, “Il latte delle galline e un giro in volo sulla groppa del mulo“.

Quindi ancor più pazzo è colui che ci crede, visto che ormai è noto a tutti che: “Il furbo promette e lo sciocco aspetta“.

© Mitì Vigliero

Tra alba e tramonto, io scelgo il tramonto.


(Foto©Buba)

Preferisco il Tramonto all’Alba.

Amo la quiete serena che  riesco a provare soltanto alla fine di una giornata, quando la luce del sole regala ombre e colori morbidi e caldi.

Sono una crepuscolare che avverte di più in quell’ora l’accogliente importanza del nido, la casa dove mi sento sicura e protetta; dove tutto mi è familiare, amico.

Placida di nome e di fatto, al tramonto sento calare tensioni e preoccupazioni.

Subentra sì, a volte, una lieve malinconia: ma in quell’ora bella anche la malinconia è per me dolce, sottile come un filo iridescente in cui infilare  parole,  immagini,  suoni,  sentimenti vissuti e ascoltati e osservati durante il giorno.

L’Alba è splendida, certo; ma è come un parto in diretta di un qualcosa che non so come sarà.

Il Tramonto invece è una “vita” già formata, priva d’incognite.

E la sua luce gentile, che posso fissare a lungo senza provare dolore o fastidio, mi culla l’anima come una carezza.

© Mitì Vigliero