I Sussurri di Eolo

Aglio: Antica Panacea di tutti i mali

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MirellaWognum)

L’aglio può essere considerato uno dei primi medicinali della storia umana.
Già nel 1550 aC il Codex Ebers, papiro egiziano lungo venti metri, descriveva alcune centinaia di ricette mediche a base di aglio; il medico greco Ippocrate (460-377 a.C.) invece ne esaltava le proprietà diuretiche, lassative, aperitive ed emmenagoghe, consigliando di includerlo nella maggior parte delle vivande secondo il saggio principio “il tuo cibo sia la tua unica medicina, e la medicina il tuo unico cibo”.

I metodi in cui l’aglio veniva usato nell’antica medicina, sono i più disparati.

Ad esempio,  per accertare la fecondità di una donna, sempre Ippocrate descrive il metodo – ereditato dalla medicina egiziana- della “Prova del profumo“: bisognava far bollire una testa d’aglio e, fattone un pessario, infilarlo nella vagina della donna per un giorno intero.
Se il giorno dopo “il fiato” (sia quello del naso che quello della bocca) della donna sapeva d’aglio, significava che essa poteva concepire (sic).

Da parte sua, Esculapio  eliminava i vermi intestinali con quelli che chiamava i Sussurri di Eolo: prima masticava accuratamente tre o quattro spicchi d’aglio, poi soffiava il suo alito sull’ombelico dell’ammalato: secondo lui, i vermi fuggivano, disturbati dall’odore.
 
Discoride fu il primo a scoprirne ufficialmente le virtù tenifughe, atte cioè a combattere le infestazioni da tenia; invece Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, racconta che ogni soldato romano, sia in battaglia che nel corso delle esercitazioni, doveva avere per legge la sua scorta di Allium sativum ben conservato, e doveva consumarne una testa al giorno contro le infezioni e le diverse epidemie (era il chinino di allora) perché “vermifugo, odontalgico, diuretico neutralizza tutti i veleni, guarisce la lebbra, l’asma e la tosse”.

 A sua volta Pedanio Dioscoride, farmacologo greco del I secolo d.C. che fu per lungo tempo  il medico ufficiale dell’esercito romano, nella sua Materia medica a proposito dell’aglio scriveva:

E’ aspro, stimola l’intestino, asciuga lo stomaco, mette sete e riduce le escrescenze della pelle.
Se introdotto nella dieta regolarmente è diuretico, e aiuta ad eliminare i parassiti intestinali.
Se macerato nel vino è ottimo contro i morsi di serpente e cani rabbiosi. Se consumato crudo o bollito schiarisce la voce e allevia la tosse.
Se bollito insieme con l’origano debella i pidocchi e le cimici.
Se bruciato e mischiato col miele, cura le macchie bianche della pelle, l’herpes, le eruzioni cutanee da fegato, lebbra e scorbuto.
Se bollito con legno di pino e incenso allevia il mal di denti.
Se abbinato alle foglie di fico e ai semi di cumino, funziona da cataplasma contro i morsi del topo ragno.
Se utilizzato insieme con le olive nere, potenzia l’effetto diuretico.
E’ utile anche per alleviare i dolori del travaglio e favorisce la fuoriuscita della placenta

In compenso, i lottatori dell’antica Grecia  lo usavano come micidiale “doping” prima delle gare; secondo loro aumentava la forza e la resistenza, secondo altri maligni e invidiosi dell’ellenica abilità sportiva, era tutto merito dei diabolici effluvi che emanavano se essi vincevano regolarmente gli incontri.

 “L’aglio mangiato ne’ cibi, è rimedio a tutti i veleni, et però si chiama la Theriaca de’ villani” sentenziava Castor Durante nel Tesoro della sanità, mentre il Pisanelli, nel suo Trattato della natura de’ cibi e del bere scriveva:
“L’aglio dona sempre giovamenti: secco è contra il veleno, fresco chiarisce la voce, ammazza i vermi, provoca il coito e l’orina”. 
E due secoli fa Sir John Harrington, medico britannico autore de The Englishman’s Doctor, raccomandava:
“L’aglio ha la proprietà di salvare dalla morte; sopportalo, anche se rende l’alito disgustoso, e non disprezzarlo come quelli che sono convinti che faccia solo bruciare gli occhi, bere smodatamente e puzzare”.

 Nel Settecento, in Francia, il suo forte sapore veniva usato per mascherare quelli atroci della cantaride o dell’ambra grigia che si mettevano nei cibi per renderli afrodisiaci; ma spesso, nonostante l’aglio, se si sbagliavano le dosi, si finiva condannati a morte per tentato avvelenamento, come capitò nel 1772 a quel gentile signore nomato Marchese de Sade.

