Perché si dice: Brindisi, Prosit e Cin cin

 

cincin

Il “brindisi” – il gesto che si fa alzando e toccando i bicchieri prima di bere in un gruppo di due o più persone- è un “salutoin onore di qualcuno o qualcosa: come augurio di fortuna, buona riuscita in un’impresa o di un avvenimento ecc ecc.

La parola deriva dallo spagnolo brindis, a sua volta derivato dalla formula tedesca usata nelle libagioni bring dir’s “lo porto a te (il bicchiere, ergo il saluto)”.

I brindisi sono ovunque accompagnati da vari motti augurali pronunciati ad alta voce durante l’innalzamento e il “tocco” dei bicchieri.

Molto diffuso un tempo era Prosit!  terza persona singolare del congiuntivo presente del  verbo latino prodesse, “giovare”.

Prosit significa letteralmente “sia di giovamento” ed era la formula augurale che si faceva al sacerdote quando tornava in sacrestia dopo la celebrazione della Messa.

Cin cin invece ha  origini cinesi.

Dal termine ch’ing ch’ing (che significa “prego, prego”), si trasse la forma chin chin del pidgin english, l’inglese “universale” usato da commercianti e naviganti in genere in epoca vittoriana, soprattutto nel territorio di Canton.

Entrò in voga soprattutto tra i marinai e nei porti della vecchia Europa, soprattutto quelli italiani, dove venne introdotto proprio dagli ufficiali di Marina di Sua Maestà Britannica.

Attecchì subito nella nostra lingua perché il suono onomatopeico della parola si accordava benissimo con quello di due bicchieri o calici che si toccano tra loro.

Una curiosità; in cinese moderno, oggi ch’ing ch’ing vuole dire bacio; e in fondo, il delicato tocco di bicchieri è un metaforico bacio affettuoso scambiato tra chi beve in compagnia di amici.

© Mitì Vigliero

8 dicembre: la Colonna e i Pompieri

inaugurazione mariana 

Nel 1777 a Roma, durante i lavori di restauro al convento delle Benedettine in Campo Marzio, venne alla luce una splendida colonna d’epoca romana in marmo cipollino alta 12 metri e con 1 metro e mezzo di diametro.

Ma, visto che in quell’epoca i reperti archeologici spuntavan come funghi, la colonna fu trasportata in via Missione (Montecitorio) e mollata lì.

L’8 dicembre del 1854 Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione, e per celebrarlo ordinò agli esperti di pensare a un monumento in grado di rappresentarlo.

A Pietro Ercole Visconti, Commissario alle Antichità Romane, venne in mente quella colonna abbandonata e ingombrante che tra il resto stava sempre fra i piedi ad intralciare il traffico, tanto che qualcuno aveva proposto di risotterrarla.

In fretta a furia, scelta la sede – l’odierna Piazza Mignanelli vicino a Piazza di Spagna – e bandito un concorso vinto dall’architetto modenese Luigi Poletti, il 6 maggio del 1855 venne benedetta e posta la prima pietra al monumento che passerà alla storia come Colonna Mariana o dell’Immacolata.

I lavori furono frenetici; gli scavi delle fondamenta rallentati dal continuo saltar fuori di reperti: una scultura greca, un’altra colonna, un busto acefalo, un enorme testone raffigurante Vulcano…

Il trasporto della colonna da Montecitorio a piazza di Spagna fu fatto a braccia da un centinaio di galeotti e prima di erigerla (1856) dovette essere fasciata per un terzo da cerchioni di ferro celati da decorazioni in bronzo, perché il marmo era sfaldato e danneggiato.

Nel frattempo 5 grandi scultori lavoravano alacremente alle statue: le quattro  della base furono forgiate da Adamo Tadolini (il David), Salvatore Rovelli (l’Isaia), Carlo Chelli (l’Ezechiele) e Ignazio Jacometti (il Mosè).

Quest’ultima statua, dalla bocca troppo piccola, quasi a cul di gallina, scatenò il solito Pasquino:
“Parla!” gl’intimò michelangiolescamente. Mosè rispose “Non posso”. “Allora fischia” disse Pasquino. “Sì” ribatté Mosè: “Fischio lo scultore”.

Giuseppe Obici di Spilamberto (Modena) forgiò invece la Madonna in bronzo posta alla sommità della colonna; 4 metri d’altezza e 20.000 libbre di peso, che piacque a tutti.

Solo le romane ridacchiarono pettegole e maliziose, ben sapendo che la modella utilizzata per la Vergine era la suocera dell’Obici, donna splendida ma notoriamente un po’ troppo…espansiva col genero e i suoi colleghi.

L’8 dicembre del 1857, davanti – proprio nel senso di “appiccicata” – alla facciata al palazzo dell’Ambasciata di Spagna fu costruita una tribuna in legno e cartapesta con timpano e 10 colonne ioniche; sopra, di fronte al balcone centrale, un’altra tribuna a 4 colonne.

Checché ne dica una maligna leggenda metropolitana d’allora, la quale affermava che l’inaugurazione fu un trionfo privo d’incidenti (cosa che l’Ambasciatore di Spagna temeva grandemente, vedendo nei suoi incubi notturni la colonna e la Madonna che gli si abbattevano sulla casa) grazie all’assenza di Papa Mastai considerato menagramo, il Papa circondato dalla Corte e dai Cardinali s’affacciò invece davvero a quel balcone, mentre quasi 200 pompieri (il numero citato dalle cronache dell’epoca varia dai 120 ai 220…) agli ordini del Poletti, issavano la statua dell’Immacolata coperta da un grande telo in cima alla colonna, la scoprivano e ponevan fiori.

Per questo da allora ogni 8 dicembre sono i Vigili del Fuoco a portare i fiori sulla Colonna dell’Immacolata, e il primo mazzo deposto è sempre quello dell’Ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede.

@Mitì Vigliero