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Perché si Dice: Avere le Paturnie (E voi come dite?)

di Placida Signora - 25 febbraio 2012

E’ un modo di dire usato come sinonimo di aver la luna per traverso, essere ansiosiintolleranti, nervosi e anche un po’ sul triste-malinconico-agitato andante, di solito senza un motivo preciso.
Paturnie” deriva da “patire (pati, in latino) le saturnie”, le influenze di Saturno.
Questo povero pianeta ha sempre avuto una fama negativa, sin dall’antichità.
Veniva guardato con diffidenza da saggi e popolani, e le vecchie superstizioni lo consideravano colpevole di disastri naturali, sbalzi d’umore, depressioni, scatti di follia,  pericoli improvvisi, eccessi comportamentali ( nei Saturnali latini si scatenavano orge e baccanali, che non sempre avevano un lieto fine).
Un antipatico piantagrane, insomma.
Ma fondamentalmente innocuo.
Altri modi di dire, dialettali e non, che hanno lo stesso significato sono:
-Mi gira il chiccherone (Lazio)
-Avere il berrettìn inverso (Liguria, berrettin è la versione edulcorata di qualcos’altro..;-)
-Avere l’uovo storto (Sicilia)
-Tengo la susta; Ho i picci; Sto piccioso (Puglia)
-Sono incocciato; Sono inculìto (Toscana)
Ne conoscete altri?
© Mitì Vigliero

 

Perché si Dice: Le Ginocchia/Gambe mi fan Giacomo Giacomo

di Placida Signora - 25 luglio 2011

Tutto parte dalla parola  “giacca”, in francese chiamata jacque o, popolarmente, jaco.

Essa era una specia di armatura molto primitiva, molto corta e fatta di lana ruvida e fili di ferro intrecciati che i contadini francesi indossarono durante le rivolte dette “Jacquerie”.

Jacques Bonhomme era il soprannome dispregiativo che i nobili diedero a Guillaume Caillet, leggendario capo della prima sollevazione degli agricoli avvenuta nel Nord della Francia nel 1358.

Quei disgraziati contadini  marciavano contro i signori proprietari terrieri, che li attendevano allo scontro bardati e difesi da complete armature ben più forti e resistenti di quelle loro giacchette sottili.

Di sicuro più di un rivoltoso non era affatto tranquillo in quei momenti; ed essendo assolutamente cosciente di non essere ben protetto dal suo misero e fragile jaco, gli tremavano le gambe o le ginocchia per la paura.

Altri invece sostengono che il modo di dire si riferisca ai pellegrini che a piedi intraprendevano il Cammino di Santiago di Compostela.

Talmente stremati e stanchi che, alla fine di quel viaggio, le loro gambe erano malferme, tremolanti: supplicavano quiete e grazia da quel San Giacomo che erano andati a venerare.

Sta solo a voi scegliere la versione che più vi piace.

© Mitì Vigliero

Perché a Napoli il Pitale si Dice “Zi’ Peppo” – Storia di Sovrani e Vasini da Notte

di Placida Signora - 14 luglio 2011

(Venditore di canteri)

 

Ferdinando di Borbone non è  certo passato alla storia per l’eleganza di comportamento; divenuto re a 8 anni, come istitutore ebbe lo zio Domenico Cattaneo Principe di San Nicandro, che le affettuose cronache dell’epoca descrivono “ignorante, incapace, ipocrita, gretto e vizioso”.

In realtà il San Nicandro, essendo un nobile-contadino, si limitò ad educare il nipotino insegnandogli  più la pesca e la caccia che l’etichetta di corte (che manco lui conosceva) facendolo, in compenso, divertire come un pazzo.

Fatto sta che la storia è piena di aneddoti più o meno veri riguardanti la presunta poca urbanità del Sovrano.

Ad esempio si dice che, quando assisteva agli spettacoli dal  palco reale del San Carlo, si facesse portare enormi piatti di spaghetti al pomodoro che mangiava con le mani cacciandoseli dall’alto nella bocca spalancata, stile Totò in “Miseria e Nobiltà” e che poi  pulisse le suddette mani sfregandole sulle giacche dei suoi dignitari.

E dicono anche che ricevesse gli ospiti stando seduto sul “càntero” (vaso da notte), da allora a Napoli detto anche Zi’ Peppo e a Roma Zi’ Peppe (dove zi’sta per “signor”).

La spiegazione di questo soprannome è raccontata da Renato Ribaud nel suo piacevolissimo “Tradizioni Popolari Napoletane” (ed. Gallina).

17 anni Ferdinando aveva sposato -per ragioni di Stato- Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d’Austria.

Poco dopo le nozze, andò a trovarli a Napoli l’austero e serissimo fratello di Carolina, Giuseppe, futuro imperatore d’Asburgo e Lorena, il quale portò in dono al cognato – sospetto con una punta di malignità – un lussuoso vaso da notte austriaco così descritto:

Racchiuso in lignee colonne con ante che si aprivano al di sotto di un capitello in stile barocco su cui venivano sistemate in bella mostra delle piante dalle cascanti foglie.

