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I Dietofobi e le Diete 2.0

di Placida Signora - 8 gennaio 2012

Dedicato al mio amico Insopportabile

Le Diete sono una delle cose più strazianti che la società civilizzata abbia inventato; sorvolando su quelle a causa patologica, quelle che se non le fai muori, le diete peggiori sono quelle atte a perdere solo “un po’ di chili” per essere più belli, più scattanti, più trendy.

(Ingres, Bagno Turco)

In certi momenti vorrei vivere in un Emirato Arabo; lì sanno apprezzare veramente le donne un po’ floride: donne tettute e naticute, donne  pannose, burrose morbide.

E poi le donne così sono notoriamente dolci, materne, coccolone, sensuali, simpatiche, allegre e spiritose.
O no?

Esistono anche gli uomini floridi: ma chissà perché il più delle volte l’uomo florido viene generalmente definito ”un pezzo d’uomo un po’ in carne“, mentre la donna  è “una balena piena di cellulite”.

In ogni caso, per gli Adiposi d’ambo i sessi, oggi la vita non è facile; loro vivrebbero benissimo se non esistessero gli inventori delle diete, di quei periodi cioè che di solito constano di 30 giorni di fame nera che precede un aumento di 4 chili.

Dieta Zona, dieta Scarsdale, dieta Weight Watchers, dieta del fantino, dieta punti, dieta dissociata, dieta mediterranea, dieta no-carbs, dieta a base di minestrone, yogurt, limoni ecc, altro non sono che il risultato della Moderna Alchimia che non cerca più la Pietra Filosofale bensì il il modo più rapido e comodo per disintegrare ciccia.

Da sempre i personaggi dello spettacolo sono specialisti in diete e quindi dispensatori di saggi e intelligenti consigli.

Il regista George Miller, per esempio, una volta confessò:

- “Sono otto anni e mezzo che faccio la dieta Valium. Se prendi abbastanza Valium, ti aiuta a perdere peso. Non ti calma veramente l’appetito, ma la gran parte del cibo ti cade sul pavimento.”

Il  tenore Harry Secombe   suggeriva lapalissiano:

Questo è il mio consiglio, se insisti a voler dimagrire: mangia quanto ti pare, soltanto non inghiottire.”

Purtroppo anch’io sono tendente ad ingrassare, e quindi dovrei vivere perennemente a dieta.

Per fortuna i dolci non mi piacciono particolarmente, la visione di una brioche non mi fa venir l’acquolina né m’induce in tentazione.

Io ho “fame” soprattutto di pastasciutta, pizza, bruschetta, focaccia, pane e olio, pane e maionese, pane e salame, pane e burro, pane e formaggio.
Diciamo che il mio sogno sarebbe la dieta PP&B: Pane, Pasta e Basta.

Anche la mia figlioccia Anna è sempre a dieta.

L’estate scorsa, durante un pantagruelico pranzo in campagna, mentre io fissavo sconsolata il mio piatto contenente due fette di pomodoro e una foglia di lattuga dall’espressione molto arcigna, Anna mi disse:
-“Dovresti fare come me, che invece di mangiare l’antipasto, il primo e il secondo, ho preso solo i tortellini così mi han fatto da piatto unico.”

Io risposi in un tono che intendeva essere spiritoso, ma che risultò solo isterico:
-“Sì, ho visto: però di piatti di tortellini ne hai presi tre.”

E la fanciulla ribattè soave:
-“Appunto: l’antipasto, il primo e il secondo.”

Pure la mia amica Carlotta segue una dieta tutta sua; una sera a cena al ristorante ordinò contemporaneamente due dessert diversi.
Mentre li divorava con espressione goduta, così rispose agli sguardi di scandalizzato rimprovero di tutti i convitati: -“Però li sto mangiando senza pane!”

   È indubbio che le persone paffute vivrebbero molto meglio se non esistessero le persone magre: avere un magro nei dintorni, uomo o donna che sia, vuol dire sentirsi ripetere in continuazione: -“Quando cominci a fare una dieta seria?”

Ad un certo punto bisogna abbozzare e dire umilmente:
- “Va bene: da lunedì mi metto a dieta.”

E poi non farlo, servendosi però, da perfetti Dietofobi, di ottime giustificazioni.

Ad esempio, si può puntare sulla psicologia, tema sempre di grande effetto.

