Perché si dice: Piantare in Asso

il risveglio di Arianna di William Waterhouse

Nel nostro linguaggio quotidiano piantare in asso significa lasciare qualcuno da solo, solitamente in modo improvviso e inaspettato e possibilmente in mezzo a difficoltà o a situazioni sgradevoli.

Qualcuno dice che questo modo di dire derivi dal gioco dei dadi o delle carte: rimanere con un asso, ossia con un solo punto.

Altri, assolutamente logici ma del tutto privi di romantica fantasia, lo fanno derivare da uno dei significati dell’aggettivo latino assus: “senza accompagnamento, solo”.

Altri ancora – e sono quelli che mi stanno più simpatici- affermano che potrebbe trattarsi della deformazione popolare detta dai colti paretimologia del nome Νάξος (Nasso), isola greca delle Cicladi nel mar Egeo, famosa per la conclusione della storia di Teseo e Arianna.

Infatti il mito racconta che fu proprio qui che l’eroe attico -per nulla grato del fatto che l’innamoratissima Arianna lo avesse aiutato col famoso filo a uscire dal labirinto del Minotauro- dopo averla (oh vigliacco) addormentata con una pozione, l’abbandonò da sola sull’isola.  

Mi piace immaginare che lei, risvegliatasi  mentre il fedifrago si allontanava con la nave, dalla riva furibonda gli gridasse:

“Brutto mascalzone, non puoi piantarmi in Nasso così!”. ;-)

Ma poi sull’isola incontrò Bacco con tutta la sua allegra brigata di ninfe e satiretti, e piantata in asso non fu più.  

bacco e arianna di domenico carracci

©Mitì Vigliero 

E da voi come si dice?

Mimosafiorita: A Roma si dice “m’hai accannato” per definire in generale l’essere stata lasciata dal fidanzato ma anche nei guai da sola, oppure “m’hai lasciato con una mano davanti e un’altra di dietro

Caravaggio:  in siculo si dice: lasciari di piritu.

A proposito di Placida Signora

Una Placida Scrittora ligurpiemontese con la passione della Storia Italiana, delle Storie Piccole, del "Come eravamo", del Folklore e della Cucina.

24 Replies to “Perché si dice: Piantare in Asso”

  1. A Roma si dice “m’hai accannato” per definire in generale l’essere stata lasciata dal fidanzato ma anche nei guai da sola, oppure “m’hai lasciato con una mano davanti e un’altra di dietro” Ciao Mitì.

  2. propendo per la tesi mitologica …

    penso che Arianna avesse esagerato nel dare troppo “filo da torcere” a Teseo,e siccome da tempo immemore …. “in amor vince chi fugge”…. Teseo abbia pensato che era meglio se avesse piantato banco ,baracca e chicchi,oppure,baracca e burattini ….li….a Nasso,da cui sicuramente è derivato l’asso…ma solo quello di picche…..

  3. per quanto riguarda l’allegra brigata di Bacco ninfe e satiretti …. siamo sicuri siano loro, oppure ,siano Lele Mora e compagnia “bella”…..????

  4. l’asso piglia tutto…

    piantare in Nasso>piantare in asso>restar di sasso

    anche l’ultima può esser conseguenza della prima….

  5. Ehm, dalle mie parti si dice “lasciare col didietro per terra”. In dialetto però, che suona meglio:)

    Un bacione!

  6. Credo significhi essere presi per la gola,sia in senso buono che cattivo,in romanesco la gola si chiama anche canna, per esempio; quanto vino ti sei tracannato, altrimenti non saprei darti altra spiegazione, ma accannare è una parola che mi capita di usare quando prendo una fregatura.