Ferdinando – risospetto per scambio di malignità – si mostrò così entusiasta del dono che in onore del cognato lo battezzò immediatamente “Zi’ Peppo” (diminutivo di Giuseppe) e lo pose trionfalmente nella Sala Ambasciatori del suo appartamento privato.

Ecco una lettera che il Peppo (cognato) scrisse in quei gorni alla madre:

Iersera, dopo cena, Maria Carolina cantava al clavicembalo mentre, in un altra stanza Ferdinando ci pregò di tenergli compagnia, mentre stava seduto sul vaso. Lo trovai già con i calzoni calati, circondato da cinque o sei valletti, ciambellani ed altri.
Facemmo conversazione per più di mezz’ora, e pensavo che egli sarebbe stato ancora lì, quando una terribile puzza ci convinse che era tutto finito. Non mancò di darci tutti i dettagli e voleva perfino mostrarceli; poi, senza tanti complimenti, coi calzoni calati e col puzzolente vaso in mano, corse dietro a due dei suoi gentiluomini, che se la squagliarono. Io me ne andai tranquillamente da mia sorella
“.

E lo storico Ignazio Nigrelli raccontò un’altra storia di cànteri, per la quale invece ‘o Re non si divertì affatto.

Nel 1820 fu obbligato, assieme alla consorte, ad un lungo e faticoso viaggio in carrozza nell’entroterra siciliano, territorio pieno di repubblicani che lo odiavano.

Arrivato a Caltagirone, le Autorità consegnarono pubblicamente e solennemente alla coppia reale un dono di artigianato locale: due enormi e vistosissimi zi’ peppi.

E Ferdinando -dopo aver ringraziato a denti strettissimi- in privato s’imbufalì scrivendo “Questi perfidi repubblicani due càntari m’hanno donato!” – avendo colto perfettamente il sottile e trasversale messaggio d’invito: “ ‘O Re, ma va’ a…”

©Mitì Vigliero

QUI un video sul Museo dell’Orinal a Ciudad Rodrigo (Salamanca)

 

Perché si Dice: Indorare la Pillola (e risposta all’Oggetto Misterioso di ieri)

di Placida Signora - 21 febbraio 2011

(©Scott Maxwell – Fotolia.com)


Un tempo (e ancora oggi, in qualche parte del mondo o per certe medicine alternative) tutte le pillole venivano fabbricate a mano.

Il farmacista, seguendo ricette scritte sui formulari di Farmacopea, prima pestava in un mortaio insieme  ad agglutinanti (miele, glicerina ecc) erbe, succhi, polveri minerali, semi, droghe, insomma tutti i componenti adatti alla malattia da curare.

Poi stendeva la pastetta ottenuta su un apposito strumento detto pilloliere (e questo è il nome dell’oggetto misterioso che vi ho postato ieri).

Infine  la pressava con la parte superiore del pilloliere, formando dei tubicini che venivano poi tagliati in pillole.

Queste però avevano alcuni difetti.

Innanzi tutto soffrivano l’umidità, e non potevano essere conservate facilmente.
Poi non erano facili da inghiottire, essendo ruvide e “polverose”.  
Infine la cosa peggiore: una volta a contatto con la saliva si disfacevano sulla lingua, diffondendo il sapore spesso schifosino degli ingredienti, solitamente amari e nauseanti.

Così, per evitare tutti quegli inconvenienti, si prese l’abitudine sia rotolarle in povere di liquerizia, sia di “confettarle” nello zucchero, sia di ricoprirle con un leggerissimo velo di argento o d’oro, operazione questa che si realizzava chiudendo le pillole in speciali bussolotti assieme a foglie d’argento o oro e scuotendole a lungo.


Per questo motivo oggi si dice “indorare la pillola” quando, cercando di rendere meno amara e sgradevole a qualcuno una notizia o una decisione non bella che lo riguardi, si tenta di presentargliela “mascherata” nel modo il più piacevole possibile.

E se volete approfondire la storia delle pillole, vi consiglio queste interessanti e divertenti pagine da cui ho tratto le ultime due immagini.

©Mitì Vigliero

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Perché si Dice: Legarsela al Dito

di Placida Signora - 12 novembre 2010

Nella Bibbia (DeuteronomioEsodo) e nel Vangelo di Matteo si accenna all’antichissima usanza di portare in mano una cosa qualunque per ricordarsi di qualcos’altro.

In Turchia i cavalieri, prima di partire per la battaglia, erano soliti legare all’anulare sinistro delle dame del cuore un filo d’oro, affinché queste, guardandolo, non li dimenticassero.

L’usanza si sviluppò in seguito con l’anello di fidanzamento, simbolo di una dolce promessa da non scordare.
In questo caso, il dito era (ed è) l’anulare (da anulus, anello) sinistro, che si pensava collegato da una vena direttamente al cuore.

Oggi, bandito ogni romanticismo,  “legarsela al dito” significa sempre “non dimenticare”, ma viene riferito al non scordare un torto, un’offesa, uno sgarbo, rimanendo nella paziente attesa che venga il momento di vendicarsi.

©Mitì Vigliero

E voi riuscite a dimenticare i torti subiti? Qual è il vostro rapporto col Rancore?

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