Per alcuni “dietopsicologi” di scuola americana, la la golosità non è altro che un rifugio emotivo: il segno che qualcosa ci sta divorando dall’interno.

Quindi:

- ”Mangio tanto perché sono nervoso”
– ”Mangio perché sono in tensione per gli esami (il lavoro, la carriera ecc.)”
– ”Mangio molto zucchero perché sono carente d’affetto”, frase questa da dirsi lanciando un’occhiata d’accusa a chi dovrebbe darci affetto al posto di calorie.
– ”Mangio perché sono allegro: a me il buon umore fa venir fame.”
– ”Mangio perché sono arrabbiata: a me il cattivo umore mette appetito.”

Se la psicoanalisi non funzionasse, tentare le scusanti patetico-aggressive:

- ”È inverno, fa freddo: come posso non mangiare qualcosa di caldo come una pastasciutta?”
– ”È estate, fa caldo: se non mangio un po’ di pasta mi viene il calo di zuccheri e svengo.”
– ”A causa del mio lavoro sono sempre invitato a pranzo e cena fuori: vuoi che faccia la figura del maleducato e digiuni?”
– ”Come puoi pretendere che IO stia a dieta quando devo cucinare ogni santo giorno manicaretti per TE?”
– ”Non sono grasso: sono i vestiti che ti ostini a comprarmi che sono stretti.”
– ”Il grasso è stato nella mia famiglia per generazioni: vuoi che proprio IO sia il primo a interrompere la tradizione?”

Consigliabile è anche lo sfoggio di giustificazioni acculturate:

- ”Mangiamo e beviamo, tanto domani verrà la morte” (San Paolo)
- ”Più uno ingrassa, più diventa saggio: pancia e saggezza crescono sempre insieme” ( Dickens)
- ”È difficile discutere col ventre, che non ha orecchie” (Catone il Censore)
- ”Lo stomaco è il suolo su cui germoglia il pensiero” (Rivarol)
- ”Le afflizioni si sopportano meglio a stomaco pieno” (Mateo Alemàn y de Enero)

Oppure, alla fine, si può  spiazzare tutti esclamando ad alta voce le trionfanti parole dell’attore Jack Klugman:

- “Mi piace essere grasso, mi piace il mio grasso! Mi tiene caldo, mi tiene compagnia, mi tiene su i pantaloni!

Ma se proprio non trovate scuse, provate a seguire quelle che ho battezzato Diete 2.0.

Usate l’A.O.A. (Astuto Ottico Autoinganno)

Non è detto che dimagrire significhi non ingerire cibi ipercalorici: l’importante è laquantità.
Quindi, come astutamente suggeriscono i dietopsicologi americani, se volete diminuire di peso fate uso di piatti piccoli: una porzione di lasagne al forno adagiata su un piattino da caffè o un risotto ai quattro formaggi servito in una tazzina da pinzimonio non vi faranno ingrassare.
Potrete perfino bere del vino e mangiare una torta, se scipperete a vostra figlia o alla vostra sorellina un bicchierino e una teglia della cucina di Barbie.
Ma il massimo appagamento ottico lo otterrete osservando da circa 20 cm. di distanza e attraverso un binocolo il desco così apparecchiato.

Giocate coi cibi

L’idea di nutrirsi solo di verdure crude e scondite può essere deprimente; quindi utilizzate la vostra fantasia ludica tramutando per mezzo di un coltellino affilatissimo (i bisturi sono creati all’uopo) banali carote in obelischi accuratamente istoriati da bassorilievi riproducenti scene mitologiche; ravanelli in fiorellini; pomodori in cestini filigranati; cetrioli in divertenti, lunghe spirali.
Oppure prendete dei chicchi di mais bollito e dei piselli e fatene dei mosaici variopinti di dimensione cm. 5 x 5; poi bendatevi gli occhi e, con uno stuzzicadenti, cercate in tre minuti esatti di infilzare un chicco o un pisello alla volta (alternati, sennò non vale!) Più riuscirete a infilzarne, più ne mangerete.

