Lingua

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 C’è gente che parla solo perché ha “la lingua in bocca”; qualcuno l’ha “sciolta” come una briglia e  può affascinare nei discorsi, ma anche ingannare con promesse mai mantenute, rivelare segreti delicati o  offendere troppo fiero della sua capacità espressiva: “lingua salace, sempre mordace”.

E c’è chi al contrario troppo silenzioso fa sospettare che “gliel’abbia mangiata il gatto” quella lingua, o di averla “dimenticata a casa”.

Giusto è “non avere peli sulla lingua”, però bisogna guardarsi sempre da quelli che l’hanno “affilata”, “tagliente” o, come dicevano gli Indiani d’America, “biforcuta” come quella dei serpenti; velenosa e maligna “lingua taglia e cuci”: pettegola e maldicente “mala lingua”. Continua a leggere Lingua

Funghi

 

Antiche, stupide e pericolose credenze

 

Autunno tempo di funghi, sin dall’antichità uno dei cibi più apprezzati dagli italiani che da sempre però lo ammantano di riti arcani, sapendo che di funghi velenosi si può morire.

Da qui la nascita di bislacche e pericolosissime credenze, che purtroppo permangono nonostante oggi la raccolta dei funghi sia regolata anche con l’obbligo di mostrare a esperti micologi gratuitamente a disposizione nei mercati e nelle ASL, le “prede” raccolte prima di mangiarle.

Plinio nel I sec. dC, scriveva che se i funghi nascevano in terreni contenenti “bottoni di metallo, chiodi da scarpa, ferri arrugginiti, panni putrefatti” diventavano velenosi perché la loro natura “è di assorbire qualunque veleno”.
Da qui la deleteria credenza che tutti i boleti raccolti in alta montagna o in boschi impervi, in territori cioè non contaminati dalla presenza umana, siano innocui.

Pier Andrea Mattioli, medico del ‘500, assicurava che “le persone avvedute distinguono benissimo i velenosi quando li preparano per la cottura. Infatti essi, tagliati, cambiano il loro colore più volte. Quando si spezzano diventano prima verdi, poi di color rosso nerastro e quindi blu scuro, che alla fine si converte in nero”.

Il verde (considerato anticamente color della pazzia, della disperazione e della bile malvagia) e il nero, colore mortifero e diabolico, portarono alla stupida credenza di cuocere sempre i funghi insieme a qualcosa di bianco come cipolla, mollica di pane o aglio (che se scaccia i vampiri vuoi che non debelli le Amanite Phalloidi?): se questi rimanevano chiari, non vi era alcun pericolo.

Giuseppe Pitrè, nel 1870, a proposito di avvelenamento da funghi scriveva “La vera cura è prevenire l’avvelenamento stesso assicurandosi dell’innocuità dei funghi. A tal’uopo per sincerarsi se siano o no velenosi, si bollisce con essi un cucchiaio d’argento. Se il cucchiaio annerisce, son velenosi; se no, no.”
E questa assurda usanza perdura tutt’ora in molte zone d’Italia nelle quali si usa anche mettere nella pentola dei funghi una o più monete di rame, aggiungendo batteri e veleno ad eventuale veleno.

Alcuni ancor’oggi giurano che i funghi mangiucchiati da chiocciole siano di sicuro buoni: conoscete forse qualche lumaca suicida?
Assicurano commestibili anche quelli che, cotti in abbondante prezzemolo, non lo tingano di giallo così come accertano ottimi quelli che, rosolati con un tocco di ferro, non lo corrodano: e quasi ovunque annientano (insieme alla famiglia e agli amici invitati a cena) ogni dubbio asserendo che, in caso di fungo sospetto, basterà sobbollirlo nell’aceto, unendo magari piccioli di pera per cancellarne ogni veleno.

E in caso di intossicazione, che dicono i folli esperti della domenica? Che basta un poco di olio di ricino (Piemonte, Veneto), indurre il vomito con aceto e sale (Lazio), bere un decotto di origano (Sardegna, Liguria)…Tanto varrebbe seguire il consiglio del medico Dioscoride (50 dC): “sterco di pollo impastato a miele e aceto”.

Per questo i siciliani cinicamente dicono “Ca’ mori per li funci, ‘un cc’è nuddu chi lu chianci”, chi muore per colpa dei funghi, non c’è nessuno che lo pianga: l’ignoranza incosciente non fa pena.

©Mitì Vigliero