La Casa è un Nido: il racconto è di fantasia, ma le disavventure con le bestiacce mi sono capitate tutte davvero.

Da In campagna non fa freddo, Cap. XVII

Leo, affacciato alla veranda, guardava il giardino illuminato dalla luna e sospirava ostentatamente. In quel periodo, quando mio marito sospirava in modo ostentato i casi erano due: o stava per incavolarsi, o stava per lanciarsi in uno dei suoi soliti discorsi riguardanti la Casa e la campagna.

Quella volta si trattava della seconda ipotesi: “Ma non vi sentite sereni, qui? Non vi sentire protetti? In questo posto non ci sono solo mura e mobili: qui ci sono le nostre origini; sento le presenze dei nonni, degli zii, di tutti i miei familiari che negli anni hanno abitato qui. Per me questa non è una semplice casa: è un nido”.
-“Maledetta bestiaccia!” urlai, meritandomi una fosca occhiata da parte del mio pascoliano consorte.
-“Tesoro non dicevo a te” lo tranquillizzai massaggiandomi una gamba. “Anzi, devo darti ragione. Questa Casa è davvero un nido, ma un nido di animali luridi e nefasti”.

Difatti, da quando avevamo iniziato a frequentarla, ci eravamo imbattuti in condomini di sorci pazientemente costruiti nei cassetti dei comò, in manipoli di calabroni stanziati nelle canne fumarie dei camini, in colonie d’immense vespe edificate nelle travi di legno. Avevamo capito ben presto che la Casa e il Paese erano l’habitat ideale per ogni tipo d’insetto aculeato, carnivoro, diurno, notturno, effimero, entomolito o frugifero. Qui allegramente bivaccavano, e bivaccano, afanitteri, coleotteri, ditteri, fisapodi, imenotteri, neurotteri, ortotteri, rincoti, strepsitteri, anopluri, psillidi, fisostici, tisanotteri e tricotteri. Qui anofele, api, formiche, filossere, filugelli, pulci, maggiolini, punteruoli, rolalie, culicidi, mosche, tafani, zanzare, zecche, calabroni, vespe e cimici mantenevano in perfetto esercizio, spesso a nostre spese, tutti i loro aculei, mandibole, pungiglioni, proboscidi, succiatoi e tentacoli.

Ascoltando le mie lamentazioni, Leo faceva la faccetta seccata. E quando mio marito fa la faccetta seccata vuol dire che la sua sensibilità è stata profondamente offesa; qualche volta può anche aver ragione, ma l’idea che in quel momento si fosse offeso perché avevo osato criticare le bestiacce dimoranti nella sua adorata casa, offendeva profondamente me.
-“Vorresti forse dire che qui tutto è perfetto e sublime, e che quindi anche le vespe e i calabroni sono esseri meravigliosi?”
-“Vorrei solo farti notare che sei tu ad avere un’esagerata avversione nei loro confronti” rispondeva in tono accusatorio.
-“Ammetto di aver sempre avuto con gli insetti un rapporto personale particolarmente difficile, ma lo sai che sono allergica a tutte le loro punture. Basta semplicemente la loro visione per farmi star male: inizio a sudare, tremare, insomma provo dei veri e propri attacchi di panico causati dal terrore d’esser pizzicata…”
-“Non tutti gli insetti pizzicano” dichiarava implacabile l’entomologo che divide il mio letto.

Sarà.

Un giorno mi trovai sul palmo della mano una coccinella, bellissima, rossa a puntini neri.
-“La chiamano Gallinetta del Signore, e dicono che porti fortuna” disse zia Rachele. “Quand’ero piccola e me la trovavo in mano, le recitavo una filastrocca; poi esprimevo un desiderio e lei volava subito via per andare a esaudirlo”
Dato che, accidenti a me, sono fondamentalmente una giocherellona, tendendo la mano su cui stava posteggiata la coccinella, chiesi alla zia di recitare la filastrocca: “Gallinetta du Signur, vula vula al Criatur, te darò vùn saacch ‘d ris, vula vula in Paradis“.
Espressi il desiderio, soffiai delicatamente sulla bestiola e lanciai un ululato selvaggio. Sul palmo della mano, al posto della coccinella che avevo scaraventato chissà dove, c’era un taglietto rosso e profondo: la Gallinetta du Signur m’aveva azzannato.