Autosuggestionatevi

Quando vi sedete a tavola di fronte al vostro pasto dietetico, imparate a ripetere ad alta, altissima voce:
“Questo non è uno stupido vasetto di yogurt magro, ma un cremosissimo gelato crema e cioccolato!”.
“Questa non è una triste foglia di lattuga, ma un mega piatto di trenette al pesto!”.
“Questo non è un misero gambo di sedano, ma un cosciotto d’agnello gocciolante olio!”.
“Io sono una capretta, bèèèèè, e adoro brucare l’erbetta scondita, bèèèèè!”.
Smettete solo quando vedrete i vostri congiunti digitare furtivamente il numero del più vicino Centro di Salute Mentale.

Mangiate almeno 6 volte al giorno

Chi dice che perdere peso sia obbligatoriamente legato al saltare i pasti?
Spesse volte invece, più spesso si mangia, più in fretta si dimagrisce, come assicura l’inglese dott. Philip Gorden. Innanzitutto, afferma, bisogna far precedere alla dieta 48 ore di digiuno quasi assoluto, concedendosi solo acqua non gasata. Poi iniziare:
H.8: tè o caffè senza zucchero. H.11: mezzo grissino. H.13: mezzo pugno di riso bollito e un’arancia. H.17: tè o tisana senza zucchero. H.20: insalata verde completamente scondita. H.23: una tazzina di consommé.
“Ad un certo punto – dice Gorden – non avrete più coscienza di essere a dieta”.
Infatti – dico io-  la coscienza l’avrete persa del tutto e vi risveglierete tranquilli in un lettuccio d’ospedale con una flebo di glucosio attaccata al braccio.

La dieta di patate

Inventata una quarantina d’anni fa dal prof. Rosenfeld, tedesco (nel caso ci fossero dubbi…).
H.8: caffè amaro. H.10: piccola patata lessa. H.13: 100 gr. di purè fatta con metà acqua e metà latte magro. H.17: grande patata lessa. H.20: 100 gr. d’insalata di patate.
Vi consiglio di interrompere la dieta appena la pelle del viso diventerà grigia e spessa, cominceranno ad apparire i primi germogli sulle gote e sul naso e verrete assaliti da un grande desiderio di essere sepolti vivi in piena terra.

(Ginou Choueiri)

Ginnastica per chi non ha tempo

Se non avete tempo per la palestra e causa lavoro trascorrete mezze giornate seduti in macchina, ecco cosa mi ha consigliato un istruttore di strekking: aspettate il verde del semaforo, tirate lentamente e completamente (vabbé…) in dentro l’addome spingendo in alto il diaframma, poi rilasciatelo poco a poco: dopo una centocinquantina di semafori il vostro ventre, assicurano, diventerà piatto e duro come il marmo.
E sapete perché che i cavallerizzi hanno sempre sederi magri e sodi? Perché rimbalzano in continuazione sulle selle.
Potrete ottenere gli stessi risultati anche se non avete sottomano un equino, ma siete costretti a stare per ore ad una scrivania in ufficio; seduti, rimbalzate una ventina di volte all’ora sulla sedia usando una certa violenza.
Poi scrivetemi e raccontatemi dettagliatamente le espressioni dei vostri colleghi mentre compivate la manovra.

© Mitì Vigliero

La Bucolica Quiete: sfatiamo un mito

di Placida Signora - 15 agosto 2011

Un brano tratto dal mio romanzo In campagna non fa freddo.

Per facilitare la lettura dirò, in poche parole, che si tratta della storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.

I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Zia Rachele, che li aiuta nell’impresa. Ginotta, l’anziana custode della Vecchia Casa.

*

“Come fa quella poesia sulle campane? Mi dicono dormi, sussurrano dormi, bisbigliano dormi, maledizione suonano ogni quarto d’ora e non mi lasciano dormire…” ringhiavo di notte girandomi nel letto come una trottola.
Quello era un paese di ottocento abitanti in cui esistevano, fra chiese, chiesette, cappelle, cappellette e cappelline circa quindici campanili, ciascuno dotato di una spiccata personalità.

C’erano quelli Equilibrati, che battevano regolarmente i quarti d’ora, le mezz’ore e le ore. Poi c’erano i Follattoni, che a ogni ora battuta facevano seguire uno scampanio inconsultamente brioso, seguiti dai Depressi, che precedevano ogni ora con un lugubre battito a morto. Infine venivano i Confusionari, che alle dieci battevano cinque colpi, alle cinque due colpi e un tocchetto, a mezzogiorno ne sparavano trentasei.

