Genova-Roma

Al galòp con acqua e fili di perle diretta a Roma, dove mi aspetta una settimana de fuego divisa fra lavoro e famiglia.

Un viaggio di 500 km, il primo fatto con la Cugina dei Trasformers  (noi quando rodiamo le macchine lo facciam seriamente) che sino a oggi ha poltrito in garage: speriamo si comporti bene.

Se la Connessione Bucolica sarà d’accordo, mi connetterò e magari vi racconterò le ultime novelle sui Gatti, le Buone Verdurine dell’Orto, gli Insetti Schifosi e i Fracassonissimi Silenzi dell’agro romano.

E se sopravviverò all’ansia che la caotica Urbe m’infonde, magari vi narrerò qualche stranezza su di lei.

Vedremo.

Dipenderà tutto dall’umore e dal tempo, sia quello scandito dall’orologio, sia quello meteo: come già sapete, quando piove là s’annienta ogni forma di moderno sistema di collegamento, e i post via piccione viaggiatore non mi vengon benissimo.

Vi abbraccio uno a una

Mitì

PS. Ricordate la fantozziana nuvola impiegatizia? Tutto il cielo d’Italia è libero, mentre su Genova è così:

Voi dite che mi seguirà sino a Campagnano?

Come acqua di fontana

Son giorni in cui mi sento un po’ come l’acqua di questa fontana.

Uno scorrere fluido, ma ininterrotto, che mai si ferma o quieta.

Faccio mille cose, una collegata all’altra; come quando si infilano perle in filo per farne una collana. 
Il  filo è lunghissimo, le perle innumerevoli: una collana infinita.

Intanto le ore passano, le giornate mi scivolano addosso velocissime senza che mi accorga materialmente del trascorrere del tempo.

E subentrano i sensi di colpa per risposte non date, lettere non scritte, telefonate non fatte; a chi aspetta da me una cosa di queste chiedo perdono, e di avere ancora un po’ di pazienza.

Il galòp mi rende afasica sia nella voce che nella scrittura, soprattutto in rete; e quando, nei rari momenti di calma mi collego ad essa, mi sento travolta da troppe parole pronunciate contemporaneamente.

Qualcuna la colgo, e mi piace. Ma immediatamente la “perdo”, trascinata via da altre rumorose ed invadenti che, come già dissi, nulla mi comunicano se non un fastidioso senso di perdita di tempo.

Così riprendo altrove il mio continuo scorrere e l’infilar perle nella collana, in attesa di poterle mettere finalmente il moschettone di chiusura.
Per ricominciarne subito un’altra nuova.

Dagli analfabeti alla mugliéra

Divagazioni lessicali (proverbi, termini e modi di dire) sulla parola “croce”

Chissà se c’è ancora qualcuno che “firma con la croce”, come un tempo facevano gli analfabeti.

Di certo ci sono sempre quelle che ricamano “a punto croce”; quelli che ammirano di notte la “Croce del Sud”; quelli che ricordando “croci unicinate” rabbrividiscono; quelli che tengono “le dita incrociate” per scaramanzia e quelli che semplicemente, avendo gli “occhi a croce”, soffrono di strabismo.

Per non parlare di quelli che paiono nati apposta per “farsi tirare la croce addosso”, ossia farsi affibbiare tutte le colpe, o di quei figli scapestrati che diventano “una croce” per i genitori, “messi in croce” dai continui guai che questi combinano.  

La croce può essere egizia, greca, latina, amalfitana, pisana, antoniana, papale, ortodossa, ripotenziata, aguzza, patente, stellata, ritrinciata, gigliata, pomata, gemellata; quella decussata, “croce di Sant’Andrea”, segnala sulle strade i passaggi a livello: ma poiché questi sono quasi tutti incustoditi, spesso automobilisti o pedoni prima di passare dovrebbero farsi il “segno della Croce” sperando di non dover chiamare poi la “Croce rossa” o bianca, o verde, poco cambia.

Per ogni grande pericolo vissuto e superato con straordinaria fortuna, i milanesi suggeriscono di “segnass col gombet”, farsi il segno della Croce usando il gomito anziché la mano, ringraziando cioè il Cielo in modo altrettanto straordinario.

In compenso ci sono quelli talmente sfortunati o imbranati a cui non van dritte le cose più banali: “Vaco pe’ me fa ‘a croce e me ceco l’ uocchie”, vado per farmi il segno della Croce e mi caccio un dito in un occhio dicono a Napoli, ossia cerco di fare qualcosa di buono e semplice, e ogni volta combino un guaio. 

Nella vita  “non si può cantare e portar la croce”, le cose van fatte con calma e una per volta; occorre buon senso e praticità nel capire quali sono le cose per noi veramente fondamentali nella vita, evitando l’ “amor di tarlo, che per riparmiar la croce si mangiò il Cristo”.

L’abuso del pressapochismo, dell’ “occhio e croce” spesso porta a delusioni, obbligando a “mettere una croce sopra” a progetti e speranze.
Invece il destino a volte può aiutare; il “fare testa o croce” talvolta da’ risultati sorprendenti; l’importante è sapere che “o di rovere o di noce ciascuno ha la sua croce”: tutti noi abbiamo dei problemi e per tutti, prima o poi ma inevitabilmente, la vita in certi periodi può tramutarsi una “via Crucis”.

Certo, come recita un detto romano, c’è chi se ne lamenta – “er monno l’aregge Iddio, la croce l’areggo io” – e chi invece, secondo un bel detto siciliano, sopporta e tace mostrando un’apparente serenità: “e cui pari ca dormi e riposa, chiddu porta la croce chiù gravusa” (colui che pare dormire e riposare – esser cioé più calmo e sereno – in realtà è quello che porta la croce più pesante).

Persino l’amore, “croce e delizia” del genere umano, spesso fa patire; c’è chi teme di rimanere solo, come le friulane che filosofeggiano “a vê il morôs ‘e jè una crôs, a no vêlu a’ son dôs” (avere il fidanzato è una croce, non averlo sono due) e chi è infelice quando è stabilmente accompagnato: non per nulla i campani rassegnati, ma sempre ironici, dicono ridacchiando: “a muglièra è na croce, abbracciatela in nome di Dio”.

©Mitì Vigliero