Un Pranzo di Nozze in Campagna

Dal cap. XVIII di “In campagna non fa freddo”. 

Se non strozza, ingrassa

Confesso di essere stata, per molti anni, assai diffidente nei riguardi della sana alimentazione di campagna; forse perché i pranzi che ricordavo erano quelli che ci preparava la parsimoniosa zia Delfina, la quale, se la invitavamo al ristorante, nonostante la costituzione di un metro e cinquanta d’altezza per quaranta chili scarsi di peso, riusciva a far fuori dieci portate consecutive, sbranando polli e conigli con le mani e succhiandone le ossa lasciandole bianche e lisce come fossili.
Stranamente invece, quando ci invitava a pranzo in Casa, diveniva improvvisamente vegetariana. Perciò serviva a tavola solo buone verdurine dell’orto, un pomodoro e dieci fagiolini a testa, magari accompagnati da una scatoletta di tonno che, per età, avrebbe avuto il dovere di partire per il servizio militare. Regolarmente stavamo tutti malissimo: lei no, ormai era mitridatizzata.

Oggi in campagna abbiamo imparato a sopravvivere ad attentati di ogni genere, compresi i pranzi di nozze.

Il primo cui partecipammo con tutta la famiglia fu quello del figlio piccolo di Giacomin; tutte le donne del paese, corse in aiuto di Ginotta, avevano cucinato indefessamente per quindici giorni imbandendo poi, nell’aia della cascina, una lunghissima tavola ottenuta con assi di legno posate su cavalletti.
Ciascuna signora aveva poi imprestato una tovaglia del suo corredo, così che il tavolo risultava coperto da una miriade di splendide tovaglie bianche e ricamate, antiche e moderne, una diversa dall’altra.

Il pranzo iniziò a mezzogiorno e mezza con gli antipasti, le donne si spararono fuori dalla cucina reggendo immense fiamminghe debordanti insalate russe, capricciose, vitel tonné, pomodori ripieni, peperoni al forno coperti di salsa d’aglio e acciughe, olive farcite, sottaceti, tumin elètric e salumi d’ogni qualità. Poi danzarono attorno al tavolo offrendo agnolotti al gràs de ròst, risotti gialli, tagliolini ai funghi e, verso le quattordici, arrivarono col fritto misto.

Roteavano attorno alla lunga tavola portando ciascuna un diverso tipo di frittura, che lanciavano nel piatto dei commensali spiegando ogni volta cosa fosse, recitando in tal modo una litania alla quale mancavano solo gli ora pro nobis:

“Cervèll de vitèll…”
“Filun de vitèll…”
“Rognun de vitèll…”
“Fidegh de vitèll…”
“Laccètt de vitèll…”
“Corada de vitèll…”
“Coeùr de vitèll…”
“Cotolètte d’agnell…”

E poi i fritti di verdura: articiòcch, fenòcc e crocchette di purè. E poi ancora la “frittura ciocché”, carne di vitello, manzo e pollo tritata al mortaio e ricomposta in polpette, seguita dalla “frittura piccàda”, fesa di vitello leggermente infarinata e passata al burro.

Quando, verso le ore sedici, ci riempirono il piatto di frittura dulza, ossia di gnocchetti al semolino, mele, amaretti e pavesini impanati a due a due dopo essere stati farciti di marmellata, pensammo di essere arrivati all’Amen del pranzo.

“Finalmente è finita: non ce la faccio più…” mormorai, guardando con invidia  Camilla che da tempo aveva abbandonato il desco per andare a giocare con gli altri bambini.

“Ma se non siamo neanche a metà!” esclamò Adriana mentre, con mio grande orrore, la ciurma donnesca tornava pimpante all’arrembaggio, armata di enormi zuppiere tracimanti tortellini in brodo, seguite a ruota da immensi piatti stracolmi d’arrosti e bolliti misti, accompagnati da bagnèt vérd e patate al forno come contorno.

Alle 18,30 ormai eravamo in stato semi comatoso e sognavamo un’endovena di caffè.
“E’ un pranzo di nozze: ora c’è la torta” ricordò l’Ubaldo, e la torta arrivò.
Alta sette piani, tutta di panna e zabaione nonché affiancata da un paio di quintali di dolcetti fatti in casa.

“Adesso me lo daranno un caffè?” rantolò Leo.
“Ma come” rispose Rachele, “non lo sai che da queste parti si dice che la bucca l’è mai stracca, se non la sa de vacca?”

Infatti, in quel preciso momento, la tavola fu tappezzata da vassoi pullulanti tome, gorgonzola, quartirolo, castelmagno, taleggio, lodigiano, robiole, bitto, bagoss, grana padano, fontina, panerone e stracchino.

“In campagna si mangia come porci” commentai la sera masticando una pastiglia di carbone naturale.
“Non è vero: l’appetito dei porci è più parco perché non partecipano ai pranzi di nozze” borbottò Leo mescolando nervosamente del bicarbonato in un bicchiere d’acqua.
“Per la gente di qui tutto quello che non strozza ingrassa.  E’ rimasta un’atavica paura della carestia, e poi la natura stessa insegna che tutto è commestibile: il verme lo è per il rospo, il rospo per la biscia, la biscia per il cinghiale, il cinghiale per l’uomo, l’uomo per il verme” concluse Ubaldo dividendo amorevolmente con Rachele una pinta di limonata calda.

(continua)

©Mitì Vigliero

A proposito di Placida Signora

Una Placida Scrittora ligurpiemontese con la passione della Storia Italiana, delle Storie Piccole, del "Come eravamo", del Folklore e della Cucina.