  7. i piantati in asso…

    tratto da: Primavera ed altri racconti

    di Giovanni Verga

    “A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma in compenso c’è la festa di Sant’Agata, – gran veglione di cui tutta la città è il teatro – nel quale le signore, ed anche le pedine, hanno il diritto di mascherarsi, sotto il pretesto d’intrigare amici, i conoscenti, e d’andar attorno, dove vogliono, come vogliono, con chi vogliono, senza che il marito abbia il diritto di metterci la punta del naso. Questo si chiama il diritto di ‘ntuppatedda, diritto il quale, checché ne dicano i cronisti, dovette esserci lasciato dai Saraceni, a giudicarne dal gran valore che ha per la donna dell’harem. Il costume componesi di un vestito elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tutta la persona e lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e per far perdere la tramontana, o per far dare al diavolo. La sola civetteria che il costume permette è una punta di guanto, una punta di stivalino, una punta di sottana o di fazzoletto ricamato, una punta di qualche cosa da far vedere insomma, tanto da lasciare indovinare il rimanente. Dalle quattro alle otto o alle nove di sera la ‘ntuppatedda è padrona di sé (cosa che da noi ha un certo valore), delle strade, dei ritrovi, di voi, se avete la fortuna di esser conosciuto da lei, della vostra borsa e della vostra testa, se ne avete; è padrona di staccarvi dal braccio di un amico, di farvi piantare in asso la moglie o l’amante, di farvi scendere di carrozza, di farvi interrompere gli affari, di prendervi dal caffè, di chiamarvi se siete alla finestra, di menarvi pel naso da un capo all’altro della città, fra il mogio e il fatuo, ma in fondo con cera parlante d’uomo che ha una paura maledetta di sembrar ridicolo; di farvi pestare i piedi dalla folla, di farvi comperare, per amore di quel solo occhio che potete scorgere, tutto ciò che lascereste volentieri dal mercante, sotto pretesto che ne ha il capriccio, di rompervi la testa e le gambe – le ‘ntuppatedde più delicate, più fragili, sono instancabili – di rendervi geloso, di rendervi innamorato, di rendervi imbecille, e allorché siete rifinito, intontito, balordo, di piantarvi lì, sul marciapiede della via, o alla porta del caffè, con un sorriso stentato di cuor contento che fa pietà, e con un punto interrogativo negli occhi, un punto interrogativo fra il curioso e l’indispettito. Per dir tutta la verità, c’è sempre qualcuno che non è lasciato così, né con quel viso; ma sono pochi gli eletti, mentre voi ve ne restate colla vostra curiosità in corpo, nove volte su dieci, foste anche il marito della donna che vi ha rimorchiato al suo braccio per quattro o cinque ore – il segreto della ‘ntuppatedda è sacro. Singolare usanza in un paese che ha la riputazione di possedere i mariti più suscettibili di cristianità!”…..

  8. Nel prezioso libercolo “Errori e orrori: per non farsi piantare in nasso dall’italiano” di Fausto Picozza e Fausto Raso (prefazione Curzio Maltese) la tesi sostenuta è la seconda. Siccome conosco e stimo l’autore Franco Raso, la prendo per buona anch’io.

  9. Matteo, ce l’ho quel librino, e seguo da anni Raso, che mi piace moltissimo e trovo di una bravura straordinaria.
    So anch’io che probabilmente la seconda è la più vera e logica. Però la terza…voi mettere la trama? ;-**

  10. A Bari quando si viene lasciati dopo una relazione (o in senso più ampio) si dice che si è rimasti “com alla zit d cegghj” (come la sposa di Ceglie). Ceglie del Campo, un tempo paese, oggi è un quartiere di Bari. Nella provincia barese sono usate anche varianti dell’espressione ottenute cambiando la “città della sposa”. :)

  11. Simpatiche le varie interpretazioni. Da me (bergamo) essere lasciato da solo si dice “i m’à lasàt de per me”

  12. Ho sentito dire ai vecchi della mia città (Quartu sant’Elena in provincia di Cagliari):

    “m’asi lassau cun trinta e cun coranta”!

    mi hai lasciato con trenta e con quaranta”!

    cioè, da un momento all’altro nel bel mezzo di qualcosa. :)

    Un bacio Mitì!! :)*

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