Ma per Leo le mie erano solo fisime. Quando, i primi tempi, insisteva a decantare le bellezze dei paesaggi campestri ricchi di fiumicelli, torrentelli, ruscelletti e stagnetti, non si rendeva conto che tutta quell’acqua che abbelliva la vegetazione rendendola verde e brillante, contemporaneamente contribuiva a sfornare tonnellate di larve d’insetti immondi come le zanzare. Non sono più quelle di una volta, che facevano zzzzz e le sentivi, potendo così inseguirle e spiaccicarle sui muri: ora sono muti zanzatàci, probabile frutto di relazioni illecite coi pappataci. Ed è per questo che, all’improvviso, ti trovi sulla pelle prima un segno rosso, poi un ponfetto molto pruriginoso e infine una dolorosissima bolla simile a quelle delle bruciature, gonfia tutto intorno e piena di siero giallastro.

Dovevo però riconoscere che gli insetti servivano a rendere altamente culturali i dialoghi tra nostra figlia e noi: -“Ma a che cosa servono le zanzare?” domandava grattandosi furiosamente un braccio, mentre sui suoi disegni apparivano mostruose creature piene di ali e zanne.
-“A sfamare le rondini, Camilla” rispondeva suo padre.
-“Ma va’ là: oggi di rondini non ce ne sono più, e quelle poche rimaste ormai sindacaliste che han fatto un tavolo con le zanzare” ribattevo sarcastica io, spalmandomi addosso litri d’estratto di citronella.
-“E quelle sceme di vespe, a cosa cavolo servono?” ridomandava Camilla in lacrime ogni volta che entrava in collisione con qualche pungiglione.
-“A impollinare i fiorellini” era l’aulica risposta, immediatamente seguita dall’urlo: “Camilla, non dire parolacce!”.

Quando Leo declamava: -“Ma non vedete che meraviglia quei prati dove pascolano i vitellini e corrono liberi i cavalli?”, non arrivava a capire che, se vitellini e cavalli sono animali senza dubbio graziosi, la loro presenza comporta obbligatoriamente anche quella d’altri animali decisamente nefandi.
Una mattina, seduta in giardino, leggevo tranquilla il giornale quando qualcuno m’inferse una pugnalata sopra la caviglia sinistra; abbassando gli occhi vidi una lunga scia di sangue che, veloce e arzilla, stava raggiungendo il mio piede. Lo so che una vera signora è colei che riesce a rimanere imperturbabile in qualsiasi occasione, senza lasciar trasparire alcun moto dell’animo; ma che volete, la campagna rilassa i freni inibitori e perciò strillai terrorizzata: “M’ha morso una vipera!”.
Simile a un cavaliere antico galoppante in soccorso d’una damigella in pericolo, mi trovai a fianco un ansante Giacomìn brandente non una spada scintillante, bensì la solita roncola. Dopo aver osservato con estremo rispetto la mia ferita, tirandosi il cappello sulla fronte diagnosticò: -“Ciùmbia! L’ha sgagnàda un tavàn.”
-“E allora?”
-“E alùra le verrà un’infeziùn, perché i tavàn a mordu vacc e cavàll propri ‘n ‘tel vene, inscì i micrubi circulano mej.”
Non mi seccò tanto il fatto che il tafano m’avesse scambiato per una mucca o un cavallo quanto il fatto che, a causa dei “micrubi” iniettatimi via endovena, mi venisse una gamba rossa e gonfia come un prosciutto, decorata da una purulenta piaga bollente e che dovessi restare a letto con la febbre a 39° per una settimana filata.

L’Ubaldo, ogni volta che veniva a trovarci, annunciava fiero: -“Ho trovato il sistema per far fuori tutte le bestiacce cattive che fan la bua alle mie belle bimbe”.
Era specialista in reperire macchinari sofisticatissimi oltreché pericolosissimi: spray che titillavano dolcemente le nari agli insetti, mentre in compenso rischiavano di eliminare tramite asfissia gli umani che li spruzzavano, o aerodinamici fornelletti sui quali stava scritto “aerare il locale prima di soggiornarvi” così tutti, onde evitare d’addormentarsi per sempre in una camera a gas, erano obbligati a spalancare le finestre nell’atto cordiale di far entrare miriadi d’altre bestiacce in attesa.
Una volta arrivò con una grande lampada dalla luce azzurrina: -“La metti la sera in veranda, così potrai soggiornarci tranquilla”, ma tranquilla non ero per niente a causa dei continui, sinistri sfrigolii dati dagli insetti che, attratti dalla luce, finivano fritti in inquietanti nuvolette di fumo. Un’altra volta mi portò un grosso vaso di coccio; un orcio tozzo e grasso, dall’imboccatura minuscola: -“Questo è un insetticida ecologico. Si riempie di birra o vino e zucchero; si appende in alto e così tutte le bestie cattive ci cadono dentro, s’ubriacano e non escono più. Il giorno dopo si getta via il contenuto, e si riappende.”
In effetti il giorno dopo il vaso straboccava di centinaia d’insetti annegati; era talmente rivoltante, che fu gettato via intero insieme a tutte le salme.