Di notte, per fortuna, restava in funzione solo il campanile della Chiesa Grande il quale, però, pur essendo di solito un Equilibrato, possedeva un’irritante caratteristica: quand’ero a letto insonne nel cuore della notte e per puro masochismo avrei voluto sapere che cavolo di ore fossero, lui – che sino a poco prima m’aveva assordato – improvvisamente taceva.
“Si comporta così perché è gentile e vuole che ti addormenti col silenzio” diceva Leo.
Infatti, appena riuscivo ad assopirmi, quello festeggiava l’avvenimento ricominciando a scampanare veemente e entusiasta.

Ma se al suono dei sacri bronzi, col tempo, ci si può far l’abitudine, esistevano altri notturni baccanali ai quali fu per noi assolutamente impossibile assuefarci.

Ricordo la prima estate trascorsa in Casa; un luglio torrido e canicolare in cui era vitale dormire con le finestre spalancate. E ogni notte che Dio mandava in terra, venivamo svegliati dal passaggio di enormi, smisurati ma velocissimi autoarticolati con tanto di scritta “trasporto eccezionale” i quali avevano scoperto che, tagliando per il paese, riuscivano a risparmiare un po’ di chilometri.

Nessuno può immaginare il rumore tremendo che emettono quei bestioni quando transitano fuori dalle autostrade: sembrava un terremoto ogni volta e dato che erano immensi, passavano a pelo tra le case. Inoltre, se i più lunghi s’incastravano con regolarità nella stretta curva che conduce alla provinciale, i più alti sradicavano ogni volta il balcone della casa di fronte alla nostra.
Una notte uno di quei giganti che trasportava un carico di maiali vivi, sbagliò la curva della piazza e andò a schiantarsi contro la facciata del Comune; i poveri suini si seminarono impazziti dal terrore per tutto il paese, tranne due che rimasero defunti in mezzo alla strada. I setolosi cadaveri scomparvero subito e, qualche tempo dopo, nel negozio della Franca vi fu una vendita straordinaria di salsicce, costolette, lardo e cicciolata a ottimi prezzi.

Un’altra volta, era settembre, alle due del mattino ci svegliammo di soprassalto a causa di un terrifico nonché misterioso rumore.

Quella sera zia Rachele, causa il maltempo, era si era fermata e dormire da noi; perciò ci trovammo simultaneamente tutti e quattro in preda al batticuore, affacciati alle finestre delle nostre rispettive camere.

Il frastuono proveniva dalla curva che portava al torrente e avanzava tumultuante, minaccioso, amplificandosi con rapidità.

”E’ straripato il torrente” urlai tentando di superare il fragore lacerante
“Le acque d’un torrente potranno forse muggire, ma di certo non suonano tamburi e campanacci” strillo Leo in risposta.

A un tratto, da dietro la curva, nell’oscurità apparvero tre uomini con stivali e cappellaccio in testa, che battevano ritmicamente dei tamburi. Dietro di loro due, quattro, dieci, trentasette, novanta, centocinquanta mucche con al collo enormi campanacci; tra loro altri uomini stivaluti e cappelluti, che percuotevano latte e coperchi.

“E’ la transumanza!” gridò entusiasta Rachele “Tornano dagli alpeggi al piano, settembre andiamo è tempo di migrar…”
“Perché diavolo picchiano sui tamburi?” sbraitò Camilla di pessimo umore, come sempre quando veniva svegliata di botto, guardando con occhio truce la frastornante marea che sfilava lentamente sotto Casa.
“Credo per mantenere il ritmo, per rimanere svegli…” rispose Leo.
“Svegli loro, svegli tutti, eh?”  mugugnai ferocemente convinta che, se l’Imaginifico fosse stato qui, di certo avrebbe spaccato il bastone d’avellano sul cranio di quei mandriani casinisti.

Però, talvolta, in campagna esiste davvero il silenzio. Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo.
Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari. Per Leo si tratta di tarli, per Ginotta “a sun le anime del Purgatori ch’a ciamàn preghiere”.

E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?

Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui. E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.

Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi. Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, strosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii. E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri. Altro che solingo fru fru tra le fratte: qui rumoreggia un intero universo.

Al di là del muro che circonda il giardino, ci sono i campi; nel centro dei campi una chiesina minuscola con un minuscolo campanile dedicata a Maria del Formenton, la Madonna del Granturco.

