Strade genovesi

Chi abita da anni in una città è convinto di conoscerne a fondo caratteristiche e aspetti, vizi, virtù e stranezze: ma a volte basta un gesto qualunque, come sfogliare per caso lo stradario detto “Tutto Città” per rendersi conto di quanto siano strani, curiosi e tutti da scoprire – magari con l’aiuto del “Dizionario delle strade di Genova” (Bianca Maria Vigliero, Tolozzi ed., 1973, 5 voll.) – i nomi delle vie, salite e vicoli della Superba.   Ce ne sono davvero per tutti i gusti…I dotati di pollice verde, ad esempio, sarebbero felici di abitare in strade dedicate ad Acacie, Anemoni, Arancio, Camelie, Castagne, Cavoli , Ciclamini, Cipressi, Edera, Erbe, Faggio, Fava greca, Fico, Fragola, Gelsomino, Genziane, Gerani, Giglio, Ginestre, Giuggiola, Iris, Mele, Mimosa, Mirto (da cui deriva anche Multedo), Noce che non va confusa con Noce bella, Oleandri, Oliva, Olivette, Olivo, Olmo, Palme e Palmetta, Pero, Pino, Pigna e Pignolo, Platani, Pomograno, Rosa, Sambugo, Viole, e, a Quezzi, Finocchiaradalle piante di finocchiaccio, fennoggiaêa, con la quale si lessavano le castagne per renderle più morbide e profumate. Gli amanti degli animali invece si troverebbero a proprio agio in strade nomate Agnello, Aquila, Camoscio, Castoro, Cicala, Corallo, Cornacchia, Falcone, Formiche, Fringuello, Gallo, Gazzella, Grillo, Lodola, Muli, Oche, Orso, Pantera, Passero, Pavone, Pesce, Scimmia, Tartaruga, Tortora, Vacca, e Zebra. A Rivarolo, in via Rocca dei corvi, si crede che facciano il nido tutti i neri pennuti del territorio circostante. Vico Leone invece, come tanti vicoli dedicati ad animali esotici, deve il suo nome dal nome di un’antica locanda , forse il “Leon Rouge” in cui Mazzini venne arrestato nel 1830. Sino al 1858 esisteva anche un vicolo dedicato ai Gatti, ma qualche besugo municipale evidentemente allergico ai felini (o nemico della famiglia Gatti che abitava in zona) lo tramutò in vico Foglie vecchie, per distinguerlo ovviamente dall’attinente vico Foglie nuove. Il Passo della Rondinella, invece meno poetico di quanto si pensi poiché non si riferisce alle rondini, ma al servizio di “ronda” affidato, nel XVII secolo, a mercenari tedeschi. Ai golosi sarebbero adatte le vie chiamate Biscotti, Cioccolate, Zucchero, Sale, Olio, Salumi; vico del Pepe dove, nel XII secolo, si commerciava la “droga” (l’unica circolante allora) che aveva lo stesso valore dell’oro e dell’argento tanto da venir usata come moneta, e vico Lavezzi, dove venivano vendute e fabbricate quelle pentole di terracotta con il manico dette laveggi o, appunto, lavezzi. Genova dimostra un grande rispetto per militari e combattenti; infatti troviamo vie dedicate a Alabardieri, Arditi, Alpini, Fanti, Pionieri e Aviatori, Bersaglieri e Marinai d’Italia, Ragazzi del ’99, Combattenti Alleati, Brigate Bisagno, Brigate Liguria, Divisione Aqui e Forestale. Ci sono pure strade dedicate a oggetti militari, come Gavette, Bersaglio e vico Carabraghe: del nome di quest’ultimo si è molto discusso poiché si pensava che il termine avesse il significato goliardico di “cala braghe”, visto che per anni e anni il vicolo aveva ospitato tre case chiuse. In realtà si riferisce alla “carabraga”, un antico strumento di guerra, sorta di catapulta per lanciare proiettili sui nemici. I genovesi antichi e saggi tenevano anche in grande considerazione le professioni e le arti che mantenevano alacremente viva la città; ciò è testimoniato da tutte quelle strade dedicate a corporazioni di mestieri anche scomparsi e spesso, scomparso il mestiere, scompariva anche la strada: Artigiani, Bottai, Carrettari, Carpentieri, Cassai, Conservatori del