Nella nostra Casa-Nido imparammo anche che se il modo di dire “noioso come una mosca” è giusto, perché le mosche sono noiose al cento per cento e spesso anche al trecento per cento, dire “zitto e mosca” invece è sbagliato, perché le mosche zitte non stanno mai. Se quando svolazzano tenti di ignorare il loro insistente ronzio, si offendono terribilmente e perciò aumentano il fracasso prendendo a zuccate i vetri delle finestre o entrandoti direttamente nelle trombe d’Eustachio. Se continui a far finta che non esistano, ti si posano addosso, ti si infilano nelle narici e negli occhi, si tuffano nel bicchiere da cui stai bevendo o planano leggiadre sulla forchetta che ti stai infilando in bocca. Avevamo sparso per Casa decine di palette schiacciamosche, che alle mosche facevano un baffo mentre, in mano a Camilla, si tramutavano in micidiali armi improprie da sbattere ovunque: nel piatto in cui mangiava la mamma, sulla cervicale della nonna, sul sedere di papà, finché sospettammo che non si trattasse tanto di caccia alle mosche, quanto di vendette private.

Riguardo le tarme, invece, all’inizio demmo la colpa ai vecchi armadi pieni di vecchie stoffe scoprendo poi che, una volta eliminate le vecchie stoffe, alle tarme andavano benissimo anche le nuove. La prima volta che mostrai alla Ginotta gli artistici buchi che un probabile centinaio di laboriose fauci aveva creato in una mia splendida camicietta di flanella, mi sentii chiedere in tono d’accusa: -“Ma questa camisètta, viàlter la g’avii esposta a la rosàda de San Giuàn?”.
-“In città non vi sono molti prati dove sia possibile stendere i vestiti affinché si detarmizzino con la rugiada della magica notte del 24 giugno…” risposi sottilmente spiritosa.
-“Manco un poggiolo?” insisté la signora sardonica.
Non avendo voglia di polemizzare su una questione di credenze popolari, chiesi con lo sguardo aiuto a zia Rachele, donna notoriamente colta e dotata di razionale buon senso, la quale mi venne subito in soccorso affermando in tono professorale: -“Suvvia, Ginotta: non capisce che quella della rugiada miracolosa è una stupida superstizione? Invece è ovvio che, se quella camicetta è stata mangiata dalle tarme, è perché è stata comprata di venerdì”.

E se le tarme erano antipatiche, le formiche si dimostrarono da subito odiose. Seguendo l’antica regola “per combattere il nemico impara a conoscerlo”, mi procurai un testo altamente scientifico in cui scoprii che le formiche si dividono in maschi, femmine e operaie. Pare che i maschi abbiano un carattere molto nervoso, depresso e insicuro, forse perché muoiono subito dopo la fecondazione delle uova; le femmine copulano, partoriscono e combattono, mentre le operaie sono le uniche che lavorano. Premetto subito che nutro un profondo rispetto nei confronti della classe operaia; non tollero solo quella a sei zampe, composta da minuscole rompiscatole le quali, per portare la pappa a chi passa la vita a goduriare o a litigare, infestano praticamente tutte le stanze della Casa.

La mia lotta personale contro le formiche fu coadiuvata dai mille consigli che ogni abitante del Paese decise di elargirmi: vi fu chi disse di cospargere i luoghi da loro prediletti con foglie di geranio, chi affermò che le formiche detestavano la menta, chi ancora che erano allergiche alle foglie di pomodoro. Il Don mi consigliò il borotalco, il Sìndich le scorze d’arancia, la moglie del Maresciallo dei sacchetti di tulle pieni di cannella e chiodi di garofano. Anche quando facevo la coda nel negozio della Franca, tutti gli avventori, perfettamente a conoscenza del mio dramma, erano prodighi di suggerimenti:
-“Madamìn, metta un ramm del betulla tul tècc e le furmighe scapperàn”.
-“Macché! La deve mètt dal purtùn d’ingrèss trèdes limùn spantegà de pèver.”
-“No, l’unica manéra l’è recità una novena a Sant’Antonio”.

Stranamente Ginotta in questa occasione non mi fornì nessuna ricetta magica, e si limitò a risolvere il problema delle formiche stazionanti sul tavolo della cucina schiacciandole con le mani e creando un purè all’aroma di formaldeide.