E d’estate, di notte, dai campi giungono raccapriccianti sospiri ansimanti.

La gente dice che lì, anni e anni fa, vi fu una cruenta battaglia che lasciò sul terreno decine e decine di morti, i quali vennero seppelliti in quegli stessi campi sotto la protezione della Madonna.

La gente dice anche che, sino a sessant’anni fa, si vedevano i fuochi fatui uscire dal terreno nelle notti d’estate e che i sospiri ansimanti -  gli “sbanfà de mort”- si son sempre sentiti.

Mio padre, ascoltandoli una sera, risolse il mistero.
“Macché morti! Li abbiamo anche noi al mare, quei sospiri. Li emette un piccolo rapace notturno, una specie di civetta che fa il nido sull’alto delle torri o dei campanili e nel periodo dell’accoppiamento lancia quello strano richiamo.”

Ma per noi rimasero sempre i sospiri dei morti, le cui anime tristi imploravano una carezza della Signora del Formenton.”

©Mitì Vigliero

Pillole di “Stupidario della Maturità”: Gabriele il Macho

di Placida Signora - 18 giugno 2011

 

(…) I Maturandi ammettono che D’Annunzio possedesse doti naturali non comuni: “è orgoglioso di sé, maschio, superuomo, vitale, solare, maniaco sessuale“. Quest’ultima tesi viene rafforzata dalla lapidaria definizione: “D’Annunzio era un mandrillo“.

In Stabat nuda aestas D’Annunzio racconta di una volta che vide una donna che correva nel bosco. Iniziò così ad inseguirla, anche se non sapeva il suo nome e così lo chiese ad un’allodola che glielo disse. La donna scappava sempre più veloce, ma ad un tratto inciampò e cadde a pancia in giù nell’acqua: così il poeta poté vedere finalmente nuda quella immensa donna

Tutti conosciamo la passione dell’Immaginifico per il gentil sesso, ma i ragazzi ne sono addirittura ossessionati, convinti che il Vate pensasse sempre e solo alle donne, parlasse sempre e solo di donne, scrivesse sempre e solo di donne.  Persino il celeberrimo verso iniziale de La tenzone “O Marina di Pisa”, viene parafrasato “O Marina nata a Pisa“.

Certo è che le femmine ebbero una grande importanza nella vita del Gabriele, ma forse non tutti sanno quali complicate manovre le donzelle dovessero compiere per raggiungere l’amato poeta agli appuntamenti galanti:

Amica, tu verrai
furtiva nel verziere.

Amica, tu verrai
nascosta nel cesto della verdura.

Cosa non dovevano sopportare le languide dame per amore dell’affascinante Gabriele! Egli le intratteneva ipnotizzandole con le sue magiche parole, ma poi, all’improvviso, poneva loro domande come questa:

Cosa proveresti se ti fiorisse
la terra sotto i piedi, all’improvviso?

Che cosa proveresti se ti si forasse
all’improvviso la terra sotto i piedi?

Eh? Che proveresti? Oltre che mandrillo, pure sadico. E pensare che sta parlando alla sua Mamma…La povera signora Luisa Benedictis Rapagnetta (“D’Annunzio si dava tante arie, ma il suo vero cognome era Rapagnetta“) non doveva avere un facile rapporto col figlio:

In Consolazione il poeta tenta di convincere la madre che lui è di nuovo un bravo ragazzo e che non le darà più dispiaceri. Ma la madre non gli crede e poi è arrabbiatissima per il fatto che lui continua a dirle che è sorda. per tre volte infatti le ripete: “Dì, mi senti?”

Certo che a mamma Luisa potevano anche saltare ogni tanto i nervi, visto il genere di discorsi che le faceva il figliolo:

Per te sola io vo’ comporre un canto
che ti raccolga come in una cuna

Solo per te io voglio comporre una canzone
che t’infili dentro ad una cruna

Come il cammello evangelico.

(…)
Secondo i maturandi il D’Annunzio nutriva una spiccata predilezione per donne d’ogni razza; nei versi di Lungo l’Affrico “O bianche e nere / ospiti lungo l’Affrico notturno”, non sta certo parlando di rondini e torrenti, bensì di: “donne bianche e negre / ospitate nell’Africa nera come la notte” (…)

Lo charme dell’abruzzese però non lascia del tutto indifferenti le pulzelle diciottenni. Ecco come lo definiscono, parafrasando il delizioso quadro descritto ne La sera fiesolana (che, per la cronaca, secondo i maturandi ha come protagonista uno che “vendemmia delle foglie di gelso“):

E ancor s’attarda all’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta

E ancora si attarda nel lento lavoro
sull’alta scala che diventa nera
contro il poeta che diventa argenteo

Che “fusto”, il Gabriele!

