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Perché Pasqua pullula Uova nei Cibi, nei Giochi, nei Riti, nei Doni

di Placida Signora - 7 aprile 2012

L’uovo, dalla forma priva di spigoli e quindi senza principio né fine, è sempre stato considerato simbolo dell’origine della vita.

Romani in primavera festeggiavano Cerere, dea della fecondità della Terra, offrendole uova come doni propiziatori del ciclo delle rinascite.

E proprio come simbolo di nuova nascita (e quindi di Resurrezione) l’uovo fu uno degli emblemi del Cristianesimo sin dai suoi primordi: nelle catacombe sono state trovate uova di marmo (alabastro o altre pietre), simbolo di nuova vita.

L’uso di scambiarsi uova in dono nel periodo pasquale risale invece al Medioevo; la Chiesa, nelle severissime regole del digiuno quaresimale, le aveva proibite.

Ma le galline, che di ogni precetto religioso erano ignare, continuavano tranquille a sfornarne (soprattutto se la Pasqua era “alta” e loro avevano terminato il “riposo” invernale) e così, soprattutto nelle case contadine, durante le 6 settimane di digiuno ne veniva messo da parte un numero abnorme che – una volta arrivata Pasqua-  era assolutamente da smaltire in maniera rapida.

Questo spiega perché i cibi tradizionali pasquali delle nostre regioni ne siano ricchissimi.

Dalla Pizza di Terni al Casatiello napoletano; dalla Pagnotta forlivese alla Crescia Brusca marchigiana; dal Pan Giallo alla Panina Unta toscani alla Torta Pasqualina genovese e così via.

Ovunque il primo solenne (e bramato) “romper del digiuno” consisteva nel mangiare la mattina di Pasqua – al sciogliersi delle campane – un uovo sodo.

Questo, per render più solenne e particolare la cosa, veniva lessato insieme a vegetali per colorarlo di tinte tenui; bietole per il verde, barbabietole per il rosso, zafferano per il giallo.

Un cestino zeppo di uova colorate veniva portato in chiesa alla prima messa, per esser benedetto.
Altre scambiate in dono fra amici e vicini.

In Liguria venivano fatti i canestrelli, cerchietti in pastafrolla dotati di buco ove veniva posto un uovo colorato; i bimbi genovesi, reggendo solo il canestrello, organizzavano corse per i ripidi carrugi: vinceva chi arrivava al traguardo senza aver fatto cadere l’uovo.

E sempre per smaltir le uova in esubero, si organizzavano nelle aie – oggi in piazza – giochi che le vedevano protagoniste.

Ad esempio, la mattina di Pasqua a Urbania (Marche) si svolge il “Punta e cul”; una ventina di concorrenti in cerchio, muniti di due uova sode a testa, che debbono tentare di rompere le altrui picchiandole a vicenda prima con la punta e poi col fondo.
Un gioco simile c’è nel piacentino e si chiama “Ponta e cull”.

In Friuli si gioca la Righea, un incrocio fra bocce e biliardo da giocare con uova sode colorate.

Tredozio (Forlì) il Palio dell’Uovo; una serie di gare, corsa dell’uovo, battitura dell’uovo, lancio di uova fresche, e il campionato dei mangiatori di uova sode (record da battere: 19 in 3 minuti).

Infine nelle Langhe e nel Monferrato permane l’antico rito del Cantè j’euv (Cantar le uova); nelle notti di fine Quaresima, gruppi di giovani vagano di cascina in cascina muniti d’un grosso cesto, chiedendo agli abitanti di donar loro uova in cambio di serenate.

Se il dono sarà abbondante, i canti augureranno salute e prosperità: altrimenti verranno loro minacciate “figlie zitelle” e, terribile maledizione, “che si secchi il popò alle galline”.

© Mitì Vigliero

Qui la mia Storia dell’Uovo di Pasqua

Il Giardino Incantato di Sua Eccellenza Filuppu de li Testi

di Placida Signora - 20 marzo 2012

Era il 1913; tante navi partivano dai porti italiani dirette verso le Americhe, cariche di giovani pieni di speranze in una vita nuova, fatta di fortuna e benessere.

Tra questi c’era il venticinquenne manovale Filippo Bentivegna, nato a Sciacca nel 1888 e diretto nel Middle West a costruire ferrovie.

Ma lì non trovò fortuna e benessere bensì un amore contrastato che gli costò una badilata sul cranio da parte di un rivale; il colpo fu così violento che dovette abbandonare il lavoro e tornare a casa, diverso nel carattere e nella mente.

Coi soldi guadagnati comprò subito fuori Sciacca, in località Sant’Antonio e ai piedi del Monte Kronio, una casetta al centro di un podere pieno di ulivi, fichi d’india e rocce.