Invece l’ignoto autore dell’un tempo diffusissimo Manuale di medicina domestica  (edizioni Cioffi, 1863), alla voce aglio scriveva:
“Si è dimostrato alla prova un ottimo antisettico per le vie respiratorie, con esito meraviglioso nelle bronchiti fetide; giova ai tubercolosi e ai rachitici; in casi di epidemie, mangiate dell’aglio come cura preventiva”, concludendo infine lapalissianamente: “Se non volete dar noia col vostro fiato a’ parenti e a’ vicini, consigliate la cura anche a loro”.

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Plinio definì per primo l’aglio “la miglior prevenzione contro la peste”, convinzione che durò secoli e secoli.
Il celeberrimo “Aceto dei quattro ladri”, ad esempio, nacque nel XII secolo proprio durante una terribile epidemia di “Morte Nera”.
Narra la leggenda che quattro delinquenti, approfittando della calamità, svaligiavano le case e le botteghe delle contrade infette rimanendo sempre indenni dal contagio.
E sapete perché? Perché usavano intridersi di una pozione miracolosa, che aveva come base l’aceto e varie erbe, tra cui l’aglio.
Ancora oggi qualcuno lo usa non con intenzioni di sciacallaggio, ma come semplice disinfettante per detergere le ferite o sterilizzare le mani .
La formula magica, una delle tante, è questa:

20 gr. di cime fiorite di assenzio romano, rosmarino, salvia, menta, ruta e lavanda
30 gr di aglio, noce moscata, chiodi di garofano, calamo aromatico, cannella
5 gr di canfora
1 litro e un quarto di purissimo aceto di vino bianco
.
Macerare gli ingredienti per 10 giorni, poi filtrare e conservare il liquido in una bottiglia scura che abbia il tappo di vetro smerigliato.

Durante le 45 epidemie di peste che martoriarono l’Europa tra il 1500 e il 1720,  si diffuse una macabra filastrocca che i bimbi cantavano giulivi facendo il girotondo:

Una ghirlanda di rose,
un mazzolino d’aglio,
ed eccì ed ecciù,
tutti cadiamo giù
.

La ghirlanda di rose si riferisce ai piccoli esantemi, pustoline rosse che comparivano sul corpo delle persone infette, il primo sintomo della Morte Nera. Il mazzolino d’aglio era il simbolo della convinzione che gli odori forti e penetranti combattessero il fiato tossico dei demoni diffusori della malattia;  l’ “eccì ecciù” raffigura onomatopeicamente la raffica di starnuti che era un altro sintomo della peste, mentre infine la frase  “tutti cadono giù” alludeva alle migliaia di morti causate dall’orrenda tabe.

Durante l’epidemia di peste annata 1528 a Bordeaux, un ancora non noto Nostradamus per impedire l’ulteriore diffondersi del morbo chiese ed ottenne dalle autorità che i cadaveri venissero sotterrati profondamente con strati di calce viva, consigliò l’incenerimento dei rifiuti per evitare il nutrimento dei topi e delle loro terribili pulci, ma soprattutto pretese che ovunque venisse osservata la più scrupolosa igiene del corpo, con cambi frequenti di abiti, utilizzo di maschere filtranti (tipo quella dell’immagine) e frequenti frizioni di vesti, maschere e mani con una pozione di sua invenzione, a base di aglio e aloe, che doveva anche essere ingerita a mo’ di vaccino.

Ma anche per le nuove “pesti” l’aglio resta importante.
Dopo l’11 settembre, funesta e indimenticabile data della tragedia delle Twin Towers di New York, vi fu il terrore di un altro atto terroristico, quello dell’epidemia di antrace diffusa tramite posta.
Immediatamente si diffuse la leggenda metropolitana che le lettere all’antrace, per essere “disinnescate”, dovessero venire aperte con le mani impregnate di succo d’aglio, e poi accuratamente stirate con ferri a vapore nel cui serbatoio si fossero in precedenza versate gocce d’estratto sempre d’aglio.

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Per lungo tempo nell’Italia rurale, l’aglio fu la base di ogni medicamento:   in Romagna considerato l’antidolorifico più efficace, nel Bolognese validissimo per curare le otiti, nel Polesine e in Sardegna un valido rimedio contro i dolori di ventre.
Gli spicchi venivano usati esternamente per combattere coliche (Sicilia),  mal di denti (Modenese),  geloni (Puglia),  mal di gola (Valle d’Elsa) e  piattole (Friuli). 

Erano soprattutto le nonnine ad apprezzare molto le virtù medicamentose dell’aglio, l’unico – anche secondo loro, inconsapevoli seguaci di Esculapio – portentoso cacciavermi dal pancino dei loro nipoti; per questo ne facevano ingurgitare spicchi interi ai bambini, o ammannivano loro brodini in cui l’aglio pestato galleggiava al posto della pastina.

