La Fetta di Polenta Antonelliana


(foto©zac mc)

 

Torino, alla fine del 1830, la Società dei Costruttori decise di urbanizzare il distretto di Vanchiglia, una zona allora decisamente abbandonata e selvaggia; per questo i soci avevano acquistato già tempo prima dei lotti di terreno edificabile.

L’architetto Alessandro Antonelli, uno dei membri della Società, ne possedeva due: il primo in corso San Maurizio, dove costruì Casa Antonelli, un palazzo riconoscibile dagli unici portici che si vedono nella strada e dove abitò anche il Crispi, e un altro in via Giulia di Barolo, angolo Corso San Maurizio.

Questo però aveva delle dimensioni  assurde: una sorta di trapezio che misurava 25 metri in via Barolo, 5 metri in San Maurizio e 70 centimetri sul lato opposto.

Il futuro padre della Mole iniziò a chiedere ai proprietari dei terreni confinanti di vendergliene almeno uno, in modo di poter costruire un palazzo di proporzioni “umane”.

Ma tutti gli altri costruttori, forse per invidia o per semplice dispetto, fecero muro tra loro e gli risposero picche.

Allora l’Antonelli, che come tutti i geni aveva anche un pessimo carattere, durante un’ennesima discussione disse:
“A sì? Non volete vendermi i terreni? E io costruirò su quella striscia di terreno una casa alta sette piani: scommettiamo?”

Iniziarono i lavori, seguiti con misto di curiosità e scherno.

L’Antonelli fece scavare delle fondamenta incredibilmente profonde (“Vuole arrivare sino all’Inferno!” dicevano gli acidi colleghi) e su quelle innalzò nel 1840, in via Giulia di Barolo numero 9, una casa di nove piani (due interrati) alta 27 metri, col lato più corto di soli 57 cm.: Casa Scaccabarozzi, dal cognome della moglie alla quale la donò.

Risolse il problema della scala interna facendone costruire una strettissima a chiocciola; al di fuori delle alte finestre, curiosamente poste una attaccata all’altra, un sistema di carrucole per trasportare all’interno i mobili.

Risultò una casa decisamente impressionante nelle proporzioni: un muro sottile che spiccava isolato e vagamente folle nel quartiere.

Si disse di tutto; che l’Antonelli avesse fatto un patto col diavolo, donandogli l’anima in cambio dell’aiuto ultraterreno per vincere la scommessa; ma soprattutto che quella costruzione, dall’inconsulta forma di “Fetta di Polenta” fosse pericolosissima e che  sarebbe crollata al primo refolo di vento.

Per questo motivo nessuno volle andare ad abitarci.

Fu così che la famiglia Antonelli al completo, alla faccia delle malelingue, vi si trasferì in pianta stabile occupando gli ultimi due piani.

Ciò pose fine ad ogni dubbio, e la casa trovò subito altri inquilini; fra questi Niccolò Tommaseo che lì, come recita una targa posta sulla facciata, “compose per l’editore Pomba il grandioso dizionario monumento imperituro della lingua italiana”.

L’antonelliana Fetta di Polenta, grazie proprio alle sue profondissime fondamenta, fu l’unica a non venir danneggiata dallo scoppio del Polverificio di Borgo Dora che nel 1851 danneggiò molte case di Vanchiglia; fu l’unica della zona a non rimaner lesionata durante il terremoto del 1887, e infine fu l’unica a rimaner perfettamente integra durante i bombardamenti dell’ultima guerra.

Oggi la Fetta di Polenta Antonelliana è una Galleria d’Arte.

© Mitì Vigliero

 

 

La Casa dell’Uomo Selvatico

 

Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura

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Quello dell’Uomo Selvatico è un mito affascinante e misterioso diffuso in tutto il mondo; un comune mortale che viveva isolato, su monti o in boschi, a stretto contatto con la natura, senza mai lavarsi né radersi, muscoloso e forte, grande conoscitore di animali e piante.

