Gnocchi al Castelmagno, con ingrediente segreto dell’Agro Romano

Ingredienti:

-Dopo aver mangiato un panino al volo, partire da Bologna alle 14 diretti a Roma-Campagnano, senza fare l’autostrada ma percorrendo tutte le stradine collinari e appenniniche prendendo appunti.
-Prima di partire, passare alla coop per fare enorme spesa da portare nella casa abbandonata da un mese buono, e comprare tra il resto degli gnocchi e una fettona di formaggio Castelmagno
-Arrivare a Campagnano alle 20,30.
-Scaricare l’auto di scatole valigie bagagli sacchi
-Cercare di entrare in casa scavalcando 9 gatti gnaolanti e  1 labrador latrante
-Posare i bagagli  inseguendo in contemporanea i 9 gatti che si sono sparsi per tutti i 3 piani di casa.
-Con una fame dell’accidente, alle 22.30 metter su l’acqua per gli gnocchi, fondere dolcemente il Castelmagno insieme a un goccino di latte.
-Mettere lo scolapasta nel lavello
-Buttare gli gnocchi nell’acqua salata e bollente
-Scolare gli gnocchi nello scolapasta, direttamente su un orrido, grasso, pelosissimo ragno di cm 3 x 3.
-Lanciare un urlo talmente belluino da far sobbalzare in contemporanea gli abitanti di Campagnano, Castelnuovo, Formello, Prima Porta e Saxa Rubra, oltre far prendere un accidente secco al marito che arrivando a razzo recupererà fra gli gnocchi il cadavere lessato del ragnaccio schifoso.
-Sedersi a tavola, osservare il consorte gustare 2 porzioni di gnocchi al Castelmagno e progettare in silenzio tremende punizioni da infliggere al prossimo che oserà decantarmi la bucolica gioia di una casa immersa nei campi .

(Per il resto tutto ok, solo una valanga di impegni nell’Urbe. Un abbraccio a tutti.)

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(foto Italysquare)

Il galòp mi ha portato ieri qui (indovinate dov’è, vero?).
Sole meraviglioso, per fortuna.

Se non fossi così legata al mare e al suo clima, questo è un post dove vivrei volentieri; è “a misura mia”.

Voi, se poteste scegliere, in quale città italiana andreste a vivere?

(Ora devo schizzar via, rispondo appena riesco a raggiungere nuovamente il pc. Baci a tutti!)

Antiche Guerre al Fumo

I sacerdoti degli Atzechi per invocare la pioggia soffiavano verso il Sole a i quattro punti cardinali nuvole di fumo prodotto da foglie di tabacco tenute fra le labbra arrotolate e accese all’estremità; ben presto scoprirono che aspirare queste nuvole fittizie era assai gradevole: in tal modo inventarono il vizio del fumo.

Il primo europeo che iniziò a fumare fu nel 1492 un compagno di Cristoforo Colombo, Rodrigo de Jeréz, il quale imparò subito dagli indiani Arawak l’arte di aspirare i primi sigari; tornato in Spagna nel 1493, egli divenne anche la prima vittima della guerra al fumo: gustandosi in pubblico il suo sigaro venne immediatamente processato dall’Inquisizione come indemoniato (causa il fumo che usciva dalle sua bocca e dalle sue nari manco fosse Belzebù) e sbattuto in galera.

Nel 1560 Jean Nicot de Vellemain, ambasciatore francese in Portogallo, spedì dei semi di tabacco a Francesco II e Caterina de’ Medici, assicurando che si trattava di un’efficace pianta medicinale (“erba santa”) in grado di curare moltissime malattie.

In Italia in tabacco arrivò nel 1561 grazie al cardinale Prospero di Santa Croce, nunzio apostolico a Lisbona, il quale spedì i semi della pianta a vari ordini religiosi con l’ordine di coltivar la pianta medicinale in tutti i conventi.

Poco per volta l’abitudine di fumar tabacco invase tutto il mondo, e i francesi e gli inglesi furono i primi, ai primi del 1600, ad inventare il Monopolio Statale dei Tabacchi.

Ma non tutti erano entusiasti della cosa; se il cardinal Richelieu si limitò a imporre tasse elevatissime sul tabacco, il re inglese Giacomo I (1566-1625), definiva il fumare “deplorevole abitudine disgustosa per gli occhi, sgradevole per il naso, pericolosa per il cervello” e promulgò il primo decreto ufficiale anti-fumo. Per mera malignità: il re Giacomo detestava la Spagna, nazione sua storica nemica, e allora gli spagnoli erano i più grandi importatori di tabacco in Inghilterra…

Nel 1642 papa Urbano VIII scomunicò i fumatori come “seguaci di diaboliche pratiche” e nel 1650 Innocenzo X proibì ai fedeli di fumare pena l’Inferno (si era leggermente seccato perché un fumatore distratto un giorno in San Pietro gli aveva dato fuoco all’abito).

Nel 1645 in Russia, mentre Pietro il Grande fumava ininterrottamente e beatamente chili in tabacco in lunghe pipe d’argilla, contemporaneamente dava l’ordine che chi veniva pescato a fumare fosse condannato al taglio del labbro superiore; in compenso lo zar Alessio Michajlovic faceva bastonare e torturare tutti quelli che erano trovati in possesso di tabacco fino a quando non ne confessavano la provenienza e le donne russe asserivano che fosse meglio “baciare il deretano del diavolo che la bocca dei nostri mariti”, causa l’alito maleodorante dato dal tabacco masticato.

I  Turchi furono sin dal XVI sec. grandi appassionati di fumo stando attaccati da mane a sera a pipe o a narghilè . Ma lo scià Abbas, obbedendo al Corano che condannava ogni eccesso alimentare o comportamentale, faceva mozzare il naso a chi il tabacco lo annusava e tutte e due le labbra a chi lo fumava.

Morto lui però il fumo tornò libero, e i sudditi si scatenarono fumando ancor di più, almeno per quanto appariva agli occhi dei mercanti o naviganti italiani che coniarono il modo di dire Fumare come un Turco (“cose da turchi” si usava regolarmente nell’Europa mediterranea per indicare qualcosa di strano o abnorme).

Ed essendo il tabacco gestito direttamente dai governi dei Sultani  e quindi per loro fonte di enorme ed esclusiva ricchezza, nel 1670 nell’Impero Ottomano i trafficanti di tabacco non autorizzati e i fumatori che da loro avevano acquistato la merce, venivano condannati a morte tramite piombo fuso versato nella loro gola oppure, democraticamente, a scegliere se venire impiccati con la pipa in bocca o arsi vivi su un rogo alimentato con foglie di tabacco.

Quindi non lamentiamoci se oggi ci impediscono solo di fumare nei luoghi pubblici.

© Mitì Vigliero