mare, Cordanieri, Draghieri, Floricoltori, Lavandaie, Macellari, Notari, Operai, Pescatori, Pollaiuoli, Scudai, Sellai, Stoppieri, Tessitori, Indoratori, Tintori. Nei dintorni di Sottoripa c’era vico dei Cartai: ora non esiste più, così come i fabbricanti di carta genovesi i quali erano famosi in tutta Europa. Pensate che il Parlamento di Londra aveva stabilito che tutti i documenti da riporre in archivio fossero redatti esclusivamente su carta proveniente dalle fabbriche del genovesato. In compenso piazzetta dei Librai è rimasta fino a oggi. Come ancora oggi esiste piazza Valoira, che nel suo nome nasconde la professione dei Valauri, i campanari ufficiali di San Lorenzo che non solo venivano assunti e stipendiati dal Comune, ma pure da questo dotati di alloggio proprio in quelle case. Ci sono poi i vicoli dedicati ai Fraveghi che poi sarebbero gli Orefici, e ovviamente lì intorno troviamo strade chiamate Pietre preziose, Oro e Argento, i quali però non sono gli unici metalli presenti nella toponomastica genovese, come dimostrano via dell’Acciaio, vico del Ferro e del Piombo. Altri “materiali” a cui è stata dedicata una strada: Marmi, Mattoni rossi, Terre rosse, Lavagna, Sassi, Paglia, Fieno, Pece, Pelo, Cera, Seta e Lana. Particolare è vico del Filo, uno dei più antichi di Genova già menzionato negli atti del 1345. Vi si trovavano le botteghe d’arte dei merciai e dei mercanti di filo che fornivano anche le varie “officine librarie” lì presenti, ove abilissimi amanuensi copiavano manoscritti, miniandoli e rilegandoli, appunto, con quel filo. Dai materiali ai “luoghi” caratterizzati da particolari presenze architettoniche come Archi, Archivolto, Baracchette, Casette, Cisterna, Cittadella, Molini, Pozzetto, Truogoli, Lavatoi e anche un Labirinto, la cui spiegazione logica nasce dalla disposizione topografica dei vicoli in cui realmente facile smarrirsi; ma qualcuno parla anche di “smarrimento” morale, visto che il luogo pullulava e pullula di “femmine pubbliche”. I nomi delle strade segnalano anche la presenza di botteghe e magazzini: Fornaci, Fucine, Laminatoi, Fiascaie, Pellicceria, Pescheria, Piccapietra, Macelli di Soziglia, Porcile, Saponiera, Forni, Granaio e Gattamora che non si riferisce ad una micia dal pelo scuro, ma a quelle fosse che venivano praticate nel terreno per conservarvi il grano, dette anche “mattamore”; e in tanto fervore affaristico non potevano certo mancare vie dedicate alla Mercanzia, alle Compere e al Commercio. Le strade ricordano pure antichi luoghi bucolici ormai scomparsi come Castagneto, Giardini, Giardino fiorito, Cian de vì (viti), Vigne, Ginestrato, Luccoli (dal nome latino luculi, boschetti), Noceti, Orto, Canneto (in origine, dall’odierna piazza Matteotti a via Mascherona, c’era un lungo fossato pieno d’acqua e circondato da canne, che proseguiva sino al mare) e la celeberrima via del Campo dove, grazie a Fabrizio De Andrè, tutti sappiamo che c’erano, nell’ordine, una graziosa che offriva a tutti la stessa rosa, una bambina con le labbra color rugiada, una puttana dagli occhi grandi color di foglia e un illuso che voleva sposarla. In una città di mare e piena di fonti, sorgenti e ruscelli non potevano mancare strade e piazze dedicate all’acqua: Acquamarsa, Acquasanta,  Acquasola, Acquaverde, Acquedotto, Fontana, Fontanile, Fontanino, Fontanella, Rio torbido, Sorgenti sulfuree e Fontane marose. Sull’origine di quest’ultimo nome ci sono stati litigi selvaggi sino ai primi del secolo: lo troviamo scritto in tre modi diversi: Fontane Amorose, Marose, Morose. Poi hanno scoperto che era sufficiente leggere le antichissime lapidi – una del 1206 e l’altra del 1427 – murate all’angolo di Palazzo Pallavicini verso via Interiano, in cui si parla delle