Solo in noi, per sempre


(Jean-Baptiste-Camille Corot, ‘Le Songeur’, 1854)

La casa di mamma non è più mia.

Da una parte è un sollievo, perché significa che ho finito il tremendo, faticosissimo mio lavoro di smantellamento durato mesi, coi relativi traslochi.
Sono stati in tutto 10.
10 camion, pieni di tutto, diretti a varie destinazioni.
Vabbé manca ancora la cantina. Sì, perché c’era una cantina. E me ne sono ricordata ad agosto, quando non trovavi un trasportatore manco a pagarlo. Ma entro la prossima settimana svuoto anche quella.
E poi basta.

E se da una parte è un sollievo, dall’altra…non so.
Dal notaro, durante il rogito, ad un certo punto ho avuto la netta sensazione che mi si spezzasse qualcosa dentro.
Come si staccasse l’ultimo brandello di cordone ombelicale.
Come se qualcuno o qualcosa sussurrasse “ora è tutto solo in te“.
Dentro me; nella mente e nel cuore.
E davanti agli occhi, con le cose di là che ho portato qua.
Con le immagini incorniciate, e oggetti, quadri, mobili scelte fra quelle che ho visto sin da quando sono nata.

E’ una sensazione indefinibile, che tutti – purtroppo – prima o poi provano.
Però, nonostante tutto, è anche una sensazione dolce.
Dolce come il fluire della vita, dolce come la certezza di non avere perso nulla; perché la vita che abbiamo vissuto e chi si è amato, non vanno mai via davvero.
Rimangono per sempre.
Con la nostra anima come culla.

A proposito di Placida Signora

Una Placida Scrittora ligurpiemontese con la passione della Storia Italiana, delle Storie Piccole, del "Come eravamo", del Folklore e della Cucina.


50 Replies to “Solo in noi, per sempre”

  1. La serenità delle tue parole è dolce e confortante. E sicuramente gli spazi nel tuo cuore e nella tua mente sono abbastanza ampi da poter conservare il ricordo di ogni oggetto e ogni momento legati a quella casa.

  2. Placida è proprio così… i luoghi più cari ci appartengono sempre con il ricordo e la dolce sensazione di quella parte di vita trascorsa lì. Le loro fondamenta restano solide dentro di noi.
    Ti auguro una buona giornata.

  3. C’era

    di Umberto Saba

    C’era, un po’ in ombra, il focolaio; aveva
    arnesi, intorno, di rame. Su quello
    si chinava la madre col soffietto,
    e uscivano faville.

    C’era nel mezzo una tavola dove
    versava antica donna le provviste.
    Il mattarello vi allungava a tondo
    la pasta molle.

    C’era, dipinta di verde, una stia,
    e la gallina in libertà raspava.
    Due mastelli, là sopra, riflettevano,
    colmi, gli oggetti.

    C’era, mal visto nel luogo, un fanciullo.
    Le sue speranze assieme alle faville
    del focolaio si alzavano. Alcuna
    -guarda!- è rimasta.

    BUONGIORNO PLACIDA….

  4. come capisco quello che provi,ma sicuramente nella difficile scelta tengo -butto ,avrai conservato cose preziose per l’anima buona giornata

  5. Saper tenere… saper lasciare andare… e’ difficile… Ti auguro buon lavoro, per il corpo e per l’anima.

  6. Porterai nel tuo cuore la tua mamma sino all’ultimo tuo battito.

    “E senza dire parole nel mio cuore ti portero'”
    Ciao Miti’.

  7. La casa dove sono nata è stata venduta molti anni fa. La sogno ancora, spesso, ogni volta diversa, ogni volta uguale.
    Ti abbraccio.

  8. assolutamente, le cose si traformano ma non periscono e le persone vanno via nel corpo ma non in tutto il resto.

    E quindi rimangono lì per noi, e non solo dentro di noi, solo in forma diversa, che non ci è dato di conoscere fino in fondo. Ma ci sono, persone e cose e ricordi, e diventano parte integrante di noi, carne e sangue e spirito.

  9. Tanto tempo fa, quando non avevo alcuna esperienza di dolori così intimi, un’amica di famiglia la spiegò così: non sei più figlia. Sarai ancora sorella, madre, nonna, suocera e chissà cos’altro ancora. Ma figlia, il ruolo che ti ha accompagnato e definito fin dalla nascita, quello no. Lo trovai un concetto disarmante, nella sua crudele banalità. Ma di quella chiacchierata ricordo soprattutto il sorriso rassicurante sulle labbra della mia interlocutrice. Ritrovo oggi quello stesso sorriso nella conclusione del tuo post. Dolce come il fluire della vita. Ti abbraccio.

  10. Ci leghiamo agli oggetti come se contenessero parte di noi. E forse, in parte, è anche un po’ vero. Ma conta la mente, conta il cuore, conta l’anima. E quelli non sono altrove che in noi.

