Curiosità: Americani Triscaidecàfobi, Ma Non Per Il Dollaro

Un divertente articolo di Gianluca Nicoletti sulla Stampa, incentrato sul numero 13 che contraddistingue questo nuovo anno, mi ha fatto tornare alla mente una piccola curiosità che riguarda gli Americani, popolo tra i più triscaidecàfobi che esistano. 

Infatti in parecchi loro alberghi o condomìni mancano le camere o gli interni 13; in certi ascensori di grattacieli il 13° piano non esiste (sulla pulsantiera); guai essere 13 a tavola, a firmare qualunque contratto in data 13 e via di seguito.

Ma nonostante la loro tremenda avversione superstiziosa per questo numero, forse sono in pochi a sapere  che proprio sulla loro banconota più diffusa, quella da 1 dollaro, è raffigurato da una parte il Gran Sigillo degli Stati Uniti composto da una piramide tronca di 13 gradini, e dall’altra un’aquila con coda di 13 penne, coperta da uno scudo con 13 strisce, che stringe in un artiglio 13 frecce e nell’altro un ramo con 13 foglie mentre sulla sua testa luccicano 13 stelle.

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© Mitì Vigliero

 

 

Toccaferro In Pillole – Novembre e Castagne: antiche credenze, superstizioni e curiosità

Secondo gli antichi, Novembre era mese presieduto da Diana, dea della caccia, e nell’iconografia del Medio Evo veniva rappresentato con un uomo che raccoglie legna morta, portando un fardello in spalla.

Questo perché è mese non facile, freddo, piovoso, nebbioso, triste, fatta eccezione (quasi sempre…) nel giorno di San Martino, in memoria del celeberrimo  generoso gesto del Santo che donò il suo mantello a un poverello che chiedeva l’elemosina nella gelida strada.

Numerosi sono i proverbi dedicati ai giorni di Novembre: Per i Santi la neve è per i campi; per i morti la neve è negli orti; L’estate di San Martino (11) dura tre giorni e un pochettino; Per San Frediano (18) nevica a monte e a piano; Per S. Caterina (25) tira fuori la fascina da bruciare nel camino e il 30, Sant’Andrea fa schioppar la pria, ossia spacca la pietra col ghiaccio.

Ma Novembre, proprio come il carattere del suo segno zodiacale (Scorpione), se a causa del freddo può esser gran demonio, si può tramutar anche in grande angelo grazie ai dolci doni del vino novello, del salame e delle castagne profumate.

Riguardo a queste, nell’iconografia medioevale una castagna chiusa nel riccio rappresentava la Virtù.

Raccogliere la prima castagna selvatica che si vede caduta per strada e mettersela in tasca preserverà tutto l’inverno dal raffreddore.

Mangiare castagne arrosto il giorno di Sant’Antonio abate preserva i bachi da seta dalle malattie; mangiarle quando non sono ancora mature può danneggiarne il raccolto mentre alcuni, sino all’inizio del Novecento, erano convinti che mangiare castagne crude facesse venire i pidocchi.

Tenere castagne selvatiche nei guardaroba, preserva lane e pellicce dalle tarme; bere dell’acqua in cui siano rimaste in infusione a freddo 13 castagne fa passare il mal di pancia e infine tutti sanno che, quando cadono le foglie dei castagni, cadono anche i capelli.

© Mitì Vigliero

Antiche, Stupide E Pericolose Credenze Sui Funghi

Autunno tempo di funghi, sin dall’antichità uno dei cibi più apprezzati dagli italiani che da sempre però lo ammantano di riti arcani, sapendo che di funghi velenosi si può morire.

Da qui la nascita di bislacche e pericolosissime credenze che purtroppo permangono nonostante oggi la raccolta dei funghi sia regolata anche con l’obbligo di mostrare ad esperti micologi gratuitamente a disposizione nei mercati e nelle ASL, le “prede” raccolte prima di mangiarle.

Plinio nel I sec. dC, scriveva che se i funghi nascevano in terreni contenenti “bottoni di metallo, chiodi da scarpa, ferri arrugginiti, panni putrefatti” diventavano velenosi perché la loro natura “è di assorbire qualunque veleno”.
Da qui la deleteria credenza che tutti i boleti raccolti in alta montagna o in boschi impervi, in territori cioè non contaminati dalla presenza umana, siano innocui.

Pier Andrea Mattioli, medico del ‘500, assicurava che “le persone avvedute distinguono benissimo i velenosi quando li preparano per la cottura. Infatti essi, tagliati, cambiano il loro colore più volte. Quando si spezzano diventano prima verdi, poi di color rosso nerastro e quindi blu scuro, che alla fine si converte in nero”.

Il verde (considerato anticamente color della pazzia, della disperazione e della bile malvagia) e il nero, colore mortifero diabolico, portarono alla stupida credenza di cuocere sempre i funghi insieme a qualcosa di bianco come cipolla, mollica di pane o aglio (che se scaccia i vampiri vuoi che non debelli le Amanite Phalloidi?): se questi rimanevano chiari, non vi era alcun pericolo.

Giuseppe Pitrè, che pure era un medico, nel 1870, a proposito di avvelenamento da funghi scriveva “La vera cura è prevenire l’avvelenamento stesso assicurandosi dell’innocuità dei funghi. A tal’uopo per sincerarsi se siano o no velenosi, si bollisce con essi un cucchiaio d’argento. Se il cucchiaio annerisce, son velenosi; se no, no.”
E questa assurda usanza perdura tutt’ora in molte zone d’Italia nelle quali si usa anche mettere nella pentola dei funghi una o più monete di rame, aggiungendo batteri e veleno ad eventuale veleno.

Alcuni ancor’oggi giurano che i funghi mangiucchiati da chiocciole siano di sicuro buoni: conoscete forse qualche lumaca autolesionista?

Altre assurde credenze popolari assicurano commestibili anche quelli che, cotti in abbondante prezzemolo, non lo tingano di giallo ; così come accertano ottimi quelli che, rosolati con un tocco di ferro, non lo corrodano: e quasi ovunque annientano (insieme alla famiglia e agli amici invitati a cena) ogni dubbio asserendo che, in caso di fungo sospetto, basterà sobbollirlo nell’aceto, unendo magari piccioli di pera per cancellarne ogni veleno. Roba da matti…

E in caso di intossicazione, che dicono i folli esperti della domenica?

Che basta un poco di olio di ricino (Piemonte, Veneto), indurre il vomito con aceto e sale (Lazio), bere un decotto di origano (Sardegna, Liguria)…
Tanto varrebbe seguire il consiglio del medico Dioscoride (50 dC): ingerire “sterco di pollo impastato a miele e aceto”.

Per questo i siciliani cinicamente dicono “Ca’ mori per li funci, ‘un cc’è nuddu chi lu chianci”, chi muore per colpa dei funghi, non c’è nessuno che lo pianga, perché  l’ignoranza incosciente spesso non fa pena.

© Mitì Vigliero