Fontane Marose: tre bocche di una grande fontana costruita nel 1206 e distrutta nel 1849, che versavano tonnellate d’acqua scrosciante e spumeggiante appunto come i “marosi”. I vecchi genovesi dimostrarono inoltre una particolare vena aulica e sensibile nel battezzare vicoli (in molti ora fatiscenti, ma rimasti poetici almeno sulla targa) e strade con il nome di cose belle quali Ardimento, Fortuna, Misericordia, Pace, Perdono, Provvidenza, Garbo, Prudenza, Tempo Buono, Umiltà, Virtù, Libertà, Salute, Speranza, Vittoria, Amore e Amor perfetto, di cui vi ho già raccontato la storia. Esistono vicoli battezzati Purgatorio, Paradiso, Angeli, Sole, Stella, Luna (per la cronaca, vico Luna è largo appena un metro e otto centimetri), e persino Fate: perché l’abbian chiamato così resta un mistero, mentre l’unica certezza è che, oggi, sarebbe da chiamare vico dell’Orride Streghe Rumentose e Spuzzolenti, visto com’è ridotto e frequentato. Però ci sono anche strade dai nomi deprimenti quali Ombra, Fumo, Tosse (dal nome di una Madonna protettrice delle malattie di petto), Ruinà (franata) e Ubbia, nel senso di “opaco”; e si sa che un vicolo di solito è per sua natura Profondo, Stretto, Sottile, Deserto, Ombroso: ma anche a Molassana esiste una salita Luvega, ossia tristemente umida e poco soleggiata. E infine i nomi bizzarri e misteriosi: vi sembra logico che nel cuore del centro storico genovese vi sia un vico dedicato alla Neve? Certo che sì, visto che un tempo  c’era un’edicola con una piccola e splendida statua (poi regolarmente rubata) dedicata alla Madonna della Neve e che, sino ai primi del ‘900, il vico ospitava le botteghe dei venditori di ghiaccio. La salita Gaiello di Nervi, invece,  chiamata così per la sua forma lunga e stretta proprio come i “gaielli”, ossia i capezzoli delle mucche; il nome di Calcapere a Sturla si spiega probabilmente intendendo “calca” per “grande quantità”, e quindi un frutteto (“pereto” non mi convince) molto folto; a meno che non si voglia ricordare l’abitudine di un antico pazzo lì residente che si divertiva a “calcare”, ossia a “camminare” sulle pere. Mah. Se vogliamo continuare a dare un po’ i numeri, possiamo accennare a via Diciotto Fanciulli  a Pegli, che ricorda i diciotto ragazzi e bambini appartenenti alla famiglia dei Giustiniani, martirizzati nel 1566 a Scio dai Turchi; di via dei Mille sappiamo tutto, mentre via dei Sessanta è dedicata ai Sessanta membri del secondo Consiglio del Potere Legislativo sancito  nell’”Atto Costituzionale per il Popolo Ligure” il 2 dicembre 1797. Via Untoria a Pré non ha nulla a che fare con peste e monatti, bensì con le botteghe dei conciatori che “ungevano” le pelli con olio di pesce; la salita della Bella Giovanna a San Teodoro mantiene il perenne ricordo di un’ostessa donna ideale poiché non solo era bellissima, ma pare fosse dotata anche di una superba abilità gastronomica. Via del Ciazzo a Sturla non si riferisce a quello che state pensando, ma allo storpiamento della parola latina plaxium che indica “terreni degradanti verso il mare e pendii erbosi in lieve inclinazione”; le varie vie Chiappa, Chiappare, Chiappe, Chiappella traggono origine da quelle pietre sporgenti e lisce di cui parla anche Dante Alighieri: “Potevam su montar di chiappa in chiappa” (Inf. XXIV v.33); via della Coscia invece ha il nome di un’antichissima zona i cui abitanti, caratterizzati da una particolare inflessione dialettale, hanno dato origine alla popolazione di Sampierdarena. Per finire, la palma del nome meno romantico va senza dubbio alla via di Nervi chiamata Fossato Scagaggino, che deriva dalla voce dialettale scagagge, ossia le cacchette di mosche, pulci e topi. ©Mitì Vigliero