Timido e scorbutico, talvolta però provava il desiderio di avvicinarsi agli altri uomini che vivevano in comunità; quando ciò accadeva insegnava loro cose preziose come fare il burro e il formaggio, curare pascoli e armenti, usare le erbe come medicinali.

Ma tutte le volte gli uomini, quando non avevano più bisogno di lui perché convinti di aver ormai imparato tutto, e disturbati dalla sua presenza non certo esteticamente gradevole, con una scusa o con l’altra lo allontanavano, ingrati, perdendo per sempre un’infinita fonte di saggezza e cultura.

In Italia ha vari nomi: Selvagiu (Val di Lanzo), Om Pelos (Dolomiti), Omeon del busch (Bormio),  Salvanel (Trentino), Salvan (Val di Fiemme), Bàarba Tùus (Zio dei ragazzi, nel Cremonese), Bragula pelùs (Valchiavenna) ecc.

Suoi “ritratti” sono sparsi in tutta Europa e in Italia ; ad esempio a Bressanone, in una statua posta in alto nel punto d’incontro fra i Portici Maggiori e i Minori; nel Castello del Buonconsiglio di Trento,  a Tirano (Sondrio) dove vi sono ben due “salvadeghi” affrescati sulla Porta Poschiavina…

Ma il più bello si trova a Sacco, in Val Gerola nella bassa Valtellina.

Qui, in via Pirondini 14, c’è una casa rurale del XV sec. che ha nel suo interno una splendida “Camera Picta”; il proprietario era Agostino Zugnoni, ricco mercante della valle, che nel 1464 incaricò – come dice una scritta posta nella stanza – i due artisti Battistino e Simone di affrescare il secondo piano della casa con immagini sacre (una Pietà, dove inginocchiato in preghiera è raffigurato anche il padrone di casa, Augustinus de Zugnonibus), frasi in latino e in volgare (“Vivendo rettamente non temere alcuno”, “Quando la fortuna finisce spariscono gli amici”; “Un grande avere chi non lo sa conservare, presto lo vede consumare”),  ghirlande di fiori e il ritratto dell’Homo Salvadego caratterizzato dalla scritta “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo paura”.

Il Salvadego è raffigurato come un uomo alto, snello, completamente ricoperto di folta peluria, a piedi nudi, tiene in mano una clava grande e nodosa. Ma ha il viso buono e gli occhi malinconici.

La Camera Picta, ora Museo, fu scoperta nel 1924 da Giacomo Pini, un appassionato di storia locale; la cosa curiosa è che quella casa venne sempre utilizzata dal proprietario come fienile e stalla.

Gli archeologici e gli storici si sono spesso domandati il perché lo Zugnoni avesse voluto lì dentro una tale ricchezza di dipinti.

La risposta forse è che lui, uomo colto e saggio, usasse quella casa come “buon ritiro”, un luogo dove – già allora! –  potesse vivere strettamente a contatto con la natura, nel silenzio, alla ricerca di quella virilità primitiva e di quella pace semplice che i “tempi moderni”, coi loro affanni e pensieri, spesso impediscono.

© Mitì Vigliero 

Perché si dice: Nuotare a Crawl


(video Johnny Weissmüller Olympic.org)

Ne 1873 venne importato in Occidente da John Arthur Trudgen, maestro di nuoto  australiano, un nuovo  stile, quello morbido e veloce dei polinesiani.

Il nome derivava dall’inglese “to crawl”, strisciare: un movimento sincronizzato di gambe e braccia a pelo d’acqua, con la respirazione effettuata girando alternativamente la testa a destra e sinistra.

Ma a farlo conoscere professionalmente ovunque fu l’americano Johnny Weissmüller, vincitore dei 100 metri stile libero alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928.

Datosi poi al cinema e diventando uno dei più famosi Tarzan della storia, Weissmüller diffuse popolarmente il crawl anche attraverso le sue pellicole cinematografiche, in cui non mancava mai almeno una scena che lo vedesse impegnato a nuotare, tra coccodrilli e ippopotami del fiume, il suo fantastico crawl.

© Mitì Vigliero