Non contente, ne appendevano sulle culle vezzose ghirlande, le stesse che ponevano a mo’ di collana terapeutica attorno al collo dei poveri innocenti appena cominciavano a camminare. 

 Se una “botta di vermi” particolarmente grave colpiva un piccolo, veniva allora chiamato un guaritore possibilmente settimino (pare che ogni paese ne fosse fornito) il quale massaggiava l’epa del paziente con aglio e olio, pronunciando formule in cui solitamente venivano invocati  Santi e Beati.

In Sicilia, una delle tante formule scaramantiche antivermi all’aglio era questa:

Cui tri nomi dilla Crozza
Patre e Figghiu e Santu Spiritu,
sutta l’occhiu di Maria
cu la Crozza supra a panza
u spicchiu d’agghiu,
guccieddra d’ogghiu,
cacciu i vermi nell’Infernu
.

©Mitì Vigliero,  da Saporitissimo Giglio

Zucchine alla Parmigiana alla Placida (che detesta le zucchine)

Mia cognata mi ha fatto arrivare dalla casa bucolica delle buone verdurine dell’orto.
Tra queste, un paio di zucchine immense; ma visto di così enormi, lunghe  40 cm. circa e larghe un pugno.

Ammetto di non amare particolarmente (eufemismo) le zucchine, è un sapore che m’infonde una profonda malinconia; ma dato che odio gli sprechi e soprattutto divido la mia esistenza con un uomo che adora le zucchine (e per  Amore ogni sacrificio!) ieri sera – in preda ad uno di quegli improvvisi ed incontrollabili attacchi di casalinghitudine che mi afferrano quando-causa galòp-sono troppo stanca e nervosa per dedicarmi a impegni che richiedano un minimo di concentrazione*, ho deciso di cucinare le zucchinone facendo in modo che sapessero di qualunque cosa tranne che di zucchina.

(*Lo so che anche cucinare richiede concentrazione, onde evitare di avvelenare familiari o dar fuoco alla cucina; ma quando son strncata dal galòp mi si bloccano le celluline grigie e solo l’idea di mettermi a scrivere articoli o saggi o racconti mi getta nel panico; rifuggo l’astratto e ricerco il pratico. Quindi, quando sono stanca e nervosa riordino armadi, restauro mobili antichi, trapianto fiori, riempio casse di libri, spaccherei la legna per l’inverno se solo avessi un camino…)

Ma torniamo alle mega zucchine, con ricetta e dosi per due persone affamate. Ed è un piatto unico.

1 zucchinona, o 4/5 zucchine grosse.
1 grande mozzarella di bufala
2 pugni di foglie di basilico
1 ramo di rosmarino grandino (io adoro il rosmarino)
3 bicchieri di salsa di pomodoro
Parmigiano grattato
Origano
Aglio
1 scalogno
Olio d’oliva
Acqua

Tagliare le zucchine per il lungo in fette alte 1 dito (per il lungo anche lù). E un dito dei miei, non di Polifemo; diciamo circa 1 cm. Se non riuscite a tagliarle per il lungo, visto che le zucchine son curve, fatene rondelloni. Sempre di 1 cm.

Scaldare la piastra per le bistecche, posarci su le zucchifette girandole spesso per farle arrostire un po’, non tantissimo.

Accendere il forno a 200° .

Contemporaneamente affettare sottile lo scalogno, metterlo a colorire con un filino d’olio in un pentolino con uno spicchio d’aglio, e il rosmarino.

Togliere aglio e rosmarino, versare nella pentola la salsa di pomodoro, girare un paio di volte a fuoco vivo, aggiungere due bicchieri d’acqua, salare, altro paio di giri a fuoco vivo, spegnere e aggiungere il basilico e lasciar lì.

Affettare la bufala.

Prendere le fette di zucchina e metterne una parte in fondo a una teglia antiaderente (senza olio, niente).

Cospargere di parmigiano, versarci su metà salsina di pomodoro e sopra disporre la bufala e una bella pizzicata d’origano.

Altre fette, altro parmigiano, altra salsa, altra bufala, altro origano.

Schiaffare la teglia in forno abbassato a 180° e lasciar lì per…boh, nel frattempo  ho bevuto un campari soda, letto e risposto a tre d’email, fatto una telefonata, fumato un paio di sigarette, e quando mi son ricordata del forno acceso (con sto’ caldo infernale me ne stavo in studio con l’aria condizionata, mica in cucina col forno acceso) erano passati circa 50 minuti.

Voi potrete evitare di rispondere alle mail o di fumare o rinunciare alle telefonata, insomma, quel che vi pare; però dopo i 50 minuti il piatto era perfetto, il formaggio dorato, il sugo ristretto il giusto, le zucchinone ancora belle sode e, cosa per me fondamentale, non sapevano quasi per niente di zucchina.

©Mitì Vigliero