Mastru Filippu, come lo chiamavano, era completamente analfabeta; non sapeva nulla di storia, di arte, di scultura; ma appena preso possesso del suo terreno, iniziò a scolpire ogni pietra che vi trovava.

E scolpiva teste, solo teste: teste femminili e maschili, teste serie, teste tristi, teste sorridenti, teste enigmatiche.

Teste di antichi guerrieri, di pellerossa, di re con la corona, di papi con la tiara; teste di ruffiani, di nobili, di soldati, di briganti, di contadini. Teste di Hitler, Mussolini, Garibaldi, Fate, Regine.

Teste che ricordavano idoli precolombiani, teste simili a mascheroni africani, teste identiche a quelle dei pupi siciliani…

Centinaia, migliaia di teste tutte diverse, ma accomunate dall’identico sguardo attonito, perso nel nulla.

I pezzi più grandi di roccia divennero simili a gradinate di teatro; ogni spunzone una testa diversa.
Ogni roccia di media grandezza si tramutò in un brulichìo di cranii spesso uniti uno all’altro come dei Giano bifronte. Persino i sassi vennero scolpiti e abbandonati sull’erba nel punto dove li aveva trovati.

Tramutare pietre in teste era diventata per Bentivegna una sorta di vocazione, di imperativo categorico; misantropo, viveva da solo in compagnia di tanti cani, aveva pochi rapporti coi suoi concittadini: diceva di non aver tempo da perdere, che tutto il suo tempo era dedicato allo scolpire.

Voleva essere chiamato “Sua Eccellenza” perché si era convinto di abitare in un Regno tutto suo, con tanto di Castello e di Giardino incantato intorno.

A chi gli chiedeva spiegazioni del perché scolpisse solo cranii umani, rispondeva “la testa nasce testa“, ossia qualunque cosa abbia una seppur vaga forma di testa “è” una testa: ha vita, pensiero dentro di sè.
E facendo “venir fuori” dai sassi le teste, Mastru Filippu “fecondava” la sua terra dandole vita; non per nulla parecchie di quelle teste hanno sulla sommità una sorta di fallo.

Ad un certo punto gli vennero a mancare le rocce; iniziò allora a scolpire gli alberi d’ulivo, ma la materia non gli dava la stessa soddisfazione.

Così incominciò a scavare per tutti i due ettari del suo terreno, alla ricerca di pietre.

Scavò tunnel, cunicoli, grotte, scolpendo direttamente le teste sulle rocce che spuntavano dal tufo; nel frattempo ricoprì ogni parete interna della sua casa con dipinti naif che riproducevano i grattacieli americani.

Nel 1967, Filippu delli testi morì.
Il suo Castello col Giardino Incantato appartiene ora al Comune di Sciacca, che ne ha fatto un Museo a cielo aperto.

© Mitì Vigliero

Qui il trailer di un bel documentario che racconta la vita di Filippo Bentivegna

Qui la canzone che i Virginiana Miller han dedicato a Bentivegna

Storie di Gatti, Poeti e Case: Francesco Petrarca e Edward Lear

di Placida Signora - 10 febbraio 2012

Alla fine del 1370 Petrarca, da Arquà, scriveva al fratello:

Qui fra i colli Euganei, a non più di dieci miglia da Padova, mi sono costruito una casa piccola ma deliziosa, cinta da un oliveto e da una vigna, che danno quanto basta ad una famiglia numerosa, ma modesta.
E qui, benché ammalato, vivo pienamente tranquillo, lontano da ogni confusione, ansia e preoccupazione, passando il mio tempo a leggere e a scrivere
”.

E nella Sala dei Giganti che si trova nella sede della Facoltà di Lettere aPadova, vi è un affresco d’autore anonimo del XIV sec. che ritrae proprio il poeta nello studio mentre, seduto alla scrivania e circondato dai libri, legge.

Acciambellato per terra davanti a lui, un gatto ronfa beatamente.

Di certo si tratta dell’amatissima micia del poeta, che con lui passò alla storia e alla quale vennero dedicati centinaia di studi, saggi e versi; persino il Tassoni nella “Secchia rapita” la cita ( nel canto VIII, 33-34):

…e ‘l bel colle d’Arquà poco in disparte,
che quinci il monte e quindi il pian vagheggia;
dove giace colui, ne le cui carte
l’alma fronda del sol lieta verdeggia,
e dove la sua gatta in secca spoglia
guarda da i topi ancor la dotta soglia
.

Il perché della fama imperitura della felina è spiegato dalla geniale idea (dal punto di vista pubblicitario)  che ebbe Girolamo Gabrielli, uno dei tanti curatori-proprietari di quella casa alla fine del ’500, quando già era meta di turisti letterati.