Ma torniamo inevitabilmente alle sue donne. I ragazzi persistono nell’affermare che gli andavano bene tutte, belle o brutte, umane o marziane:

Non bianca
ma quasi fatta virente
par da scorza tu esca

Non più bianca
ma diventata quasi verde
come uscita dalla buccia.

I futuri scienziati hanno invece le idee un po’ confuse nei riguardi di paesaggi, anatomia ossea e fauna dimorante nelle pinete:

E andiam di fratta in fratta
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c’intrica i ginocchi)

E andiam di fossa in fossa
o uniti o slacciati
(e il verde rude forzuto
ci lega i polsi
ci morde i ginocchi)

Nella Pioggia nel pineto D’Annunzio dice che la pioggia, cadendo su di lui ed Ermione, varia di rumore a seconda che picchi sui capelli più folti o meno folti” (La pioggia cade / su la solitaria / verdura / con un crepitio che dura / e varia nell’aria secondo le fronde / più rade, men rade)

E cosa accade allo stupendo inizio della La sera fiesolana, quando viene calpestato dalle orde vandaliche dei maturandi?

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva

Dolci le mie parole nella sera
siano per te come la pioggia che grugniva

e dove pioveva?

Sul fieno che già patì la falce
e trascolora

Sul fieno già tagliato dalla falce
e ora impallidisce dissanguato

(…)
Le maturande menti delle braccia rubate all’agricoltura, giudicano I Pastori d’Abruzzo dei retrogradi che dovrebbero decidersi a cambiare una buona volta i loro macchinari, visto che “Van pel tratturo antico al piano”, ossia “Vanno verso la pianura su di un vecchissimo trattore
(…)

Gabriele amava il mare ma, già ai suoi tempi, l’inquinamento imperversava:

Ai piedi ho quattro ali d’alcédine

Ai piedi ho quattro ali d’acetilene

Ai miei piedi il segno d’un’onda
gravato di nero tritume

Sui miei piedi c’è il segno di un’onda
pesante di nero bitume

Ma, nonostante tutto, il Vate ha la possibilità di dedicarsi al suo hobby preferito anche sulle spiagge inquinate o meno; nel verso seguente, sembra che stia parlando di una conchiglia…

Luccica la valva polita

…ma in realtà, secondo i maturandi maliziosi, sta descrivendo una suffragetta:

Luccica la vulva politica

La vita di D’Annunzio è, infine, qualcosa da studiare con somma noia e sopportazione, soffermandosi solo su fatti degni di particolare interesse:

Condusse sempre una vita ricca di divertimenti, basti pensare al volo su Vienna

Viveva in una villa molto bella chiamata Il Vittorioso

Perse un occhio in guerra e così decise di scrivere Notturno per non annoiarsi

Era diventato tanto orbo che cadde persino dal poggiolo

Ormai era vecchio: inventò Eja eja alalà, battezzò la Rinascente e poi morì

 

© Mitì Vigliero, da Lo Stupidario della Maturità, ed. Rizzoli.

Altre Pillole di “Stupidario della Maturità”:

I Promessi Sposi;

Il Detestabile Ugo; L’Infelice Giacomo; Il Povero Giovannino; Il Tenero Guido; L’Infernale Alighieri

L’Abominevole Alessandro

 

Storia d’Amore e Farmaci

di Placida Signora - 24 marzo 2011

Il mio amico Eleuterio era molto nervoso, perciò prendeva ogni giorno una compressa di Stacàlm prima dei pasti e due prima di dormire.

Conobbe Violetta in farmacia: anche lei stava acquistando lo stesso tranquillante.

Si innamorarono.
Dopo poco Eleuterio diminuì la dose a una sola pillola e anche Violetta ne prendeva solo mezza.

Presto passarono ai ricostituenti: due Forzadài ingoiati col caffé la mattina, mentre lui si vantava soddisfatto col suo medico di non aver più bisogno delle ricette di Stasù.