P.P. (Post post) Quando la Corsica parlava Genovese: vicoli di Bonifacio, foto regalatemi via mail da Andrea .

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San Giovanni: vi racconto riti e credenze della Notte più Magica dell’anno

San Giovanni: credenze, usanze, riti 

 

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E’, quella di San Giovanni, la notte più magica dell’anno: malìe, incantesimi, riti e credenze si fondono e danzano alla luce delle stelle.

Alzate lo sguardo al cielo stanotte e lo vedrete segnato da quelli che paion nembi sottili, ma che in realtà sono nugoli di streghe le quali, da qualsiasi parte del mondo, volando si recano al Grande Sabba che si terrà a Benevento, sotto le frasche del Grande Noce che riapparirà solo per loro.

In questa notte quindi, per evitare che streghette curiose e dispettose vogliano infilare il nasone adunco in casa vostra, sarà bene porre di fronte all’uscio un bel mucchietto di sale o una grande scopa; le megere, per poter entrare, saranno prima obbligate a contare granello per granello e saggina per saggina: così il tempo passerà,verrà mattina e dovranno per forza tornare a nascondersi nei loro antri.

Oppure, per evitare che s’introducano nelle abitazioni scendendo dal camino, occorrerà posare sulle braci le molle e la paletta incrociate: e chi camminando per strada non vorrà incontrarle , sarà d’uopo che si munisca di lanterne, torce e strumenti musicali con i quali accompagnare canti a squarciagola, che di certo terrorizzeranno le streghe anche perché, per farsi coraggio, i musicanti avranno prima avuto l’accortezza di rimpinzarsi di lumache cotte nell’aglio, odore odiato dalle megere, nonché di “fare il pieno” con qualche litrozzo di quello buono, e si sa che i canti degli ubriachi non son certo allettanti come quelli delle sirene.

La Notte di San Giovanni, la rugiada che bagna i prati acquista miracolose facoltà: rotolarsi nell’erba bagnata renderà il fisico scattante, vigoroso e bello. E passeranno persino i reumatismi. Dicono.

Persino determinate erbe raccolte bagnate di rugiada in questa magica oscurità sono miracolose: l’artemisia, la ruta, l’iperico, la salvia (contro il mal di pancia), la menta (contro l’influenza), il rosmarino (contro  le calvizie), ma soprattutto -eccolo di nuovo- l’aglio perché come dice il proverbio: “Chi non prende aglio a San Giovanni,è povero tutto l’anno”.
In realtà questo detto si riferisce all’uso di acquistare in questo periodo l’aglio da piantare per il prossimo raccolto; ma l’aglio è in ogni caso un ottimo scaccia-maligni, o per lo meno tiene lontano i seccatori. Pare.

Raccontano anche che, solo a mezzanotte in punto, una pianta di felce che nasce accanto ai rivi fiorisca: chi riuscirà a cogliere questo fiore (di cui nessuno ha mai svelato la forma) acquisterà fama di saggio nonché la capacità di leggere il passato e prevedere il futuro.

Perché stanotte è una magica notte solstiziale; quella di mezza estate, come dicono i britanni come Shakespeare, quella dove i sogni sono  veritieri e ciò che è impossibile si avvera.