Egli, fra gli arredi personali del poeta, fece porre una gatta imbalsamata racchiusa in una teca di vetro; sotto, una lapide, la cui iscrizione latina - opera di Antonio Querenghi (1547–1634) - recita:

Il poeta toscano arse di un duplice amore: io ero la sua fiamma maggiore, Laura la seconda.
Perché ridi? Se lei la grazia della divina bellezza, me di tanto amante rese degna la fedeltà; se lei alle sacre carte diede i ritmi e l’ispirazione, io le difesi dai topi scellerati.
Quand’ero in vita tenevo lontani i topi dalla sacra soglia, perché non distruggessero gli scritti del mio padrone. E ora pur da morta li faccio tremare ancora di paura: nel mio petto esanime è sempre viva la fedeltà di un tempo
.”

E’ ancora lì, quella gatta, per la gioia (un po’ macabra) dei curiosi.

Altra storia che lega poeti, gatti e case, è quella di Edward Lear , il cantore dei Limerick.

Lear viveva a Sanremo col suo gatto Foss – ”il compagno delle mie giornate” – in una casa, Villa Emily, di fronte al mare.

Assentatosi, ovviamente col gatto, nel 1881 per un lungo periodo trascorso a viaggiar su e giù per l’India, al suo ritorno scoprì con disappunto che proprio davanti alla villa era stato costruito un grande albergo, che gli toglieva tutto il panorama.

E così acquistò un terreno sulla spiaggia, e fece costruire una nuova casa, Villa Tennyson ; ma la volle esattamente identica a villa Emily, una perfetta copia, perché era convinto che il suo micio, non più di primo pelo, non avrebbe “assolutamente apprezzato il cambiamento”.

Foss morì sedicenne alla fine del 1887; sei mesi dopo lui e Lear si ritrovarono inun’altra dimora, quella eterna.

La villa venne abbattuta dopo poco, per far posto ad un altro albergo.

© Mitì Vigliero

I Testi Afrodigastrici nell’Arte: Quali Sono i Vostri?

di Placida Signora - 11 gennaio 2012

Il ragù della Signora Piscopo

di

Eduardo De Filippo

tratto da “Sabato, domenica e lunedì”, atto I

Ampia e linda cucina. L’arredamento è costituito da cose anche modernissime.
Sulla parete di fondo, accanto al finestrone, sono state disposte in ordine simmetrico una diecina di antiche forme in legno di cappellì e numerosi attrezzi del mestiere.
Sul medesimo punto ci sta un fornello di ferro a quattro zampe, malfermo e arrugginito, e un piccolo tavolo dal ripiano massiccio unto e bruciacchiato dall’uso.
Siamo alla conclusione di una magnifica giornata di marzo. L’ultimo sole che entra dall’ampia finestra indora le pareti e fa brillare la nutrita batteria di pentole in rame, fuori d’uso, che è lì, tutta intorno, al solo fine di testimoniare l’antica tradizione e la solidità finanziaria della famiglia Priore.
Presso il tavolo centrale c’è donna Rosa che sta preparando il rituale ragù.
Sta legando il girello, «il pezzo d’annecchia» (cinque chilogrammi) che dovrà allietare la mensa domenicale dell’indomani.
Virginia la cameriera gomito a gomito con la padrona affetta cipolle; ne ha già fatto un bel mucchio: ma ne deve affettare ancora.
La poverina ogni tanto si asciuga le lacrime o con il dorso della mano o con l’avambraccio: ma continua stoicamente il suo lavoro
.

Rosa: Hai fatto?

Virginia: (piagnucolando) Devo affettare queste altre due.

Rosa: E taglia, taglia… fai presto.

Virginia: Signo’, ma io credo che tutta questa cipolla abbasta.

Rosa: Adesso mi vuoi insegnare come si fa il ragù. Più ce ne metti di cipolla più aromatico e sostanzioso viene il sugo. Tutto il segreto sta nel farla soffriggere a fuoco lento. Quando soffrigge lentamente, la cipolla si consuma fino a creare intorno al pezzo di carne una specie di crosta nera; via via che ci si versa sopra il quantitativo necessario di vino bianco, la crosta si scioglie e si ottiene così quella sostanza dorata e caramellosa che si amalgama con la conserva di pomodoro e si ottiene quella salsa densa e compatta che diventa di un colore palissandro scuro quando il vero ragù è riuscito alla perfezione.

Virginia: ma ci vuole troppo tempo. A casa mia facciamo soffriggere un poco di cipolla, poi ci mettiamo dentro pomodoro e carne e cuoce tutto assieme.