Però, secondo Leo, la campagna restava un luogo salubre e ricostituente; forse è per questo che in Casa bivaccavano ragni sanissimi e grossi come zuppiere. Rachele e Ginotta rischiarono più volte l’infarto a causa degli improvvisi strilli lanciati, a rotazione e all’improvviso, da me e Camilla: “Aiuto, che schifo!”.
Le due povere donne arrivavano di corsa e ci trovavano regolarmente appiattite sulla parete opposta a quella su cui troneggiava un ragno di centimetri 15 per 20, dalle otto lunghissime gambe attaccate a un corpo minuscolo.
-“Fa pa’ nula” diceva una “l’è un ràgn da polvere…”
-“Ma è enorme!”
-“Però è innocuo” diceva l’altra.
-“Ma mi guarda!”
-“Uh, màma, la gatta la me varda! E vardala ànca ti! Me varda pù lè che mi… Femminucce fifone, quante storie per dei ragnetti!” ridacchiava Leo, immediatamente prima di mettersi a sbracciare nell’aria come uno sciamannato gridando isterico: “Toglietemela di dosso, toglietemela di dosso!”, perché il maschietto coraggioso era finito con la faccia in una ragnatela grande come un’amaca.

Ma mio marito insiste tuttora a ignorare questi problemi. Quando passeggiamo da soli nei prati, continua a sussurrarmi all’orecchio paroline dolci. Raffinato maschio di città convertito alla rude campagna, sente prepotente il richiamo della foresta e tenta, indarno, di persuadermi alle gioie della camporella. In realtà confesso di aver sempre invidiato le coppie protagoniste di tanti film romantici, le quali prima corrono a gambe e piedi nudi ridendo a bocca aperta tra macchie, fratte e granturco, poi rotolano abbracciate nel profumato sottobosco e infine piombano su un soffice covone di fieno per scambiarsi tante tenerezze. In realtà so benissimo che se mi mettessi a correre a piedi nudi sull’erba, sicuramente li poserei su puntutissimi sassi, calpesterei carogne non ben identificate o vespe intente a ciucciare fiori di trifoglio, spiaccicherei lucertole e infine, ne son certa, li immergerei sino alla caviglia in enormi boasse di mucca. Io sono sicura che, se corressi in mezzo a un prato ridendo a bocca aperta, inghiottirei immediatamente un calabrone; se entrassi in un campo di granturco riuscirei sicuramente a cacciarmi un canocchio in una pupilla; se mi sdraiassi sul sottobosco verrei scalata da formiche rosse, masticata da cimici, assalita da scorpioni, abbordata da vermi e vellicata da lumache. E poi, come diavolo è possibile nelle campagne d’oggi tuffarsi dentro soffici covoni di fieno, quando questi hanno tutte le forme tranne quella di covone? Sono sferici, ovoidali, piramidali, cubici, nonché perfettamente foderati di durissima plastica.

Per questo Leo dice che non sono romantica, che ho perso del tutto la parte selvaggia, primitiva del sesso e mi domanda: “Secondo te come facevano Adamo ed Eva in quella grande campagna che era il giardino dell’Eden?”.
Semplice: non lo facevano. Appena provarono a cogliere la mela, furono cacciati via e costretti a vivere al riparo, con un tetto sulla testa e un pavimento coperto di stuoie. Infatti non fu per caso che, solo lì, riuscirono finalmente a fabbricare Caino e Abele.

© Mitì Vigliero

 

A proposito di Placida Signora

Una Placida Scrittora ligurpiemontese con la passione della Storia Italiana, delle Storie Piccole, del "Come eravamo", del Folklore e della Cucina.

8 Replies to “La Casa è un Nido: il racconto è di fantasia, ma le disavventure con le bestiacce mi sono capitate tutte davvero.”

  1. Bellissimo, Mitì! Ma proprio bello! Tra le tante cose, gli elenchi sono fantastici, e le “boasse”, e “indarno”… E viva i tetti e le stuoie, anche.
    Son proprio questi racconti, tra l’altro, che mi tengono, e mi terranno, lontano dalla “campagna”. Io diventerei matto…

  2. Ho letto e riletto il libro due volte, ora l’ho prestato a mia figlia, ma è sempre piacevolissimo. E speriamo che “c’è altro in pentola” arrivi presto!

  3. Graziella, felice che vi sia piaciuto. E l’altro, anzi, gli altri, arriverebbero presto se non avessi a che fare col galòp familiare…Ma ci sono priorità a cui non so né voglio rinunciare. :-**

  4. Beh! almeno sappiamo che prima o poi potrebbero arrivare gli altri e per le priorità capisco benissimo. Un abbraccio.

  5. Mitì, sei un mito!
    Mi è squillato il telefono mentre leggevo il tuo racconto, ne ero così presa che ho risposto di malavoglia non vedondo l’ora di metter giù per sapere come proseguiva la caccia grossa.
    Come non ritrovarsi in quello che scrivi!
    Brava!!!

  6. Vendetta per il marito olimpico: avvolgerlo in una maxi zanzariera come una vittima ragnesca e poi spruzzarlo a volontà con insetticida al piretro, citronella &co. Che se la goda un po’ anche lui. Sempre più sadica, eh?

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