24 Replies to “Un Pranzo di Nozze in Campagna”

  1. Eheheh! Ho vissuto un’identica esperienza a metà giugno, il festeggiamento dei 50 anni di matrimonio di amici dei miei. Hanno rifatto letteralmente il matrimonio, con tanto di messa, nozze, cambio di fede (in oro bianco), bomboniere con confetti d’argento e ovviamente pranzone di nozze nell’aia con 40 invitati. Abbiamo finito alle 19. Alle 20 ai superstiti (che nemmeno si erano alzati dal tavolone) è stata offerta la cena, ossia gli avanzi, ossia un altro pranzone. E, come gli altri invitati, sono tornato in città con una cavagna piena di dolci, salumi, fette d’arrosto, formaggi, pane avanzati. Ho avuto provviste per una settimana :)

  2. Però il fritto misto è meraviglioso….quando passa questo caldo mi sa che ne vado alla caccia in Piemonte!

  3. Ciao!
    Ma quell'”articiòcch” sta per topinambur (che in inglese si chiama Jerusalem artichoke)? Sarei curiosa di saperlo :)

  4. anche noi gli chiamiamo articiochi con una c sola!

    Bellissimi i pranzi di nozze di una volta , si inizia con la merenda la mattina e si finisce a notte fonda, … chi ci arriva!

    Anche le feste una volta erano più pantagrueliche! io bimba finivo il pasto con il “ricostituente” mezzo bicchiere di vino rosso con dose abbondante di zucchero e pane inzuppato! poi mi girava la testa da morire …alle proteste di mamma, facevano il coro le zie la nonna e la bisnonna, ma dai per una volta ! che poi fa “sangue” ! ed io poi andavo a letto sbronza.. ;)
    Buon week-end Placida Signora!
    Ciao!Renata

  5. A San Rocco ho festeggiato con i ravioli ricotta ( e che ricotta!) e spinaci e col fritto misto all’ascolana. Si garantiscono visioni mistiche.

  6. Spero non il tutto non si ambientato in un’estate calda come questa!
    Che sennò mi sento male al solo pensiero.

    [ma il tumin elètric che è? Tumin mi sa che sta per tomino, ma elètric?]

  7. Antar, da colpo apoplettico, con ‘sto caldo…:-D
    Tumin eletric sono dei tmmini di formaggetta fresca conditi con olio, aglio e peperoncino. Tanto aglio e tantissimo peperoncino.

  8. cambiano le provincie e i dialetti ma è confortante che le tradizioni siano tanto vicine, e che fortuna poter ancora partecipare a queste feste che celebrano insieme amore e gusto, o è un tutt’uno?

  9. però questa generazione di donne così cuciniere forse è in estinzione, nonostante la passione per le ricette sia ben viva nell’internet, perchè queste donne che lavoravano giorni interi oggi sono sempre più anziane, e le loro figlie quaranta e cinquantenni hanno molto poco tempo, pressate fra il lavoro e la famiglia; e le famiglie sono sempre più piccole, e molto s’è perso di quella solidarietà fra vicine che permetteva di governare gli eventi eccezionali; è un mondo che è finito, perchè le persone sono prive di tempo, del tempo calmo per far le cose (nonostante la buona volontà di associazioni come slow food)

  10. Da noi in Emilia si dice invece “quel che non ammazza ingrassa”…Bellissimo racconto, molto apprezzato da una che si è maritata con un piemontese senza immaginare a quali maratone enogastronomiche sarebbe andata incontro!:-)

  11. Diego, ver, però ti assicuro che in caso di feste collettive come matrimoni o battesimi si scatenano tutte, anche le più giovani:piuttosto cucinano di notte o si svegliano all 4 per impastare. Ma lo fanno tutte volentieri e con una passione che allarga il cuore! :-)

  12. urka che fame mi hai fatto venire!
    e poi nel cuore della notte -.- …

    eppure una volta c’erano davvero questi pranzi pantagruelici e li si reggeva abbastanza bene…

  13. e se li ricordo e mi chiedocome facevo a resistere? forse x gioventù! e i pranzi delle trebbiature! guai essere il padrone! buona giornata

  14. Non vorrei sembrare campanilista, ma il fritto alla marchigiana dove lo mettiamo? Fra l’altro ci vanno anche le olive all’ascolana e la crema fritta. E c’è la versione di carne e verdure dell’interno e quella di pesce del litorale che mi sono gustata come sempre da Emilia a Portonovo (un mito!).
    Matrimoni così me ne è capitato uno solo con antipasti, primi in brodo, lesso, primi con sugo, arrosti e via dicendo… Ma ormai sono una rarità, per fortuna!

  15. in effetti la mia signora, che pure nel lavoro è un serio capufficio d’una importante realtà genovese, quando si dedica ai fornelli sembra trovi un’energia nuova ed antica nel contempo, come se l’originaria funzione femminile del nutrire, del trasformare i prodotti della terra in cibo, nell’infondere sapienza in quel laboratorio che è una cucina (rimando alle bellissime pagine di enzo bianchi al riguardo), come se appunto vi fosse una soddisfazione quasi arcaica ed ancestrale in ciò; io ovviamente assolvo solo funzioni ancillari e sbucciatorie, e non oso metter becco; insomma la cucina è qualcosa di importante, e certe occasioni sono in realtà dei riti pregni di significato; che iddio preservi le donne, le uniche in grado di dare un senso alle cose della vita.

  16. Mitì, ti ha già risposto Marina. Cotolette di abbacchio morbidissimo, olive ripiene delle quali ogni famiglia ha la sua ricetta, cremini dolci tagliati a cubetti, panati e fritti, mmmm. Purtroppo il ristorante che in zona aveva portato tutto ciò al sublime ha chiuso definitivamente anni fa, ma i suoi emuli se la cavano decisamente bene.

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