Rosa: E viene carne bollita col pomodoro e la cipolla. La buonanima di mia madre diceva che per fare il ragù ci voleva la Pazienza di Giobbe. Il sabato sera si metteva in cucina con la cucchiaia in mano, e non si muoveva da vicino alla casseruola nemmeno se I’uccidevano. Lei usava o il «tiano» di terracotta o la casseruola di rame. L’alluminio non esisteva proprio. Quando il sugo si era ristretto come diceva lei, toglieva dalla casseruola il pezzo di carne di «annecchia» e lo metteva in una sperlunga; come si mette un neonato nella «connola», poi situava la cucchiaia di legno sulla casseruola, in modo che il coperchio rimaneva un poco sollevato, e allora se ne andava a letto, quando il sugo aveva peppiato per quattro o cinque ore. Ma il ragù della signora Piscopo andava per nominata.

Virginia: (compiacente) Certo, quando uno ci tiene passione.

Rosa: E quello papà, se non trovava il ragù confessato e comunicato faceva rivoltare la casa.

Virginia: Povera mamma vosta!

Rosa: Ma era pure il tipo che ti dava soddisfazione. Venivano amici e dicevano: «Signo’ ma come lo fate questo ragù che fa uscire pazzo a vostro marito! L’altra sera ci ha fatto una testa tanta «E, il ragù di mia moglie; di sotto, e il ragù di mia moglie sopra…» e mamma’ tutta contenta l’invitava; e quando se ne andavano dicevano: «Aveva ragione vostro marito». E si facevano le croci.

Virginia: Vostro marito invece non ci va tanto appresso.

Rosa: (con ironica amarezza) Don Peppino non parla; don Peppino è superiore a queste cose. Però si combina un piatto accoputo di Ziti così… e qualche volta pure due.

Virginia: Pe’ mangia’, mangia.


Esistono dei brani letterari o sequenze cinematografiche in grado di stimolare immediatamente l’appetito.

Quello che ho riportato qui sopra, tratto da una delle commedie che più amo di De Filippo, su di me ha un vero effetto afrodigastrico (afrodisiaco per lo stomaco ;-); ogni volta che lo leggo vengo colta dal languore e addirittura mi pare di sentire il profumo, di quel ragù.

E mi viene immediatamente, oltre che fame, anche voglia di cucinarlo.

Avete mai provato una sensazione simile? E se la risposta è sì, con quale testo o scena?

L’Aggettivo per l’Anno che Vorrei e i Miei Auguri per Voi

di Placida Signora - 30 dicembre 2011

L’ANNO NUOVO

 Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?

Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.
(Gianni Rodari)

Alla faccia di quelli che considerano il 2012 anno funesto non solo perché bisesto, ma anche apocalittico per colpa dei Maya, ricordo che si tratta solo di un numero convenzionale.

Infatti per il Calendario Armeno l’anno che arriva sarà il 1461, per il Calendario Berbero  il 2962; invece il Calendario Bizantino segna il 7520.

Il Calendario Buddhista aspetta il 2556, il Calendario Cinese il 4708, il Calendario Copto il 1728 e il Calendario Ebraico il 5771.

In compenso il Calendario Etiopico festeggerà il 2004, il Calendario Induista il 2067 (Vikram Samvat), il 1934 (Shaka Samvat) e il 5113 (Kali Yuga).

Infine il Calendario Islamico attende il 1433 e il Calendario Persiano il 1390.

Per noi che seguiamo il Calendario Gregoriano arriva sì il 2012, ma se lo calcoliamo dall’ Ab Urbe condita sarà il 2765.

Qualunque numero sia,  l’anno che sta finendo a me è volato fra le mani; fra impegni pressanti, nuove responsabilità, nuovi incarichi, dolori, rinascite, galòp di vari tipi, non mi sono quasi accorta del suo scorrere.

Quest’anno come non mai ho perso la nozione del tempo; l’ho vissuto in apnea, di corsa, senza tirare il fiato mai.

E nelle interviste tipiche di questo periodo, in cui colleghi m’interpellano per commenti, battute e speranze sull’Anno Nuovo, m’è rimasta impressa una delle prime domande che mi son state poste: “ Un aggettivo per definire il 2012 che vorrebbe 

Ho risposto, di getto e di cuore: Salutare.

Sì. Vorrei un 2012 salutare in ogni senso, fisico e metaforico: un anno salubre per tutti e tutto.

Un anno tutto volto al “riordinare”, al “ricostruire”, al “riequilibrare”, al “ritrovare” finalmente – e in ogni cosa – quella stabilità che dona sicurezza e serenità.

Un anno da vivere godendo delle piccole cose, possibilmente privo di frastuoni e rulli di tamburi.

Un anno senza titoloni sui giornali, senza grida, senza rabbie, senza patemi, senza affanni.

Un anno dolce e lieve, gradevole come il fuoco del caminetto, affettuoso come un abbraccio.

Ora cliccate QUI e Buon Anno, Tesorimiei.

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