Andarono a trascorrere un romantico Capodanno a Medicina (Bologna), dove Eleuterio aveva la vecchia casa di famiglia; ma causa un guasto al riscaldamento, si presero un raffreddore mostruoso.

Tornati in città, si misero a letto rimpinzandosi di Vialatòss (una bustina prima di dormire), Scappafebbr (due pastiglie dopo pranzo) e Muconò (venti gocce al dì).

Ogni sabato e domenica sera uscivano a cena; a Eleuterio venne l’ulcera, che curava col Bualpancìn, tre cucchiai prima dei pasti, e Violetta cominciò a ingrassare: per questo sostituì la pastasciutta con un bicchierone di Sciogliciccia.

A maggio annunciarono il loro fidanzamento: Eleuterio le donò un anello a forma di serpente (”E’ il simbolo di Ippocrate il medico”) e Violetta gli regalò un orologio-sveglia (”Per ricordarti di prendere il Dormibén “).

Dovevano sposarsi il 18 giugno, ma il 10 lei ebbe una violenta discussione con la futura suocera che criticò la sua decisione di usare come bomboniere dei deliziosi enteroclismi in miniatura.

Lo scatto di rabbia le causò una crisi di fegato e uno sfogo di orticaria gigante: per questo dovette curarsi col Lavaèpa e lo Sciogliboll .

E il giorno prima del matrimonio, Violetta sparì.

Eleuterio ricevette una lettera, in cui la sua ex fidanzata scriveva:
-”Tra noi è tutto finito: scappo col farmacista”.

Da quel giorno Eleuterio va avanti a Nodeprès, ma non credo gli dia alcun sollievo.

© Mitì Vigliero

Per la Serie “Tipi e Tipetti”: Ludovico lo Sportivo.

di Placida Signora - 10 novembre 2010

Il mio amico Ludovico è un patito degli sport.

Ogni anno, da anni, si dedica ad una disciplina diversa, dilapidando ogni volta un capitale in attrezzi, abbigliamento, corsi e iscrizioni ad associazioni sportive.

Ci fu il periodo del golf, durante il quale Ludovico non parlava d’altro che di teeing-ground, di putting-green, di formula-Medale (“Càppero c’entra un dentrificio?” si domandò la prima volta) e ogni mattina, mentre si faceva la barba, canticchiava come una filastrocca i nomi dei bastoni: “Driver bassie spoon baffy trallallèrò, driving-iron mid-iron mid-mashie trallallà“.

Si alzava all’alba, raggiungendo il campo più vicino e trascinandosi dietro quella martire di sua moglie, Teresa, perché gli facesse da caddy.
Attraversavano i sei chilometri di percorso sfidando tutte le condizioni atmosferiche, sguazzanti nel fango o martellati dal sole. Teresa, annoiatissima, ingannava il tempo contando i piccoli incavi sulla superficie delle palle: 245, circa.
Se gli altri giocatori, per regola, conservavano nella sacca 14 mazze, Ludovico il previdente ne voleva 28 e faceva impazzire Teresa richiedendole all’improvviso cose tipo “Il club-niblik!”, che la sventurata all’inizio credeva fosse una sessione distaccata delle Giovani Marmotte.

Dopo trecentosessantaquattro giorni trascorsi sul verde prato e dopo aver colpito Teresa con una palla scagliata a centottanta chilometri all’ora, mentre stavano per questo trascorrendo la notte di San Silvestro in una corsia di ospedale, Ludovico disse a sua moglie:

“Hai ragione. Il golf non è poi così divertente. Mi darò al tiro con l’arco

Comprò un set completo di archi, frecce e faretre; lottò come un disperato con archi lunghi metri 2,60, dai quali si scagliava al posto della freccia, quando non si trovava la corda di budello avvolta attorno al collo.
Teresa, paziente e memore della palla da golf, gli stava alle spalle come un angelo custode, sino a quando un giorno venne trafitta alla caviglia da una freccia che Ludovico era riuscito, non si sa come, a lanciare all’indietro.
Mentre l’accompagnava al Pronto Soccorso, il novello Robin Hood le annunciò:

“L’arco è noioso e poi tu sei negata, riesci sempre a farti male. Da domani ci dedicheremo allo sci di fondo

Dopo aver acquistato sci, racchette, scarpette, guanti e tute, Ludovico e Teresa iniziarono ad arrancare per chilometri di piste di 1200 metri di dislivello, a 45° sotto lo zero sino a quando un pomeriggio, a Limone Piemonte, Teresa si mise a dialogare con le renne di Babbo Natale, invitandole per il tè.