Ma è, quella di San Giovanni, soprattutto una notte che parla d’Amore: poiché il 24 giugno è ovunque considerata la data più propizia ai matrimoni, sono moltissimi gli antichi “riti” di previsione sentimentale che le ragazze prive di fidanzato potranno provare a fare esattamente a mezzanotte.

Come versare un bianco d’uovo in un bicchiere ed esporlo sul davanzale della finestra; se, alla mattina, si troverà l’acqua ricoperta di bollicine, vorrà dire che entro poco troveranno un uomo bello, buono e ricco. Se non sarà cambiato nulla, bisognerà aspettare con pazienza il prossimo 24 giugno.

Se, invece, dopo aver raccolto un cardo e averlo bruciacchiato, lo si nasconderà in una fenditura del muro e la mattina lo si troverà verde e fresco come appena colto, vorrà dire che ci si innamorerà felicemente corrisposte entro l’anno.

Oppure, sempre a mezzanotte, prendere tre fave: ad una togliere completamente la buccia, ad una solo metà, la terza dovrà rimanere intatta. Dopo aver incartato le tre fave come caramelle, verranno poste sotto il cuscino e la mattina, se ne pescherà una a caso.
La fava con la buccia intera vuol dire “marito ricco”, con mezza buccia “abbastanza benestante”, senza buccia “povero in canna”.

In certe zone le fanciulle, prima di addormentarsi, pregano San Giovanni di far vedere loro in sogno il volto del futuro compagno; altri dicono che se una ragazza a mezzanotte si guarderà allo specchio, vedrà riflesso accanto al suo volto quello di lui.

In Veneto le nubili che hanno più di un corteggiatore, la notte di San Giovanni scrivevano su bigliettini i nomi dei loro spasimanti, uno per uno: dopo aver piegato i biglietti in quattro, li gettavano in un catino d’acqua e il bigliettino che a contatto dell’umido si apriva per primo, conteneva il nome dell’uomo “giusto”.

Da parte loro i maschietti in questa notte dovranno cogliere foglie di valeriana, verbena e maggiorana, farle seccare, ridurle in polvere e, al momento che giudicheranno propizio, gettarle addosso alla donna desiderata ma ritrosa: pare che il successo sia assicurato. Pare.

Ne La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio, Ornella dice ad Aligi:

E domani è  Santo Giovanni,
fratel caro: è San Giovanni
Su la Plaia me ne vo’ gire
per vedere il capo mozzo
dentro il Sole all’apparire,
per vedere nel piatto d’oro
tutto il sangue ribollire
.

Questo si riferisce all’antica abitudine delle ragazze abruzzesi che si svegliavano all’alba per guardare il sorgere del sole poiché la prima che avesse visto nel disco luminoso e sanguigno il volto di San Giovanni decapitato dopo la danza dei sette veli di Salomè, entro l’anno si sarebbe felicemente maritata.

Ed infine la notte di San Giovanni è famosa e resa ancor più magica dai suoi fuochi, accesi per usanza comune in quasi tutta Europa; mille falò scoppiettanti che illuminano l’oscurità e squarciano le tenebre:  una tradizione antichissima, tramandata dai Fenici che adoravano il dio Moloch, gestore del Sole e della Paura del Buio, mentre nella rivisitazione cristiana il fuoco simboleggia la Fede e l’eterno calore dell’Amore.

E all’alba gli innamorati che vorranno vivere insieme felici per sempre, non dovranno fare altro che tenersi per mano e saltare da una parte all’altra delle braci lasciate dal falò finito, esprimendo desideri di fortuna, salute, benessere e serenità.

© Mitì Vigliero

E voi conoscete altre usanze, credenze o riti legati al 24 giugno, San Giovanni?

Cassandra:  durante questa notte si raccolgono noci acerbe per metterle sotto spirito e farne il nocino (con altri ingredienti più o meno segreti). E’ forse perché, come racconti nel primo paragrafo, ci sono le streghe… che mia mamma, per anni, abbia preparato l’unguento di Benevento?