  11. Io no, la casa di famiglia, la grande casa, è sempre mia e ci abito quando sono in Liguria. Ci sono stanze dove non entro quasi mai e quando ci entro scopro qualche pezzo del passato.

  12. Oltre alle tue parole, mi colpiscono molto quelle scritte da Sergio Maistrello. E’ vero. Da poco più di un anno anch’io non sono più “figlia”. E non me ne capacito ancora.
    La casa di mamma ha le tapparelle giù. Il cartello VENDESI, appeso dopo mille ripensamenti, con le lacrime agli occhi, da mio fratello, è la cosa più triste…
    Le cose, gli oggetti, i gomitoli, i mille centrini fatti all’uncinetto, le cartoline e i souvenir dei nipoti, le bomboniere di battesimi, comunioni, matrimoni… Non riesco a sbarazzarmene: vanno a rimpinguare tutto il materiale mio che ormai riempie la mia pur grande casa. E mi chiedo cosa ne faranno le mie figlie. Forse sarebbe meglio risparmiare loro queste incombenze, riuscendo a pre-eliminare qualcosa. Fosse facile! Io tengo, trattengo, raccolgo, inspiro… finché un giorno scoppierò (così anche col cibo, le parole, le emozioni…).
    Mitì, ti regalo questo messaggio che mi mandò un’amica per la morte di mia madre: “Chiedi al Signore la Sua pace.
    Chiedi a Lei, che ora è potentissima, di passarTi la Sua forza per assumere inTe anche Lei, in una maternità rovesciata.
    Da ora hai una marcia in più, usala.”

  13. Caravaggio, sì, in quelle foto eravamo tutti molto belli e sereni. Per questo le ho tenute, insieme a molte altre, eliminando invece quelle in cui leggevo tristezza. Basta che la ricordi io, quella malinconia; ma vederla non voglio più :-*

  14. queste parole son così delicate e reali che mi suscitano commozione, riportandomi alla mente il ricordo di cose che non sono più..

    voglio conservare nel cuore ciò che hai scritto, le parole che hai usato.. lo stato d’animo non poteva essere descritto meglio.

    Un abbraccio

  15. Mio padre medita di dare in affitto la casa dove è nato e vissuto, quella dei miei nonni. Io non concepisco l’idea che uno dei luoghi della mia infanzia venga violato da estranei… Per cui, nel mio piccolo, ti capisco…

  16. Posso dire che questo post è una conferma di quel che penso di te dopo tutti gli anni passati a leggerti: sei davvero una bella persona Mitì.
    Mi auguro un giorno di avere la tua serenità d’animo.

  17. Margutte, ti capisco bene. Però le case, se non abitate, muoiono. Nel senso letterale del termine; si rovinano, rompono, avvizziscono. Hanno bisogno di altre vite dentro per stare bene. Per questo ho deciso di vendere quella casa; nessuno di famiglia ci sarebbe andato a vivere, e tenerla vuota era assurdo, oltreché costoso. Ma sono felice perché diventerà la casa di una giovane e simpatica coppia che si sposerà fra poco. E scommetto che anche lei ne sarà felice :-)

  18. Leggo e rileggo le tue parole e, con un nodo in gola, mi rendo conto che io, invece, ancora non riesco ad esprimere così chiaramente e serenamente le sensazioni, neppure con me stessa.
    Ho lasciato tutto com’era ma, forse è un modo per sentirmi ancora figlia, cosa che non è più…
    :-*

  19. Mitì, io ho pianto in una casa vuota, che conoscevo fin da quando ero bambina. Ho pianto perchè le persone che la abitavano non torneranno più, ho pianto perchè sono stata io a svuotarla e a smantellarla, pezzo su pezzo. La sto riducendo all’osso per abitarla di nuovo, e iniziare una vita nuova. Solo questo mi fa andare avanti: mi aspetta una vita bellissima e la vivrò fra quei muri che tanto hanno significato per me.
    Un abbraccio

  20. La casa (house) è una cosa materiale. La propria casa (home) è luogo di ricordi, belli o brutti che siano.
    Un grosso dispiacere… meglio a questo punto guardare al futuro…

  21. Per me è stata un’esperienza molto più dolorosa di quanto avrei mai immaginato. La casa paterna è il nido a cui si ritorna sempre, anche solo con il pensiero, e si continua a tornarci anche quando non è più nostra e i nostri cari non ci sono più. Dopo molto tempo, superato il dolore della separazione, continueremo ad abitarla, a riviverla, ed ogni mobile, ogni oggetto caro, magicamente sarà di nuovo al posto in cui è sempre stato.

    Un abbraccio, Mitì.
    H.

  22. Anche se è trascorso già un po’ di tempo, un abbraccio grande grande e affettuoso affettuoso anche da parte mia. Al momento la faccia è un po’ umidiccia per la commozione, ma spero non sia un problema :) Ah, dal 21 ottobre sono a Genova, se passassi di là… A prestissimo!

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