“Va bene, ho capito” disse Ludovico “Basta con il fondo: faremo dello sci kioring.”

Lo sci kioring consiste nel farsi trainare sulla neve con gli sci da un cavallo montato da un cavaliere e lanciato al galoppo.
Teresa approvò l’idea, ma a una condizione:
“Però sul cavallo ci vado io”.
Difatti saltava sul destriero e lo lanciava a pazza velocità, incurante degli ululati belluiti emessi dal marito che sciava sulla pancia, sul sedere, sul naso, sulla schiena, sulla fronte, insomma ovunque tranne che in piedi sugli sci.

“Lo sci kioring non è un granché” sbottò Ludovico “Però ho imparato ad amare i cavalli. per questo ho deciso di darmi all’equitazione

Acquistò una giacca inglese, un cap, degli stivali, una sella da concorso, redini, martingala, pettorali, testiera, staffali, para glomi, fasce protettive e stinchiere. Tentò immediatamente di indossare queste ultime appena arrivato al circolo ippico, mettendo in grave imbarazzo Teresa che gli spiegò pazientemente che erano da mettere al cavallo e non al cavaliere.

Il cavallo lo comprò su un sito chiamato www.nomadinfuga.hu.

Era un destriero di anni 22 e si chiamava Sofà, nome particolarmente adatto ad un equino che preferiva trascorrere i suoi giorni stando seduto come un barboncino.
Tentò di insegnarli, e di imparare, il passo normale, il passo ambio, il trotto lungo e corto, i vari tipi di caloppo. Durante un’ora di lezione Ludovico cadeva in media sei volte; ma finiva a terra in maniera non traumatica perché Sofà, ogni dieci minuti esatti, si sentiva stanco e si sedeva, facendo scivolare dolcemente all’indietro il suo cavaliere.

Trascorsi sette mesi, il direttore della scuola di equitazione offrì a Ludovico un lauto stipendio affinché diventasse il G.O. ufficiale dei soci del circolo, che si divertivano come pazzi ad assistere alle sue lezioni.
Ma Ludovico rifiutò dicendo:

“L’ippica, in fondo, è uno sport troppo sedentario. Ultimamente ho passato notti insonni a seguire l’America’s Cup: ora so che la mia strada è la vela.”

Dopo aver saccheggiato un intero negozio della Marina Yachting, si iscrisse con Teresa ad una scuola velica.

Tra fiocchi, bompresso, trinchetto, stralli, rande, controrande e boma, trascorsero mesi allucinanti e litigiosi perché Teresa si scandalizzava molto quando le ordinavano gridando di cazzare la vela, e si ostinava a chiamare valzerone il tangone replicando seccata a chi la riprendeva: “Bé? Sempre grosso ballo è”.
La passione velica svanì alla prima bomata che, colpendo Ludovico in piena fronte, lo scaraventò in mare un 14 di gennaio.

Scampato alla broncopolmonite, Ludovico proclamò:
“Meglio il tennis“.

Si fornì di braghette e magliette rigorosamente firmate; e poi racchette, palle, fascette antisudore, polsiere…Ma questa volta non volle portarsi dietro Teresa, perché molti anni prima era stata campionessa juniores.
Preferiva quindi allenarsi con la macchina lanciapalle, che regolava alla velocità minima.
Ma un giorno un fulmine colpì la centrale elettrica del tennis club e la macchina impazzì. Impiegarono tre ore a ritrovare Ludovico seppellito da una montagna di Dunlop gialle fosforescenti.

Dopo il tennis vi fu la mania per lo squash, la pelota, il ping-pong. Un breve amore per il trekking, una cotta per il deltaplano, un colpo di fulmine per la savate. Qualche lieve sbandata per snorkeling, canyoinig e running. Un passeggero interesse per il tiro a segno, il baseball e l’aikido.

Un giorno venni a sapere che si era dato alle corse automobilistiche e, questa volta seriamente preoccupata, decisi di parlargli. 
Lo trovai spaparanzato sul divano in salotto, mentre sfidava Teresa alla F1 2010.

©Mitì Vigliero

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