Skip: Si usa anche raccogliere erbe “magiche”,umide di rugiada mattutina che trasmette poteri benefici a tutti gli esseri viventi.Le piante più raccolte nella notte di San Giovanni sono la felce,l’iperico,la malva,la melissa e la verbena che dovevavno essere conservate in soffitta per poi essere utilizzate contro il malocchio e le malattie.

ZiaPaperina: Per preservare tutto l’anno dalle tarme vestiti o coperte a cui si tiene molto, stanotte bisogna stenderli fuori affinché si bagnino della rugiada di San Giovanni. Pare sia meglio del Raid.

Beppe: Ricordo che mio nonno marchigiano raccontava che ogni alba del 24 giugno tutto il paese si ritrovava sulla spiaggia per bagnarsi in mare appena spuntava il sole. Quell’acqua, in quel preciso momento, assicurava la salute tutto l’anno. Non so se è per quello, ma è campato felicemente sino ai 98 anni…

Seia: Con mia madre e mia sorella qualche anno fa, durante la notte di San Giovanni facevamo un rito per conoscere il lavoro dei nostri futuri fidanzati sciogliendo del piombo e aspettando che si solidificasse a forma di qualche oggetto che rivelasse una professione e per sapere invece il tempo da aspettare prima di trovare il vero amore facevamo una specie di novena mentre arrotolavamo dei pezzetti di legno in strisce di cotone bianco e alla fine srotolandoli velocemente quelli che si liberavano dall’intreccio senza rimanere incastrati – ed era incredibile vedere come alcuni pezzi di legno ltrepassassero la stoffa – davano il tempo che ci voleva. Mi metteva i brividi questa cosa ma mi affascinava anche :-)

Marchino: mia nonna usava mettere l’albume in un fiasco spagliato riempito per metà d’acqua, lo lasciava tutta la notte in giardino e il mattino seguente i filamenti biancastri dovevano rappresentare il vascello di San Giovanni (o di San Pietro, 29 giugno?NdPS); ci voleva un po’ di fantasia, per riconoscere una nave, però per noi bambini era suggestivo, come rituale. Non mi ricordo però quale profezia sottostesse a questa pratica.

Roger:  detto toscano: Arrivare dopo i fòchi di San Giovanni …A Firenze, a giugno, si festeggia la festa del santo patrono (San Giovanni Battista). Questa festa comprendeva tornei, un palio di cavalli (ricordato da Dante e Boccaccio),una fiera. Alla fine c’erano i fuochi sui quali si facevano saltare uomini e bestie in base alla tradizione della benedizione ‘per ignem’. Arrivare a fuochi spenti significa arrivare a cose fatte.  (altre interessantissime segnalazioni di Roger qui)

Roberto: Anche mia nonna, come quella di Marchino, metteva sempre la chiara d’uovo in bottiglia… A seconda della luna la barca si formava più o meno bene però si formava!
Per quanto riguarda le felci io sapevo che se nella notte di San Giovanni dei semi di quella pianta rimanevano tra i vestiti si otteneva la capacità di vedere le cose nascoste e di svelare i trucchi…

Cristella: La guàza ad san Zvan la guarés ogni malàn (la rugiada di san Giovanni guarisce ogni malanno).

Sancla: “Ya vino San Juan Verde, ya vino y ya se vuelve”, in Spagna si sottolinea con questo dittico la velocità con la quale trascorre la notte più corta dell’anno, quella durante la quale nessuno può rimanere asciutto, perché solo durante questa notte tutta l’acqua del mondo porta dentro una goccia del Giordano.

Scrittoingrassetto: In provincia di Verona invece i filamenti di albume rappresentano San Pietro in barca (San Piero in barca) la data è quella del 29 Giugno sempre di notte. Lo si faceva e qualcuno lo fa ancora per trarre buoni o cattivi auspici sul raccolto

Diego: quando ero piccolo, in ogni cortile della Spezia, si faceva il batistòn, che poi era un falò con un fantoccio in cima. la testa era fatta di solito con un fiasco nudo rovesciato. ora non si fa più, credo, forse saranno i rigidi regolamenti condominiali, saranno gli spezzini doc ormai solo pensionati